Da Lashkargah a Kandahar. Ripercorriamo il tragitto lungo il quale è stato rapito Torsello
Gabriele Torsello è stato rapito giovedì 12 ottobre mentre
viaggiava lungo la strada tra Lashkargah e Kandahar: uno dei tragitti più
pericolosi di tutto l’Afghanistan. Ripercorriamolo.
La capitale dell’oppio.
Lashkargah è una grande e polverosa città di case basse che sorge ai margini
settentrionali del Deserto della Morte (
Dasht-i-Margo) e del Deserto del
Registan, alla confluenza del fiume Helmand e del suo maggiore affluente,
l’Arghandab. Questi corsi d’acqua, e i numerosi canali che li collegano, danno
fertilità alle terre, coltivate a papaveri da oppio. Lashkargah è
considerata
la capitale dell’oppio afgano: non solo perché qui se ne produce in
grandi quantità, ma perché da qui transita la maggior parte dell’oppio prodotto
nel Paese e
diretto verso le raffinerie nel vicino Iran.
Un commercio gestito dai ricchi trafficanti locali, che si
occupano di organizzare le spedizioni (spesso scortate dalla connivente polizia
locale) lungo le rotte carovaniere che collegano le oasi di cui è punteggiato
il Deserto della Morte. E, a un livello più basso, dai mercanti d’oppio che,
confondendosi tra cambiavalute e venditori di polli, comprano e vendono tariak, oppio, nei bui retrobottega del
bazar cittadino.
Da sempre, base di
eserciti. In giro per la città, tra i turbanti, le barbe lunghe e gli occhi
neri della gente pashtun, si muovono come alieni i soldati di Sua Maestà
britannica, che a Lashkargah hanno stabilito la loro base principale nel Paese.
Onorando l’antica tradizione di questa città, nata mille anni fa proprio come
accampamento
militare. Lashkar-Gah significa infatti “il posto dei soldati”, perché qui stanziava
l’esercito ghaznavide quando l’imperatore, ogni inverno, trasferiva la sua
corte da Ghazni a Bost, antico nome di Lashkargah. Le magnifiche
rovine dell’antico
palazzo imperiale si ergono, ancora imponenti, ai margini della città, sulle
sponde del fiume Helmand, nelle cui acque poco profonde le donne lavano i
bambini e gli uomini le loro auto e i loro camion.
In pieno territorio
talebano. La strada che esce dalla città è un cantiere sempre aperto: la
vecchia pista che collegava Lashkargah alla Ring Road (la strada circolare che
collega Kabul, Kandahar ed Herat) si sta infatti trasformando in un nastro di
asfalto.
Ma i lavori procedono a rilento, perché le squadre di operai afgani – che
lavorano sotto scorta armata – vengono regolarmente attaccate dai talebani. A
bordo strada, le sedi delle imprese straniere che gestiscono i lavori sono
indistinguibili dalle basi militari della Nato: mura di cinta fortificate e
coperte di filo spinato da cui spuntano torrette con guardie armate.
Appena usciti dalla città, si entra infatti in territorio
talebano e in zona di guerra. Qui comandano diversi gruppi talebani che
rispondono a comandanti locali che in teoria dovrebbero essere tutti solidali
e
fedeli al mullah Omar, ma che in realtà spesso si fanno la guerra anche tra di
loro.
Percorrere questa strada di giorno è pericoloso, di notte è
impensabile.
Si viaggia in direzione nord-est attraverso un paesaggio
piatto e desolato, una distesa sconfinata di sabbia e pietrisco intervallata da
piccoli villaggi di case basse d’argilla. Si segue il tracciato rettilineo dei
lavori in corso percorrendo sconnesse piste laterali non asfaltate oppure, dove
i lavori non sono iniziati, costeggiando la fila dei piloni dell’alta tensione.
Dopo un’ora di sobbalzi si arriva sulla Ring Road,
imboccandola in direzione est.
