Si prospettano possibili trattative fra il governo Uribe e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia
scritto per noi da
Simone Bruno

Era il 12 di aprile del 2002: un militare radio alla mano e
cane al guinzaglio, fece irruzione nel parlamento della città di Cali. Era
spaventato, gridava di uscire perché una bomba era in procinto di esplodere. I
parlamentari corsero fuori, un furgone della polizia li aspettava per portarli
in salvo. Furono momenti concitati: grida, gente che correva e gli agenti che
gli facevano strada.
I deputati entrarono nel furgone che sfrecciò a sirene
spiegate verso un luogo sicuro. Alcune pattuglie incontrate nel cammino si
offrirono di scortare il camioncino fuori città. E quel furgone lasciò Cali,
diretto verso la selva. Le pattuglie tornavano fiere in centro quando ci si
rese conto che qualcosa non andava.
L'apparenza inganna. Il furgone, il poliziotto, il suo cane e la bomba erano una
messa in scena e 12 deputati del parlamento regionale del Valle del Cauca erano
ormai prigionieri delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia, e lo sono
tuttora, dopo più di 4 anni.
Di questi 12, e di altri 45 prigionieri (inclusa la
franco-colombiana Ingrid Betancourt) si parla quando in Colombia torna alla
ribalta il tema dello scambio umanitario, argomento sul quale, sembra, che i
guerriglieri e il governo potrebbero presto accordarsi.
Ma come mai il governo che ha dichiarato guerra aperta alla
Farc e il gruppo guerrigliero che giurava di non poter negoziare nulla con
Uribe, stanno sistemando le sedie intorno al tavolo delle trattative?
Tinte fosche. Il presidente Uribe naviga in acque torbide, con un inizio
del secondo mandato molto peggiore di quanto chiunque potesse prevedere: il
processo con i paramilitari si è impantanato, l’esercito nazionale è stato
protagonista di alcuni degli scandali peggiori che il paese ricordi, i partiti
che compongono la sua coalizione di governo sono in guerra aperta e le collusioni
tra mafia e politica sono ormai arrivate venute allo scoperto, coinvolgendo
anche il Senato. Una situazione che ancora non ha intaccato la popolarità del
presidente, ma se le cose continuano in questo modo prima o poi i colombiani
cominceranno a sentirsi profondamente delusi.
Il presidente ha anche il timore di essere ricordato come
colui che per 8 anni non è riuscito a fare uno scambio umanitario chiesto a
gran voce dal paese e che ha portato avanti per lo stesso periodo un’offensiva
militare miliardaria contro una guerriglia che sembra godere ancora di ottima
salute. I colombiani sono abituati a presidenti che non risolvono nulla per 4
anni, ma non a messia che fanno lo stesso per il doppio del tempo.
Utile a entrambi. D’altra parte le Farc attraversano un momento
contraddittorio: se da un lato la connivenza con il narcotraffico ha permesso
loro
di crescere militarmente e finanziariamente, dall’altro hanno perso buona parte
dei loro contatti internazionali e dell’iniziativa politica nel paese.
Dal canto suo, lo stato si sta rendendo conto che vincere la
guerriglia militarmente non è possibile, ma anche la guerriglia non può non
aver capito che la possibilità di arrivare al potere per la via armata, motivo
stesso della sua esistenza, è irrealizzabile.
Un tavolo di negoziazione è dunque utile a entrambi: darebbe
alle Farc una buona visibilità internazionale attraverso la quale spiegare le
loro
ragioni e cercare di cancellare l’immagine negativa che va diffondendosi nel
paese, mentre al governo darebbe la possibilità di rilanciarsi agli occhi
dell’opinione pubblica e creare un diversivo di fronte ai tanti scandali che
stanno scoppiando.
Le posizioni di entrambi si sono di fatto molto ammorbidite.
Il presidente sembrerebbe disposto ad ammettere che in Colombia esiste una
“guerra politica” e non solamente dei gruppi terroristi, e sembra pure disposto
ad approvare la creazione di un’area smilitarizzata di qualche chilometro
quadrato, proposta ora considerata vagliabile dalla guerriglia, che
inizialmente chiedeva la creazione di un’area cuscinetto grande come due
regioni del paese.
Rimangono da sciogliere comunque punti importanti, come il cessate il
fuoco preteso dal governo, o l’inclusione negli accordi di Simon Trinidad e
Sonia, due comandanti delle Farc già estradati negli Stati Uniti.