19/10/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Più di 100 morti, si aggrava la situazione al confine tra Sudan e Ciad
Nuovi scontri tra milizie Janjaweed e ribelli, fughe in massa di civili e combattimenti che si estendono al vicino Ciad. La stagione secca è cominciata nel peggiore dei modi nel Darfur, e secondo fonti contattate da PeaceReporter potrebbe peggiorare. Negli ultimi due giorni, gli attacchi ai civili hanno provocato almeno 100 vittime, e l’esercito sudanese si starebbe preparando a una pesante offensiva contro i ribelli.
 
Un ribelle del National Redemption Front, uno dei nuovi gruppi nati dopo la firma degli accordi di pace di AbujaConfusione. E’ dall’inizio di ottobre che gli scontri in Darfur si susseguono. “Ci sono numerose testimonianze che parlano di un consistente aumento di truppe sudanesi nella regione”, conferma Radhia Achouri, portavoce dell’Unmis, la missione Onu nel Paese, “e nel riarmo sarebbero coinvolte anche i Janjaweed”. Responsabili, secondo quanto riportato ieri da numerose agenzie di stampa, di una serie di attacchi lanciati nell’ultima settimana nel Ciad sudorientale, a cui avrebbero partecipato anche i ribelli ciadiani che mirano a rovesciare il presidente Idriss Deby. “Gli intrecci e le alleanze tra milizie e ribelli vecchi e nuovi è uno dei maggiori problemi”, conferma la Achouri. “Una volta la situazione era più chiara: i Janjaweed da una parte, presumibilmente sostenuti dal governo, e due gruppi ribelli dall’altra. Ora, con la spaccatura di questi ultimi, è molto più difficile portare al tavolo delle trattative cinque o sei soggetti contemporaneamente”. La firma degli accordi di pace di Abuja, a cui ha aderito solo una fazione di un gruppo ribelle (il Sudan Liberation Army di Minni Minnawi) ha creato più confusione che altro. Fornendo al governo il pretesto per una vasta offensiva contro i ribelli che hanno rifiutato di firmare.
 
Rivelazioni. Khartoum ha presentato due giorni fa all’Unione Africana un piano per il disarmo delle milizie Janjaweed. Un impegno concreto o solo fumo negli occhi? Ieri, sulla Bbc è apparsa la testimonianza di un certo ‘Ali’, ex-membro delle milizie, che avrebbe rivelato gli stretti legami tra Janjaweed ed esponenti del governo sudanese, i quali fornirebbero ai miliziani divise, armi e munizioni e parteciperebbero in prima persona alla messa a punto dei piani militari. ‘Ali’ avrebbe inoltre confermato la partecipazione alle azioni dell’aviazione sudanese, incaricata di ‘preparare il terreno’ prima dei raid via terra delle milizie, accusate di abusi e massacri di civili. Il governo sudanese ha respinto le accuse, sostenendo che ‘Ali’, il quale starebbe cercando asilo politico in Europa, avrebbe un personale interesse nell’esasperare i fatti.
 
Due profughe sudanesi passano vicino a uno dei 7 mila berretti verdi dell'Unione Africana di stanza in DarfurSicurezza. Intanto, gli scontri continuano. I contingenti militari inviati in Darfur non sembrano riuscire ad avere ragione dei ribelli, che negli ultimi due mesi avrebbero inflitto loro pesanti sconfitte, costringendo un centinaio di soldati a rifugiarsi nel vicino Ciad. Un reportage apparso ieri sull’International Herald Tribune ha raccolto le dichiarazioni di alcuni soldati sudanesi oltre confine, dalle quali emergono le scarse motivazioni di truppe mandate a combattere una guerra che non sentono propria. Per questo il governo preferirebbe la tattica collaudata di sostenere i Janjaweed. A farne le spese è soprattutto il Ciad, investito dagli scontri e da una nuova ondata di profughi provenienti dal Sudan, a cui le autorità non riescono a garantire la sicurezza. “Il Ciad fa quel che può per aiutarci” conferma a PeaceReporter Steve Adkisson dell’Unicef , “ma le autorità sono le prime a riconoscere di non essere in grado di proteggere decine di migliaia di profughi. N’Djamena ha più volte chiesto assistenza alla comunità internazionale, per il momento senza esito”.

Matteo Fagotto

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