Ecuador al ballottaggio. Un faccia a faccia fra Noboa, ricco bananero, e Correa, della sinistra radicale
Alvaro Noboa e Rafael Correa si giocheranno la presidenza
dell’Ecuador al ballottaggio, il 26 novembre prossimo. Questo il risultato,
anche se ancora parziale, delle
elezioni di ieri. Secondo i dati finora
pervenuti dal sistema di conteggio rapido vigente nel paese, con il 63 per cento
dei voti scrutinati il vantaggio di Noboa, il re delle banane, su Correa, di
Alianza Pais (coalizione di sinistra), si è stabilizzato su quattro punti: 26,77
contro 22,45.
A ruota. Dando un’occhiata ai suffragi racimolati
dagli altri candidati, sorprendente è il 15,83 di Gilmar Gutierrez, fratello del
presidente, che ha
superato, anche se di poco, il socialdemocratico Leon Roldos. Sul 10 si è
fermata la bella social-cristiana Cynthia Viteri.
Tutto in regola. Oltre alla scelta del presidente e
del suo vice, i 9 milioni e 200 mila ecuadoriani erano chiamati a votare 100
deputati per il Congresso, 5 rappresentanti al parlamento delle Ande,
67 consiglieri provinciali e 647 amministratori comunali. Il governo
e gli osservatori dell’Organizzazione degli stati americani (Oea) hanno
dichiarato che tutto si è svolto
regolarmente, ma le polemiche non mancano.
I perdenti. Al “ringrazio tutti i poveri ecuadoriani”
di Alvaro Noboa, hanno fatto da contro canto un arrabbiato Correa, dato come
favorito da molti sondaggi, che ha gridato alla frode, e uno sprezzante Roldos
che, riferendosi ai capitali di Noboa, ha commentato: “Si è imposto il potere
degli assegni”.
Gli analisti sono concordi nel dire che i risultati
di ieri delineano una sconfitta dei partiti politici un tempo forti,
soprattutto del Social Cristiano e del Pre, relegato nelle ultime
posizioni. La
disfatta è il frutto della cecità di coloro che si sono considerati i
padroni
delle rispettive formazioni, trattandole alla stregua di aziende
private, mirando solo agli interessi personali. Ma sono pure il segno
di una carente democrazia
interna.
Soldi, soldi, soldi. Secondo il quotidiano
ecuadoriano “Hoy”, l’uomo che si presentava fra i più “seri e promettenti” per
il futuro del paese, Leon Roldos, della Rete etica e democrazia, appoggiato
dalla già debilitata sinistra democratica, è stato il più deludente. “I partiti
non hanno avuto la capacità di rinnovarsi, né di generare proposte ideologiche
e programmatiche che entusiasmino”. Quindi chi più paga più vince. E in quanto
a ricompense da spartire, nessuno può competere con Noboa.
Specchio del continente. Al faccia a faccia, dunque,
si presenteranno i due estremi.
Da un lato, Noboa, l’uomo della Casa Bianca, impresario bananero
ricco e potente, difensore del libero commercio e della globalizzazione, che ha
fra i punti cardine del suo programma il rinnovo del Tlc e la rottura di ogni
relazione con gli anti-Usa Cuba e Venezuela.
Dall’altro Correa, il candidato dal programma più radicale.
Autodefinitosi rappresentante della politica di confronto con gli Usa, si è
detto contrario al Tlc e ispirato alle linee politiche inaugurate dal venezuelano
Hugo Chavez e dal boliviano Evo Morales.
L’Ecuador come specchio della suddivisione interna dell’intero
continente: chi con Chavez chi con Bush. La partita è appena iniziata.