Il trattamento dei prigionieri nella guerra al terrorismo: marce le mele, marcio l'albero
Scritto per noi da
Matteo Colombi

La questione dell’utilizzo della tortura da parte delle forze armate americane,
pensato ai livelli più alti e messo in atto in maniera sistemica dall’Afghanistan
a Guantanamo all’Iraq, riaffiora a riprese. Come un fiume carsico, si rifuta di
scomparire del tutto dai riflettori spesso disattenti dei mass media. Ovviamente
il resoconto ufficiale del governo nega la sistematicità di tali pratiche. Ci
offre due o tre condanne esemplari di gente senza rango, quelle facce smargiasse
che si sono fatte fotografare sulle pile dei corpi umiliati ad Abu Ghraib. Manovali
che il governo vorrebbe far passare per belve impazzite. Eppure troppi riscontri,
troppe fonti, da troppe parti, troppe cose dette e documentate, non permettono
di uccidere pienamente la verità.
Il silenzio, l’omertà che ha unito quasi tutti i politici nell’indignazione falsa davanti alle foto
di Abu Ghraib viene lacerato da alcune persone decenti. Si vorrebbe far passare
le violenze di Abu Ghraib, catturate in immagini che condannano, come atti intollerabili,
efferati e circoscritti. E slegati da un contesto più ampio.
Il senso di impunità è totale. Il consigliere legale che ha rivisto per Bush la definizione giuridica
di tortura per aggirare la legge americana, la Costituzione stessa e la Convenzione
di Ginevra è stato fatto segretario del dipartimento alla Giustizia. Pochi nei
media rammentano che vi fu un gran pullulare di intellettuali, organici all’apparato
che attornia Bush, che si misero a promuovere la tortura a destra e a manca come
triste ma necessaria risposta al nuovo mondo nato l’11 Settembre 2001.
Questo tam tam coinvolse anche alcuni membri dell’intellighenzia liberal, come Alan Dershowitz,
già l’8 Novembre del 2001, sul Los Angeles Times. Dershowitz continua a sostenere
le sue tesi, da “sinistra”; mentre gente del dipartimento alla Difesa venne a
Scienze Politiche all’Università di Chicago come in altre università, e si vantò
dell’utilizzo dei servigi dell’Egittto e altri paesi con simili reputazioni per
estorcere informazioni da alcuni detenuti. Tali cose vennero comunicate anche
alla stampa. Non potendo fare certe cose a casa, essendo illegali, le si è subappaltate
ad altri. E si è cercato il silenzio-assenso della popolazione americana, l’assuefazione,
la complicità di chi sa ma fa finta di non sapere.
Ma il subappalto deve essere sembrato insufficiente; dunque Rumsfeld, a capo del dipartimento
alla Difesa, ha firmato comandi precisi, indicando tecniche di violenza fisica
e psicologica, abuso sessuale, utilizzo dei cani nei confronti dei detenuti in
mano alle forze militari o di intelligence americane. I cani scagliati contro
le persone. Non so quale sia la qualità delle informazioni che possano scaturire
da tale uso del terrore, penso che siano pessime, ma so che solo una mente fondamentalmente
violenta, vogliosa di una scabrosa vendetta, può far ricorso a tali mezzi e trovarli
ragionevoli. Una mente che già concepisce la violenza come fine a se stessa, come
sfogo di branco, e che trova nei vari campi, nelle varie basi qualcuno disposto
ad mettere in atto la stessa logica. A Washington, con una penna su carta, senza
sangue né corpi straziati, sono partiti una serie di ordini precisi.
Ma non è solo la Croce Rossa (vedi il New York Times, del 30 Novembre) ad aver avvertito che i trattamenti
dei prigionieri a Guantanamo sono “al limite della tortura”; investigatori della
Fbi stessa hanno puntato il dito a Guantanamo, alle pratiche “non ortodosse” di
interrogazione (notizia riportata da vari media il 6 dicembre 2004) praticate
presso la base americana a Cuba. Tragicamente tali denunce interne sono avvenute
prima dello scandalo ad Abu Ghraib, ma emergono solo adesso allo scoperto, sospinte
dalla frustrazione di alcuni investigatori della Fbi. La mancanza di una celere
e responsabile risposta da parte del dipartimento alla Difesa non è lungaggine
burocratica, è solo il tentativo di uccidere la verità per inerzia, di ridurla
a frammenti incoerenti; è sopratutto il comportamento di chi sa di non dover rispondere
davanti a nessuno (al di là dei mandanti di tali violenze).
Non tutti trovano normale quello che si sta facendo, anche tra i servitori dello stato americano, anche tra chi fa parte dei vari
servizi di sicurezza. Di certo gli Usa hanno insegnato la tortura ai militari
latino-americani presso la Scuola delle Americhe a Fort Benning in Georgia, oggi
abolita e riaperta sotto nuovo nome (per gli stessi scopi); probabilmente la Cia
e altri elementi l’hanno usata direttamente nelle “guerre sporche” del Centroamerica
e nel Vietnam. Ed è vero che, come si è detto, gli aguzzini di Abu Ghraib applicarono
le stesse tecniche di umiliazione che hanno imparato come guardie nelle prigioni
americane. E’ vero cioè che la tortura, sia per interrogare che per intimidire,
umiliare, marcare la sottomissione e l’inferiorità del detenuto, ha una presenza
sociale assai più estesa e quotidiana, socialmente diffusa, di quello che si vuole
riconoscere.
Ciò non cambia il fatto che tali atti non sono sanciti dalla legge, che sono in palese violazione della Costituzione americana, che vieta “cruel and unusual punishment”, punizioni crudeli e inusitate, che definisce il singolo innocente fino a prova
contraria, che intima il diritto insindacabile a un processo pubblico davanti
a una giuria in tempi brevi, e il dovere dello Stato e della società di provare
la colpa, il crimine in tale foro.
Ciò non ha fermato in passato i linciaggi, le giurie razziste e prevenute, e non ferma oggi l’uso sguaiato della violenza
in moltissime prigioni americane, o la sua teorizzazione politica. Tuttavia il
governo americano ha varcato un Rubicone, ha cercato di produrre uno strappo nella
dottrina legale, costituzionale e in quella amministrativa. Da espediente da nascondere,
perché intrinseca violazione, ha tentato di rendere la tortura normale prassi
di uno Stato che si dice democratico. Poiché dinanzi alla luce del sole, con la
rappresentazione macabra che è emersa da Abu Ghraib, ciò è difficile da sostenere,
il governo sta ripiegando verso un indolente muro del silenzio, del diniego, della
minimizzazione. Si tenta di salvare pratiche e prerogative nascondendole ancora
una volta. Intanto i responsabili vengono premiati. Il vero test politico e morale
è quello di trovare un’opposizione, e anche lealisti conservatori, non disposti
ad assecondare questo gioco.