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Confusione. E’ dall’inizio di ottobre che gli scontri in Darfur si
susseguono. “Ci sono numerose testimonianze che parlano di un consistente
aumento di truppe sudanesi nella regione”, conferma Radhia Achouri, portavoce
dell’Unmis, la missione Onu nel Paese,
“e nel riarmo sarebbero coinvolte anche i Janjaweed”. Responsabili, secondo quanto riportato ieri da numerose
agenzie di stampa, di una serie di attacchi lanciati nell’ultima settimana nel
Ciad sudorientale, a cui avrebbero partecipato anche i ribelli ciadiani che
mirano a rovesciare il presidente Idriss Deby. “Gli intrecci e le alleanze tra
milizie e ribelli vecchi e nuovi è uno dei maggiori problemi”, conferma la
Achouri. “Una volta la situazione era più chiara: i Janjaweed da una parte, presumibilmente sostenuti dal governo, e
due gruppi ribelli dall’altra. Ora, con la spaccatura di questi ultimi, è molto
più difficile portare al tavolo delle trattative cinque o sei soggetti
contemporaneamente”. La firma degli accordi di pace di Abuja, a cui ha aderito
solo una fazione di un gruppo ribelle (il Sudan
Liberation Army di Minni Minnawi) ha creato più confusione che altro.
Fornendo al governo il pretesto per una vasta offensiva contro i ribelli che
hanno rifiutato di firmare.
Sicurezza.
Intanto, gli scontri continuano. I contingenti
militari inviati in Darfur non sembrano riuscire ad avere ragione dei ribelli,
che negli ultimi due mesi avrebbero inflitto loro pesanti sconfitte,
costringendo un centinaio di soldati a rifugiarsi nel vicino Ciad. Un reportage
apparso ieri sull’International Herald
Tribune ha raccolto le dichiarazioni di alcuni soldati sudanesi oltre
confine, dalle quali emergono le scarse motivazioni di truppe mandate a
combattere una guerra che non sentono propria. Per questo il governo preferirebbe
la tattica collaudata di sostenere i Janjaweed.
A farne le spese è soprattutto il Ciad, investito dagli scontri e da una nuova
ondata di profughi provenienti dal Sudan, a cui le autorità non riescono a
garantire la sicurezza. “Il Ciad fa quel che può per aiutarci” conferma a PeaceReporter Steve Adkisson dell’Unicef , “ma le autorità sono le prime a
riconoscere di non essere in grado di proteggere decine di migliaia di
profughi. N’Djamena ha più volte chiesto assistenza alla comunità
internazionale, per il momento senza esito”.
Matteo Fagotto