Il Nicaragua visto da un uomo che ha legato il suo nome alla rivoluzione sandinista
Scritto per noi da
Maurizio Campisi
Managua. Sergio Ramírez è oggi uno degli scrittori più affermati in lingua spagnola. Nicaraguense,
64 anni, autore di romanzi, saggi, racconti, Ramírez è stato politico e rivoluzionario
ed ha legato il suo nome alla rivoluzione sandinista che nel 1979 ha abbattuto
la dittatura di Somoza. Negli anni Ottanta ha fatto parte della Giunta di Governo,
ricoprendo poi dal 1984 la carica di vicepresidente della Repubblica. Dopo la
sconfitta elettorale del 1990, ha lavorato alla piattaforma di un sandinismo riformista
con la creazione nel 1995 dell’MRS, il Movimiento de Renovación Sandinista.
Dal 1996 si interessa quasi esclusivamente di letteratura: da allora, ha pubblicato
quattro romanzi, due raccolte di racconti e quattro saggi, uno di questi –“Adiós
muchachos, memoria della rivoluzione sandinista”- è stato pubblicato in Italia
da Frilli Editori nel 2003.
Ramírez ha parlato con noi delle elezioni in Nicaragua, che il 5 novembre decideranno
chi sarà il nuovo presidente. Un appuntamento cruciale, che vede Daniel Ortega
in testa ai sondaggi sul banchiere conservatore Eduardo Montealegre e su Edmundo
Jarquín dell’MRS ed il liberale José Rizo. Ramírez, a meno di venti giorni dal
voto, denuncia l’alta possibilità di brogli elettorali.
In questi giorni la stampa internazionale ha dato rilevanza ad una sua recente
dichiarazione che parla di un’alta possibilità di elezioni truccate in Nicaragua.
Perchè crede reale questo pericolo?
Perchè è Daniel Ortega, grazie all’alleanza con il cardinale Obando, che controlla
la struttura elettorale. Questa alleanza gli ha permesso di contare con l’appoggio
incondizionato di Roberto Rivas, il presidente della CSE (il Consiglio supremo elettorale, ndr), che era un inflessibile avversario del sandinismo e accòlito di Obando. Ortega
è riuscito ad avere la maggioranza nel CSE fino a diventarne il padrone: grazie
al Patto con Alemán ne controlla tutta la struttura, dagli uffici tecnici ai consigli
elettorali regionali.
Per molti all’estero è difficile capirlo. Che cosa porta Daniel Ortega, il leader
di un sandinismo che è stato un esempio per la sinistra internazionale, a fare
un patto con Arnoldo Alemán, simbolo invece del capitalismo più corrotto?
Questo succede perchè l’FSLN non è più quello di prima. È un partito con una
base radicale di sinistra, leale ai vecchi principi della rivoluzione, con una
dirigenza anchilosata, che usa la mano dura per controllare le strutture e disfarsi
dei dissidenti, che però ha anche molta fame di potere e di interessi. Per questo,
al di sopra di qualsiasi ideologia, dà la precedenza agli accordi di potere, perfino
con Alemán. Bayardo Arce, luogotenente di Ortega e imprenditore, ha dichiarato
in questi giorni al Nuevo Diario che ha accompagnato Ortega alle riunioni con
tutti i banchieri per dare le garanzie che, in caso di vittoria, tutto sarà come
prima; ed ha aggiunto che “si manterranno le relazioni con queste istituzioni,
specialmente con l’FMI” perchè sono coscienti che al giorno d’oggi la comunità
internazionale prende molto sul serio il verdetto emesso dall’FMI sull’economia.
Come si vede, il discorso radicale è solo una maschera. Ortega attacca l’FMI davanti
alla gente, però assicura ai banchieri che convivrà con l’FMI. La base radicale
dell’FSLN è stata educata a rinunciare ai principi a lungo difesi, in cambio di
“movimenti tattici”.
