17/10/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



“Entro domenica sera vogliamo l’apostata rifugiato in Italia. Sennò lo uccidiamo”
Alle 20:30 ora afgana, le 18 in Italia, i rapitori di Gabriele Torsello si sono rifatti vivi. Questa volta, comunicando la loro richiesta per il rilascio dell’ostaggio: il ritorno in Afghanistan di Abdul Rahman, l’afgano convertito al cristianesimo, rifugiatosi in Italia alla fine del marzo scorso per sfuggire alla condanna a morte per apostasìa. E hanno anche dato un termine di tempo: la fine del Ramadan, che in Afghanistan si conclude domenica notte. “Altrimenti – hanno detto – lo uccidiamo”.
Secondo Rahmatullah Hanefi, il responsabile afgano della sicurezza dell’ospedale di Emergency che ha ricevuto la chiamata, “i rapitori si sono mostrati irremovibili nella loro richiesta e hanno detto che non vogliono sentire parlare di soldi”.
Prima di comunicare con i sequestratori, Rahmatullah è riuscito a scambiare due parole con Torsello. “Mi ha detto che oggi stava ‘così così’, mentre ieri aveva detto che stava bene”.
 
Abdul Rahman è un afgano di 41 anni. Sedici anni fa, mentre lavorava in Pakistan per una Ong cristiana che assisteva i profughi di guerra afgani, ha deciso di convertirsi al cristianesimo. Pensava di avere la libertà di farlo, vivendo ora nella nuova democrazia afgana. Sbagliato.
Lo scorso febbraio, Abdul è stato denunciato per apostasìa da suo suocero, il quale non voleva che le sue nipotine venissero cresciute da un “infedele”. La polizia ha arrestato Abdul, trovando anche la prova del suo crimine: una Bibbia nella sua borsa.
Dopo un paio di settimane di galera, l’apostata è stato portato davanti alla Corte Suprema, dove ha candidamente confessato di aver abbracciato la religione cristiana.
Il giudice Ansarullah Mawlavezada ha quindi spiegato all’imputato che il ripudio della religione islamica è un atto grave, un inammissibile attacco all’islam per cui la sharìa, su cui la Costituzione afgana si basa, prevede la pena capitale.
A quel punto è intervenuta la pubblica accusa, rappresentata dal giudice Abdul Wasi: “L’islam è la religione della tolleranza e quindi offriamo all’imputato la possibilità di venire perdonato se accetta di rinnegare la sua conversione e di riabbracciare la religione musulmana”.
Ma Abdul ha rifiutato: “Sono cristiano e lo sarò sempre”, ha risposto.
Rahman è poi stato rilasciato in attesa della condanna definitiva, prevista per due mesi più tardi: morte per impiccagione.
 
Il suo caso ha prodotto una forte mobilitazione in tutto il mondo, con un’ondata di proteste che ha investito il governo afgano.
Il governo italiano dell’epoca, in particolare l’allora ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, si è subito mobilitato per offrire asilo politico ad Abdul Rahman.
Il processo contro Abdul Rahman è stato interrotto “per vizi di forma” e lui è stato rilasciato e alloggiato in una struttura segreta e sicura.
Molti membri del parlamento afgano hanno affermato che Rahman dovrebbe essere trattenuto e giustiziato. L’imam Abdul Aziz, che è anche un deputato, ha detto: ''Tutto ciò spianerà la strada agli oppositori del governo per affermare che la guerra al governo è legittima''.
''Il rilascio di Abdul Rahman è contrario alle leggi dell'Afghanistan. A Rahman non deve essere permesso di lasciare l'Afghanistan. Dovrebbe essere posto sotto custodia''. Lo ha detto anche Yunus Qanuni, presidente della camera bassa, nel corso del dibattito in parlamento.
Il 29 marzo, l’afgano è stato fatto clandestinamente uscire dall’Afghanistan e portato in Italia.
 
"Emergency ribadisce la sua disponibilità a supportare qualsiasi sforzo che porti a una positiva soluzione della vicenda, ma non è soggetto di alcuna trattativa" ha detto Carlo Garbagnati, vicepresidente della Ong che a Lashkargah ha il centro chirurgico che ha ricevuto le telefonate dei rapitori. Emergency, ha detto ancora Carlo Garbagnati, "non si sottrarrà a una richiesta funzione di collegamento tra soggetti coinvolti in una trattativa, ma non ha alcuna titolarità a trattare con nessuno".

Enrico Piovesana

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