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Una figura controversa. Ahmed Chalabi, per un
periodo, è stato su tutte le prime pagine dei giornali. Era il 2002 e la
diplomazia degli Stati Uniti preparava mediaticamente l’attacco all’Iraq. Oltre
alla diffusione dei preoccupanti report sulle armi di distruzione di massa
possedute da Saddam, che non sono mai state trovate, e al legame tra il dittatore
iracheno e al-Qaeda, mai provato, si parlava anche del fronte dissidente degli
iracheni all’estero, guidato da Chalabi. Il finanziere, noto alle cronache per
il crack finanziario di una banca giordana, era presentato come l’uomo nuovo
dell’Iraq del futuro.
Due testimoni scomodi. A raccontare del
coinvolgimento di Chalabi nei rapimenti a sfondo religioso è stato un uomo che
ha lavorato per lui, in qualità di giardiniere e guardia del corpo, nella sua
tenuta a Baghdad (nel cuore del quartiere residenziale di
al-Huriya), dove il testimone oculare ha visto con i suoi occhi una parte del
parco adibita a carcere con 140 gabbie metalliche. Il giardiniere
di Chalabi racconta anche di aver chiesto spiegazioni a uno degli uomini della
milizia personale di cui si circonda l’uomo politico, ricevendo come
risposta l’invito a farsi i fatti suoi e a non curarsi di quei terroristi.
L’uomo racconta anche che l’esercito di Chalabi, con 17 Land Cruiser, 9 Bmw e
6
Opel, tutte senza targa, partiva la notte per vere e proprie spedizioni
punitive in città ai danni dei sunniti. Personalmente non ha mai visto uccidere
qualcuno, ma ha constatato come decine di cadaveri venissero poi ritrovati alle
porte della fattoria. Per non parlare di un uomo, definito un ladro, che è
stato crocifisso all’ingresso della tenuta, come monito, ed è rimasto là fino
a
quando non si è decomposto. Infine l’uomo ha aggiunto che, ogni giorno, Chalabi
riceve nella sua casa Jalal al-Din al-Sagir, uno dei religiosi maggiormente
coinvolti con le squadre della morte. Christian Elia