“Entro domenica sera vogliamo l’apostata rifugiato in Italia. Sennò lo uccidiamo”
Alle 20:30 ora afgana, le 18 in Italia, i rapitori di
Gabriele Torsello si sono rifatti vivi. Questa volta, comunicando la loro
richiesta per il rilascio dell’ostaggio: il ritorno in Afghanistan di Abdul Rahman,
l’afgano convertito al cristianesimo, rifugiatosi in Italia alla fine del marzo
scorso per sfuggire alla condanna a morte per apostasìa. E hanno anche dato un
termine di tempo: la fine del Ramadan, che in Afghanistan si conclude domenica
notte. “Altrimenti – hanno detto – lo uccidiamo”.
Secondo Rahmatullah Hanefi, il responsabile afgano della sicurezza
dell’ospedale di Emergency che ha ricevuto la chiamata, “i rapitori si sono
mostrati irremovibili nella loro richiesta e hanno detto che non vogliono
sentire parlare di soldi”.
Prima di comunicare con i sequestratori, Rahmatullah è riuscito
a scambiare due parole con Torsello. “Mi ha detto che oggi stava ‘così così’,
mentre ieri aveva detto che stava bene”.

Abdul Rahman è un afgano di 41 anni. Sedici anni fa, mentre
lavorava in Pakistan per una Ong cristiana che assisteva i profughi di guerra
afgani, ha deciso di convertirsi al cristianesimo. Pensava di avere la libertà
di farlo, vivendo ora nella nuova democrazia afgana. Sbagliato.
Lo scorso febbraio, Abdul è stato denunciato per apostasìa
da suo suocero, il quale non voleva che le sue nipotine venissero cresciute da
un “infedele”. La polizia ha arrestato Abdul, trovando anche la prova del suo
crimine: una Bibbia nella sua borsa.
Dopo un paio di settimane di galera, l’apostata è stato
portato davanti alla Corte Suprema, dove ha candidamente confessato di aver
abbracciato la religione cristiana.
Il giudice Ansarullah Mawlavezada ha quindi spiegato all’imputato
che il ripudio della religione islamica è un atto grave, un inammissibile
attacco all’islam per cui la sharìa, su cui la Costituzione afgana si basa,
prevede la pena capitale.
A quel punto è intervenuta la pubblica accusa, rappresentata
dal giudice Abdul Wasi: “L’islam è la religione della tolleranza e quindi
offriamo all’imputato la possibilità di venire perdonato se accetta di
rinnegare la sua conversione e di riabbracciare la religione musulmana”.
Ma Abdul ha rifiutato: “Sono cristiano e lo sarò sempre”, ha
risposto.
Rahman è poi stato rilasciato in attesa della condanna
definitiva, prevista per due mesi più tardi: morte per impiccagione.
Il suo caso ha prodotto una forte mobilitazione in tutto il
mondo, con un’ondata di proteste che ha investito il governo afgano.
Il governo italiano dell’epoca, in particolare l’allora ministro
degli Esteri, Gianfranco Fini, si è subito mobilitato per offrire asilo
politico ad Abdul Rahman.
Il processo contro Abdul Rahman è stato interrotto “per vizi
di forma” e lui è stato rilasciato e alloggiato in una struttura segreta e
sicura.
Molti membri del parlamento afgano hanno affermato che
Rahman dovrebbe essere trattenuto e giustiziato. L’imam Abdul Aziz, che è anche
un deputato, ha detto: ''Tutto ciò spianerà la strada agli oppositori del
governo per affermare che la guerra al governo è legittima''.
''Il rilascio di Abdul Rahman è contrario alle leggi
dell'Afghanistan. A Rahman non deve essere permesso di lasciare l'Afghanistan.
Dovrebbe essere posto sotto custodia''. Lo ha detto anche Yunus Qanuni,
presidente della camera bassa, nel corso del dibattito in parlamento.
Il 29 marzo, l’afgano è stato fatto clandestinamente uscire
dall’Afghanistan e portato in Italia.
"Emergency ribadisce la sua disponibilità a supportare qualsiasi sforzo
che porti a una positiva soluzione della vicenda, ma non è soggetto di
alcuna trattativa" ha detto Carlo Garbagnati, vicepresidente della Ong
che a Lashkargah ha il centro chirurgico che ha ricevuto le
telefonate dei rapitori. Emergency, ha detto ancora Carlo Garbagnati,
"non si sottrarrà a una richiesta funzione di collegamento tra soggetti
coinvolti in una trattativa, ma non ha alcuna titolarità a trattare con
nessuno".