Lo stesso, o peggio, nel caso dell’aborto terapeutico. La gerarchia cattolica
ha messo a prova la sincerità del patto di Ortega con Obando e ha scelto il tema
della proibizione assoluta dell’aborto, anche dell’aborto terapeutico, permesso
in Nicaragua da cento anni. Ortega non ha esitato a schierarsi contro l’aborto
terapeutico, mentre il vescovo di Chontales ha chiamato assassino Edmundo Jarquín
per esserne a favore.
Come ha influenzato sinora il Patto la vita politica nicaraguense?
Inizialmente, ha creato nella gente un sentimento di rifiuto della classe politica
tradizionale, dei deputati dell’Assemblea Nazionale e quindi il desiderio di uscire
da questo tunnel. Più della metà dell’elettorato vuole un cambiamento che seppellisca
il Patto, secondo i sondaggi.
L’Europa invia gli osservatori e dice: “Vinca il migliore”. Gli Usa, invece,
dicono: “Non vinca Ortega”. Che giudizio dà dell’ingerenza statunitense nella
politica nicaraguense?
Gli Stati Uniti si sono sempre distinti per la loro goffaggine in politica estera.
Credono che se il loro ambasciatore parla male di Ortega, questo gli tolga voti.
Però, per la stessa ragione, nemmeno il diffuso sentimento anti imperialista della
gente dà voti ad Ortega. Solo i convinti sostenitori di Ortega lo voteranno senza
sentire ragioni.
E quando la Unione Europea dice “vinca il migliore”, aggiunge in silenzio: però
bisogna vigilare che si contino bene i voti, che non ci sia frode. Per questo
invia una legione di osservatori, che non sarebbero necessari in circostanze normali,
perchè ci sono già quelli della OSA e del Centro Carter. Vogliono rafforzare il
quadro e per questo anche la Spagna, a parte, sta mandando i propri osservatori.
Tutti sanno che essendo Ortega a controllare l’organismo che conta i voti, non
c’è da fidarsi.
D’altra parte, Chávez evita commenti ma intanto invia petrolio ai municipi sandinisti.
Saranno capaci i nicaraguensi di votare senza pensare alle pressioni straniere?
Non credo influisca. Le cisterne con combustibile venezuelano, inviato da Chávez,
ricoperte da teloni propagandistici, stanno arrivando ai comuni e sono ricevute
con fiori e musica dai sindaci di Ortega. In piena campagna elettorale! È poco,
non supplisce nemmeno il consumo di un giorno di questi comuni, ma è un atto di
propaganda. Ciò nonostante, la gente che è contro Ortega –secondo le inchieste
è il 65% della popolazione- non lo voterà in cambio di un litro di benzina.
Edmundo Jarquín, il candidato di Renovación Sandinista, secondo alcuni osservatori,
può inserirsi a sorpresa tra Ortega ed il candidato liberale Montealegre. Lei
è stato tra i fondatori dell’MRS ormai più di dieci anni fa. Perchè è costato
tanto a questo partito conquistare l’appoggio popolare?
Perchè questo è il tempo che l’elettorato ci ha messo per rinunciare alla polarizzazione.
Quando abbiamo fondato l’MRS, la maggior parte dei sandinisti diceva che la nostra
opzione era la migliore, però che solo Ortega poteva battere Alemán. E quelli
che stavano contro Ortega dicevano che la crezione dell’MRS era una manovra di
Ortega; logico, fino a poco tempo prima la mia immagine appariva sempre a fianco
di Ortega. Però così sono i processi politici ed ora l’MRS ha acquistato credibilità
ed ha un forte appoggio elettorale. Allora io mi sentii deluso: oggi, capisco
che stavamo seminando qualcosa che ci ha messo dieci anni a germinare.
È possibile che Jarquín faccia la sorpresa?
Può darsi. Uno dei due, o lui o Montealegre, vincerà le elezioni, non c’è dubbio.
