19/10/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Da Lashkargah a Kandahar. Ripercorriamo il tragitto lungo il quale è stato rapito Torsello
Gabriele Torsello è stato rapito giovedì 12 ottobre mentre viaggiava lungo la strada tra Lashkargah e Kandahar: uno dei tragitti più pericolosi di tutto l’Afghanistan. Ripercorriamolo.
 
Il bazar di Lashkargah (Foto Enrico Piovesana)La capitale dell’oppio. Lashkargah è una grande e polverosa città di case basse che sorge ai margini settentrionali del Deserto della Morte (Dasht-i-Margo) e del Deserto del Registan, alla confluenza del fiume Helmand e del suo maggiore affluente, l’Arghandab. Questi corsi d’acqua, e i numerosi canali che li collegano, danno fertilità alle terre, coltivate a papaveri da oppio. Lashkargah è considerata la capitale dell’oppio afgano: non solo perché qui se ne produce in grandi quantità, ma perché da qui transita la maggior parte dell’oppio prodotto nel Paese e diretto verso le raffinerie nel vicino Iran.
Un commercio gestito dai ricchi trafficanti locali, che si occupano di organizzare le spedizioni (spesso scortate dalla connivente polizia locale) lungo le rotte carovaniere che collegano le oasi di cui è punteggiato il Deserto della Morte. E, a un livello più basso, dai mercanti d’oppio che, confondendosi tra cambiavalute e venditori di polli, comprano e vendono tariak, oppio, nei bui retrobottega del bazar cittadino.
 
Le rovine di Bost e il fiume Helmand (Foto Enrico Piovesana)Da sempre, base di eserciti. In giro per la città, tra i turbanti, le barbe lunghe e gli occhi neri della gente pashtun, si muovono come alieni i soldati di Sua Maestà britannica, che a Lashkargah hanno stabilito la loro base principale nel Paese. Onorando l’antica tradizione di questa città, nata mille anni fa proprio come accampamento militare. Lashkar-Gah significa infatti “il posto dei soldati”, perché qui stanziava l’esercito ghaznavide quando l’imperatore, ogni inverno, trasferiva la sua corte da Ghazni a Bost, antico nome di Lashkargah. Le magnifiche rovine dell’antico palazzo imperiale si ergono, ancora imponenti, ai margini della città, sulle sponde del fiume Helmand, nelle cui acque poco profonde le donne lavano i bambini e gli uomini le loro auto e i loro camion.
 
La strada tra Lashkargah e Grishk (Foto Massoud Hossaini)In pieno territorio talebano. La strada che esce dalla città è un cantiere sempre aperto: la vecchia pista che collegava Lashkargah alla Ring Road (la strada circolare che collega Kabul, Kandahar ed Herat) si sta infatti trasformando in un nastro di asfalto. Ma i lavori procedono a rilento, perché le squadre di operai afgani – che lavorano sotto scorta armata – vengono regolarmente attaccate dai talebani. A bordo strada, le sedi delle imprese straniere che gestiscono i lavori sono indistinguibili dalle basi militari della Nato: mura di cinta fortificate e coperte di filo spinato da cui spuntano torrette con guardie armate.
Appena usciti dalla città, si entra infatti in territorio talebano e in zona di guerra. Qui comandano diversi gruppi talebani che rispondono a comandanti locali che in teoria dovrebbero essere tutti solidali e fedeli al mullah Omar, ma che in realtà spesso si fanno la guerra anche tra di loro.
Percorrere questa strada di giorno è pericoloso, di notte è impensabile.
Si viaggia in direzione nord-est attraverso un paesaggio piatto e desolato, una distesa sconfinata di sabbia e pietrisco intervallata da piccoli villaggi di case basse d’argilla. Si segue il tracciato rettilineo dei lavori in corso percorrendo sconnesse piste laterali non asfaltate oppure, dove i lavori non sono iniziati, costeggiando la fila dei piloni dell’alta tensione.
Dopo un’ora di sobbalzi si arriva sulla Ring Road, imboccandola in direzione est.
Siamo nella zona di Grishk: roccaforte talebana da mesi teatro di imboscate, combattimenti e bombardamenti aerei. Ma anche sede di una piccola base militare dell’esercito Usa: un fortino cinto da mura con una torretta da cui spunta la bandiera a stelle e strisce. Al suo esterno sono accampati i miliziani del mullah Daud, un comandante della zona che ha deciso di stare dalla parte di Bush invece che da quella del mullah Omar. I suoi uomini sono in tutto e per tutto indistinguibili dai talebani che essi dicono di combattere: sia nell’aspetto (sharwal kameez, turbante e kalashnikov) che nella pratica (imboscate stradali, rapimenti ed estorsioni ai danni della popolazione locale).
 