Siamo nella zona di Grishk: roccaforte talebana da mesi teatro
di imboscate, combattimenti e bombardamenti aerei. Ma anche sede di una piccola
base militare dell’esercito Usa: un fortino cinto da mura con una torretta da
cui spunta la bandiera a stelle e strisce. Al suo esterno sono accampati i
miliziani del mullah Daud, un comandante della zona che ha deciso di stare
dalla parte di Bush invece che da quella del mullah Omar. I suoi uomini sono in
tutto e per tutto indistinguibili dai talebani che essi dicono di combattere:
sia nell’aspetto (sharwal kameez,
turbante e kalashnikov) che nella pratica (imboscate stradali, rapimenti ed
estorsioni ai danni della popolazione locale).
Sulla Ring Road per
Kandahar. La strada verso Kandahar – in questo tratto non asfaltata, ma
ancora pavimentata con le vecchie lastre di cemento usate dai sovietici – scorre
dritta e veloce. L’unico traffico è quello dei convogli militari Nato, delle camionette
della polizia afgana e dei coloratissimi camion pachistani.
Il paesaggio che si attraversa rimane lo stesso per quasi
tutto il tragitto fino a Kandahar, ovvero per circa un paio d’ore.
A sinistra, verso nord, si allontana e si avvicinano le aguzze
creste rocciose e rossastre delle propaggini meridionali dell’Hindukush; i
locali le chiamano “Le Montagne del Drago” per il loro profilo frastagliato,
che ricorda il dorso di un drago.
A destra, verso sud, si estendono senza sosta piantagioni di
papaveri da oppio e in lontananza un mare giallo: le dune di sabbia del deserto
del Registan. Dietro l’orizzonte: il confine pachistano.
Di tanto in tanto, a bordo strada, un cratere
annerito e un groviglio di lamiere testimoniano le frequenti imboscate che i
talebani compiono con bombe radiocomandate ai danni dei blindati Nato e
soprattutto delle autobotti che trasportano carburante per le basi della
Coalizione.
Un bel nome e poco più.
Alle porte di Kandahar, una serie di checkpoint della polizia afgana bloccano
tutti i mezzi in entrata allo scopo di bloccare eventuali kamikaze diretti in
città: tutte le auto sospette vengono fermate e i conducenti perquisiti con
maniere brusche. Ma serve a poco: ormai a Kandahar si registra un attentato
suicida a settimana.
Superato il ponte sul fiume Arghandab, si entra nella
periferia, un dedalo di baracche sulle quali svetta il silos del vecchio
granaio cittadino d’epoca sovietica: una torre di cemento decapitata dalle
bombe a dai missili lanciati dai talebani prima e dagli aerei Usa poi.
Più si penetra all’interno della città, più il traffico si
fa caotico e rumoroso. Nemmeno i blindati della Nato riescono a passare,
rimanendo imbottigliati negli ingorghi che si formano nonostante, anzi grazie
ai barbuti vigili urbani pashtun.
Finalmente si varca la magnifica porta antica della città, e
poco dopo si arriva alla piazza centrale: una grande rotonda, dove un flusso
ininterrotto e disordinato di traffico gira attorno al piccolo mausoleo bianco
e blu, simbolo della città.
Per il resto, a parte qualche bella moschea antica nascosta
tra orrende costruzioni di cemento, Kandahar appare come un grande e
ininterrotto bazar, senza nulla di quel fascino esotico che il suo evocativo
nome farebbe presupporre.
Rambo in versione
afgana. Ai margini della città c’è l’ex palazzo del mullah Omar: un
complesso enorme immerso nel verde, ai piedi delle colline che dominano la
periferia settentrionale. Oggi è una base delle forze speciali Usa dalla quale
entrano ed escono in continuazione pick-up carichi di loschi uomini armati di
mitra e lanciarazzi, tutti senza divisa. Molti hanno il volto coperto da kefiah
e turbanti: non si capisce nemmeno se sono occidentali o afgani, sembrano tutti
una versione talebana di Rambo.
Nell’Afghanistan di oggi è davvero difficile distinguere chi
sta da una parte e chi dall’altra.