15/10/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Torsello era appena tornato da Musa Qala, teatro da mesi di scontri armati e massicci bombardamenti
Una nuova telefonata tra Torsello e l'ospedale di Emergency a Lashkargah è intercorsa questa sera alle 21.30 ora locale afgana. Gabriele Torsello, il giornalista fotoreporter scomparso lo scorso giovedì ha parlato al telefono con il responsabile afgano della sicurezza dell'ospedale di Lashkargah, rassicurandolo sulle proprie condizioni di salute. "Sto bene - ha detto Torsello - ci siamo spostati di zona". Rakmatullah, il responsabile della sicurezza dell'ospedale di Lashkargah, ha parlato anche con i rapitori di Torsello i quali hanno promesso una nuova comunicazione.

 
Musa Qala
Era appena tornato da Musa Qala, Gabriele Torsello. Una città a nord di Lashkargah, sopra il distretto di Sangin. Una città sconosciuta al mondo ma ben inquadrata nel mirino dei cacciabombardieri Nato-Isaf.
E' stato lì con la sua Nikon D200, ed è tornato con delle foto importanti. Musa Qala non c'era più. Al posto dei palazzi e delle case, solo degli enormi crateri. Persino l'ospedale è stato raso al suolo dai bombardieri in missione di pace e di stabilizzazione. E questo aveva molto colpito gli operatori di un altro ospedale, quello di Emergency a Lashkargah. Colpiti e indignati: "Possibile che si possa bombardare un ospedale?". Possibile, se si accettano le regole della guerra. Che sono le stesse sia che la guerra si faccia con cinture esplosive o che la si faccia con i bombardieri. Lo scopo è uno solo: terrorizzare i civili, colpirli, massacrarli quanto più possibile. Salvo poi farli passare per effetti collaterali. O salvo poi mettere di fianco ai cadaveri dei kalashnikov e travestirli così da combattenti talebani.
 
Un vilaggio afgano bombardatoGira solo, senza alcun autista, Gabriele. Conosce bene quelle zone. Conosce la gente del sud, e vuole raccontare quello che, nascosto ai riflettori delle televisioni, alla gente del sud sta succedendo.
Per questo, nonostante tutti lo avessero sconsigliato, un mese fa era partito per le zone più colpite dalle aviazioni occidentali. "E' molto appassionato - racconta Marina Castellano, infermiera di Emergency - e per nulla sprovveduto. Parla anche Pashto, la lingua dei talebani. Me lo sono ritrovato fuori dall'ospedale un mesetto fa. Era appena stato rilasciato dalla polizia locale". Lo avevano scambiato per un terrorista talebano - vedi la sorte - perché era vestito da afgano, ma aveva tutte le borse e i marsupi che un fotografo si porta appresso. Si era fermato a bere una bibita nella via parallela a quella della residenza del governatore, e le guardie del corpo gli erano saltate addosso, buttandolo a terra e tenendolo a faccia in giù con le canne dei fucili mitragliatori puntate in faccia. Pericoloso fermarsi in quella via, dove hanno sede le "organizzazioni non governative" collegate ai militari inglesi e americani. "Voglio andare a vedere cosa stiamo combinando nelle province colpite dai raid aerei" aveva annunciato. Ed è partito. Facendo in tempo a fotografare l'attentato che a Lashkargah lo scorso 26 settembre aveva colpito proprio la strada delle "Ong" facendo 20 vittime, 8 poliziotti e 12 civili. 
 
L'ospedale di Emergency a Lashkargah"Alla fine è partito davvero, non c'è stato verso di fermarlo", racconta ancora Marina. "Gli abbiamo lasciato i nostri numeri di telefono. Gli abbiamo chiesto di tenerci aggiornati, di farci sapere come andava. Francamente eravamo un po' in ansia per Gabriele che, nonostante tutte le nostre preoccupazioni, se ne stava andando in posti davvero pericolosi per poter documentare gli orrori della guerra".
Poi è tornato: "Martedì scorso mi è arrivato un messaggio: sono qui, sono tornato, tutto bene". Gabriele è ripassato dall'ospedale di Emergency. E ha mostrato il suo lavoro. "Non aveva più soldi, ma voleva continuare a documentare lo schifo che gli occidentali  stanno combinando in quelle province. Così ha deciso di tornare a Kabul, per provare a vendere da lì le sue foto, e poi ripartire". 
"L'ultimo momento in cui lo visto,  mercoledì scorso, l'ho accompagnato al cancello.
Aveva sulla spalla il tappeto per la preghiera che, a lui musulmano, aveva appena regalato Rahmat, il consulente afgano della sicurezza del nostro ospedale. Era già vicino al cancello, e io l'ho richiamato. Gli ho detto 'ti prego stai attento, non mi fare preoccupare, che sei già diventato la mia fonte di ansia'.
Lui si è voltato e mi ha detto: 'Tranquilla, appena arrivo a Kabul ti chiamo".
Ha chiamato, Gabriele, proprio l'ospedale di Emergency, probabilmente l'unico numero occidentale nella memoria del suo telefono afghano. Ma non ha chiamato da Kabul. 

Maso Notarianni

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