Torsello era appena tornato da Musa Qala, teatro da mesi di scontri armati e massicci bombardamenti
Una
nuova telefonata tra Torsello e l'ospedale di Emergency a Lashkargah è
intercorsa questa sera alle 21.30 ora locale afgana. Gabriele Torsello,
il giornalista fotoreporter scomparso lo scorso giovedì ha parlato al
telefono con il responsabile afgano della sicurezza dell'ospedale di
Lashkargah, rassicurandolo sulle proprie condizioni di salute.
"Sto bene - ha detto Torsello - ci siamo spostati di zona".
Rakmatullah, il responsabile della sicurezza dell'ospedale di
Lashkargah, ha parlato anche con i rapitori di Torsello i quali hanno
promesso una nuova comunicazione.
Era appena tornato da
Musa Qala, Gabriele Torsello. Una
città a nord di Lashkargah, sopra il distretto di Sangin. Una città
sconosciuta al mondo ma ben inquadrata nel mirino dei cacciabombardieri
Nato-Isaf.
E' stato lì con la sua Nikon D200, ed è tornato con delle
foto importanti.
Musa Qala non c'era più. Al posto dei palazzi e delle case, solo degli enormi
crateri. Persino l'ospedale è stato
raso al suolo dai bombardieri in missione di pace e di
stabilizzazione. E questo aveva molto colpito gli operatori di un
altro ospedale, quello di Emergency a Lashkargah. Colpiti e indignati:
"Possibile che si possa bombardare un ospedale?". Possibile, se si
accettano le regole della guerra. Che sono le stesse sia che la guerra
si faccia con cinture esplosive o che la si faccia con i bombardieri.
Lo scopo è uno solo: terrorizzare i civili, colpirli, massacrarli
quanto più possibile. Salvo poi farli passare per effetti
collaterali. O salvo poi mettere di fianco ai cadaveri dei kalashnikov e
travestirli così da combattenti talebani.

Gira
solo, senza alcun autista, Gabriele. Conosce bene quelle zone.
Conosce la gente del sud, e vuole raccontare quello che, nascosto ai
riflettori delle televisioni, alla gente del sud sta succedendo.
Per
questo, nonostante tutti lo avessero sconsigliato, un mese fa era partito
per le zone più colpite dalle aviazioni occidentali. "E' molto
appassionato - racconta Marina Castellano, infermiera di Emergency - e per
nulla sprovveduto. Parla anche Pashto, la lingua dei talebani. Me lo
sono ritrovato fuori dall'ospedale un mesetto fa. Era appena stato
rilasciato dalla polizia locale". Lo avevano scambiato per un
terrorista talebano - vedi la sorte - perché era vestito da afgano, ma
aveva tutte le borse e i marsupi che un fotografo si porta appresso. Si
era fermato a bere una bibita nella via parallela a quella della
residenza del governatore, e le guardie del corpo gli erano saltate addosso,
buttandolo a terra e tenendolo a faccia in giù con le canne dei fucili mitragliatori
puntate in faccia. Pericoloso fermarsi in quella via, dove hanno
sede le "organizzazioni non governative" collegate ai militari inglesi e americani.
"Voglio andare
a vedere cosa stiamo combinando nelle province colpite dai raid aerei"
aveva annunciato. Ed è partito. Facendo in tempo a fotografare
l'attentato che a Lashkargah lo scorso 26 settembre aveva colpito proprio la strada
delle "Ong" facendo 20 vittime, 8 poliziotti e 12 civili.

"Alla fine è partito davvero,
non c'è stato verso di fermarlo", racconta ancora Marina. "Gli abbiamo
lasciato i nostri numeri di telefono. Gli abbiamo chiesto di tenerci
aggiornati, di farci sapere come andava. Francamente eravamo un po' in
ansia per Gabriele che, nonostante tutte le nostre
preoccupazioni, se ne stava andando in posti davvero pericolosi per
poter documentare gli orrori della guerra".
Poi è tornato: "Martedì scorso mi è arrivato un messaggio: sono qui, sono tornato,
tutto bene". Gabriele
è ripassato dall'ospedale di Emergency. E ha mostrato il suo lavoro. "Non
aveva più soldi, ma voleva continuare a documentare lo schifo che gli
occidentali stanno combinando in quelle province. Così ha deciso
di tornare a Kabul, per provare a vendere da lì le sue foto, e poi
ripartire".
"L'ultimo momento in cui lo visto, mercoledì scorso, l'ho accompagnato al cancello.
Aveva sulla spalla il tappeto per la preghiera che, a lui musulmano, aveva appena
regalato
Rahmat, il consulente afgano della sicurezza del nostro ospedale. Era già
vicino al cancello, e io l'ho richiamato. Gli ho detto 'ti prego stai
attento, non mi fare preoccupare, che sei già diventato la mia fonte di
ansia'.
Lui si è voltato e mi ha detto: 'Tranquilla, appena arrivo a
Kabul ti chiamo".
Ha
chiamato, Gabriele, proprio l'ospedale di Emergency, probabilmente
l'unico numero occidentale nella memoria del suo telefono afghano. Ma
non ha chiamato da Kabul.