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Voto controverso. Il New York Times scrive che la
legge è passata per 140 voti a zero: tutte le parti politiche in disaccordo con
la divisione del Paese hanno scelto di boicottare la seduta. Il voto segna una
vittoria per gli sciiti che, al pari dei curdi nel nord, avranno una regione
autonoma in 6 province del sud, e una sconfitta per i sunniti, che si ritrovano
confinati nelle regioni centrali del Paese, meno ricche di petrolio. Di fatto
però la divisione tra sciiti e sunniti non è stata netta, e anche l’esito del
voto è stato oggetto di molte contestazioni. A favore del federalismo si sono
schierati compatti i curdi e lo Sciri, il partito filo-iraniano della
Rivoluzione Islamica, il partito Daawa e alcuni sostenitori dell’ex premier
Allawi, mentre l’altra coalizione sciita, l’United Iraqi Alliance, era
spaccata. Al boicottaggio hanno infatti aderito i gruppi sciiti vicini al
leader religioso Moqtada al Sadr e un altro partito sciita, il Fadhila. Insieme
a loro, hanno disertato la votazione i sunniti dell’Iraqi Accord Front e quelli
del National Dialogue Council.
Boicottaggio. Il rifiuto del federalismo ha unito
sciiti e sunniti, iracheni religiosi e secolari che, per ragioni diverse, si
sono trovati uniti in un fronte trasversale, i cui denominatori comuni sono il
sentimento nazionalista e il timore che il federalismo faccia precipitare il
paese nella violenza. “Ci saranno sempre più dispute per le risorse e i
confini” ha dichiarato un parlamentare sunnita. “Questo voto segna il passaggio
dalla guerra civile latente a quella aperta”. Alcuni gruppi sciiti hanno
disertato il voto perché contrari a un federalismo basato su criteri settari e
ritengono che la priorità sia la riconciliazione nazionale. Mentre il capo
dello Sciri, esulta per il risultato, il capo della coalizione sunnita del Ndc,
replica che i voti dello Sciri non dovrebbero nemmeno essere contati: “sono
leali solo nei confronti dell’Iran” ha dichiarato. La chiave di lettura della
divisione tra gli sciiti è la seguente: contrarie al federalismo sono le forze
che hanno resistito all’oppressione sotto il regime di Saddam, come al Sadr e
i
suoi seguaci, favorevoli invece gli esuli di ritorno dall’Iran.
Conteggi. A differenza del NY Times, che ha ripreso l’esito
del voto senza citare contestazioni, diversi quotidiani iracheni hanno riferito
risultati diversi e si sono soffermati sullo svolgimento, democraticamente
discutibile, dello stesso. La questione è rilevante perché la legge è passata
per un pugno di voti: ne occorrevano 138 su 275. Il quotidiano iracheno Al Mada
riferisce che il presidente del Parlamento, Mashhaddani, prima del voto ha
ordinato a tutti i giornalisti di lasciare l’aula e ha bloccato le
comunicazioni con l’esterno. Nessun conteggio indipendente è stato possibile.
La conta delle presenze è stata fatta dai dipendenti del parlamento, ognuno dei
quali conta un blocco, del quale spesso è simpatizzante. “Al momento del voto
tutte le mani erano alzate – ha riferito una fonte anonima -, quindi non sono
state contate”. Naoki Tomasini