Ancora caos nello stato di Oaxaca per manifestanti in sciopero da mesi. Si avvicina la repressione militare

La transizione che il paese sta vivendo per il passaggio del
testimone fra Vicente Fox, presidente messicano uscente, e il neo eletto Felipe
Calderon, avvenuto 40 giorni fa, questa settimana si troverà ad affrontare una
autentica prova del fuoco. Il governo federale dovrà decidere se intervenire o
meno con polizia o militari nello Stato di Oaxaca, dove regna il caos ormai da
quasi cinque mesi, a causa di una rivolta sociale iniziata dai maestri e poi
divenuta simbolo di un generico malcontento sociale. Dopo vari tentativi di
approccio diplomatico fatti dal governo centrale, è scattato l'ultimatum che
scade oggi: porre fine allo sciopero a oltranza e permettere la riapertura
delle oltre diecimila scuole chiuse da mesi. Ma l'accordo ancora manca.
Rabbia incrollabile. Aggressioni a mano armata ai membri di Appo, l'Assemblea dei popoli di Oaxaca,
si ripetono ormai da giorni, aumentando man mano che l’accordo si allontana.
La tensione è ulteriormente salita dopo che sabato un
manifestante è stato ucciso a sangue freddo da un militare. Si tratta di Alejandro
Garcia, 41 anni, pittore. Da quel momento la rabbia è diventata incontrollabile
e non solo a Oaxaca. Molti manifestanti sono da oltre un mese raggruppati nella
piazza dello Zocalo, a Città del Messico, dove sono arrivati attraverso una
lunga marcia simbolica. Il cuore della capitale, dunque, è ora un vero e
proprio bastione dell'Assemblea dei popoli di Oaxaca. Ed è lì che da
sabato si scandiscono slogan del tipo “Alejandro, compagno, la tua morte sarà
vendicata”, oppure “Bisogna proseguire nella lotta”.
Il colpevole. Il pomo della discordia resta la
questione del governatore dello stato, Ulises Ruiz. I maestri,
accusandolo di essere il principale colpevole della mala-istruzione e di aver
usato fin dai primi giorni di sciopero un approccio violento e repressivo, ne
chiedono le dimissioni, senza se e senza ma.
Alcuni passi avanti. La scorsa settimana i
rappresentanti di Appo e alcuni dirigenti del sindacato dei maestri si sono
incontrati a Città del Messico con il ministro Carlos Abascal, nell’intento di
giungere a una soluzione. La premessa era di accantonare il caso Ruiz e
rimandarne la discussione a trattativa finita. Le discussioni si sono, quindi,
concentrate sui punti focali che hanno scatenato la rivolta. In primis il
misero stipendio degli insegnanti e il pessimo stato delle istituzioni
scolastiche, strutturalmente inadeguate e dai programmi superati.
Ne è emersa una lunga trattativa, che sembrava avesse aperto
spiragli di speranza. Ma tutto è stato di nuovo sospeso, poco dopo. Un accordo
è stato trovato, ma dovrà essere prima approvato dall’Assemblea dei popoli,
che se non metterà in discussione i 4mila milioni di dollari offerti dal
governo in sei mesi per aumentare gli stipendi dei maestri, punterà sicuramente
i piedi sul caso Ruiz, che fino a domani è appeso a una decisione parlamentare.
Lente d’ingrandimento sul caso Ruiz. Il destino del
governatore di Oaxaca è, infatti, appeso all’articolo 76 della Costituzione
messicana. Se il Senato domattina darà ragione agli scioperanti, i quali
gridano all’ingovernabilità dello Stato e pretendono la testa di Ruiz, il
governatore dovrà dimettersi. Altrimenti resterà, ma la guerra dei maestri non
si placherà con la diplomazia.
Una sottocommissione di tre senatori ha incontrato tutte le
parti in causa: Ulises Ruiz, che dice di avere tutto sotto controllo,
l’amministrazione locale, che difende il governatore, i magistrati del
Tribunale superiore della giustizia, che hanno riferito come i poteri
funzionino anche se in maniera limitata, e infine i rappresentanti sindacali
dei maestri e della Appo, che invece hanno mostrato un desolante panorama di non
governo.
Occhi puntati sul senato. Tutto è dunque rimandato a
domani. Se il Senato dirà che a Oaxaca la governabilità non è a rischio, dando
dunque carta bianca a Ruiz, la protesta si radicalizzerà a tal punto che
l’intervento delle forze dell’ordine o dei militari sarà solo questione di
giorni.