La "Ring Road" verso Kandahar (Foto Enrico Piovesana)Sulla Ring Road per Kandahar. La strada verso Kandahar – in questo tratto non asfaltata, ma ancora pavimentata con le vecchie lastre di cemento usate dai sovietici – scorre dritta e veloce. L’unico traffico è quello dei convogli militari Nato, delle camionette della polizia afgana e dei coloratissimi camion pachistani.
Il paesaggio che si attraversa rimane lo stesso per quasi tutto il tragitto fino a Kandahar, ovvero per circa un paio d’ore.
A sinistra, verso nord, si allontana e si avvicinano le aguzze creste rocciose e rossastre delle propaggini meridionali dell’Hindukush; i locali le chiamano “Le Montagne del Drago” per il loro profilo frastagliato, che ricorda il dorso di un drago.
A destra, verso sud, si estendono senza sosta piantagioni di papaveri da oppio e in lontananza un mare giallo: le dune di sabbia del deserto del Registan. Dietro l’orizzonte: il confine pachistano.
Di tanto in tanto, a bordo strada, un cratere annerito e un groviglio di lamiere testimoniano le frequenti imboscate che i talebani compiono con bombe radiocomandate ai danni dei blindati Nato e soprattutto delle autobotti che trasportano carburante per le basi della Coalizione.
 
Il centro di KandaharUn bel nome e poco più. Alle porte di Kandahar, una serie di checkpoint della polizia afgana bloccano tutti i mezzi in entrata allo scopo di bloccare eventuali kamikaze diretti in città: tutte le auto sospette vengono fermate e i conducenti perquisiti con maniere brusche. Ma serve a poco: ormai a Kandahar si registra un attentato suicida a settimana.
Superato il ponte sul fiume Arghandab, si entra nella periferia, un dedalo di baracche sulle quali svetta il silos del vecchio granaio cittadino d’epoca sovietica: una torre di cemento decapitata dalle bombe a dai missili lanciati dai talebani prima e dagli aerei Usa poi.
Più si penetra all’interno della città, più il traffico si fa caotico e rumoroso. Nemmeno i blindati della Nato riescono a passare, rimanendo imbottigliati negli ingorghi che si formano nonostante, anzi grazie ai barbuti vigili urbani pashtun.
Finalmente si varca la magnifica porta antica della città, e poco dopo si arriva alla piazza centrale: una grande rotonda, dove un flusso ininterrotto e disordinato di traffico gira attorno al piccolo mausoleo bianco e blu, simbolo della città.
Per il resto, a parte qualche bella moschea antica nascosta tra orrende costruzioni di cemento, Kandahar appare come un grande e ininterrotto bazar, senza nulla di quel fascino esotico che il suo evocativo nome farebbe presupporre.
 
Rambo in versione afgana. Ai margini della città c’è l’ex palazzo del mullah Omar: un complesso enorme immerso nel verde, ai piedi delle colline che dominano la periferia settentrionale. Oggi è una base delle forze speciali Usa dalla quale entrano ed escono in continuazione pick-up carichi di loschi uomini armati di mitra e lanciarazzi, tutti senza divisa. Molti hanno il volto coperto da kefiah e turbanti: non si capisce nemmeno se sono occidentali o afgani, sembrano tutti una versione talebana di Rambo.
Nell’Afghanistan di oggi è davvero difficile distinguere chi sta da una parte e chi dall’altra.
 

Enrico Piovesana

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