Ortega si basa sui sondaggi (a oggi secondo i sondaggi è favorito con oltre il
35 percento dei voti e 'rischia' di vincere al primo turno), come Rizo che ha
il peso di essere il candidato di Alemán. L’elettorato indipendente, che si muove
tra i due, è quello che deciderà le elezioni. La decisione finale gira attorno
ad un punto: vorranno, quelli che chiedono un cambiamento e avversano il Patto,
un governo di centro destra o un governo di centro sinistra? È maturato abbastanza
l’elettorato per avere fiducia di un sandinismo democratico e differente, ossia
un sandinismo socialdemocratico? A questa domanda verrà data una risposta solo
il giorno delle elezioni.
Montealegre è un uomo di destra. Nel caso di una vittoria di questo candidato,
non crede che possano ripetersi gli eccessi del governo Alemán?
Non credo. Essere di destra non è sinonimo di corruzione. Nemmeno, per colpa
di Ortega e dei suoi, dobbiamo credere che essere di sinistra significhi essere
corrotti. Per me, il problema è se l’interesse nazionale peserà più degli interessi
finanziari di Montealegre.
La posta in palio è alta. Che cosa c’è realmente in ballo in queste elezioni?
La sopravvivenza della democrazia e, con questa, il destino economico e sociale
del Nicaragua. Non vedo un governo di Ortega che espropria i proprietari terreri,
o nazionalizzi le banche e il commercio estero. Vedo una combriccola avida di
potere economico e ansiosa di rafforzare i propri affari, di legittimarsi di fronte
alla classe alta, di essere accettata come pari. E vedo una politica economica
sbagliata, impregnata di populismo. I bilanci preventivi non resisteranno alla
prima tempesta perchè Ortega non crede che i deficit o i debiti con l’estero siano
un errore. E vedo l’ombra di Chávez su un triste panorama nel quale Ortega si
trasforma in un populista di secondo piano, capace di sopravvivere mentre Chávez
lo alimenta con petrodollari.
Come potrebbero reagire gli Stati Uniti nel caso di una vittoria di Ortega? In
questo caso sarebbe quasi sicuro l’allineamento con Caracas, La Paz e La Habana:
gli Usa rimarrebbero ancora a guardare?
Solo se Ortega vincesse in maniera pulita. Se gli osservatori internazionali
e gli organismi nicaraguensi di difesa del voto –Etica e Trasparenza, per esempio-
dichiarassero che l’elezione è pulita, nessuno, nemmeno gli Stati Uniti, potrebbe
sfidare una vittoria di Ortega. Sulle relazioni che avrebbe l’amministrazione
Bush con un governo Ortega saranno poi fatti loro.
Lei ha condiviso con Daniel Ortega il cammino del governo sandinista durante
gli anni Ottanta. Quando ha smesso di credere in Ortega?
Nel 1990 tutti noi che formavamo parte della dirigenza della rivoluzione fummo
d’accordo nel riconoscere la nostra sconfitta elettorale. Fu una svolta. Dopo
aver portato il popolo al trionfo sulla dittatura di Somoza, riconoscere la sconfitta
elettorale fu la più grande azione eroica. Da allora, lasciato da parte il progetto
rivoluzionario che già non funzionava, ho cercato di essere leale al compromesso
con la democrazia che, senza la volontà dell’FSLN, non sarebbe stata possibile.
Ortega, pochi giorni dopo quella decisione, pensò di essersi sbagliato. Io no.
Ho sempre pensato che facemmo la cosa corretta. L’ossessione di Ortega per riprendere
il potere viene da lì, dall’idea che ha un debito da saldare, che deve recuperare
qualcosa che gli apparteneva e che gli hanno tolto ingiustamente. Da allora l’incompatibilità
tra noi due è iniziata a crescere.
Come si immagina il Nicaragua tra venti anni?
Tra venti anni la cosa più probabile è che io non ci sarò. Però sogno un Nicaragua
sicuro di sè stesso, delle sue istituzioni, con alternanza al potere ed equilibrio
nei poteri dello Stato. Con alti indici di educazione e salute, di lavoro qualificato.
Senza bambini accattoni ai semafori e prostituzione infantile. Però, soprattutto
un Nicaragua con speranza ed ottimismo.