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I termini della pace. Secondo l’accordo, l’Eastern Front si impegna a cessare l’attività armata in cambio di una
maggiore partecipazione politica (riceverà tre ministeri nel governo centrale
e
dieci seggi in Parlamento), e di più investimenti. Non è un caso che gli ormai
ex-ribelli abbiano subito chiesto la riapertura della frontiera con l’Eritrea
e
la fine dello stato di emergenza, per risollevare una regione che ospita
miniere d’oro e di diamanti ma che rimane una delle più povere del Paese,
strangolata da più di dieci anni di conflitto a bassa intensità. A fare da
garante per gli accordi di pace sarà il governo eritreo, uscito come il grande
vincitore dalle trattative, portate avanti e concluse senza l’appoggio della comunità
internazionale né tantomeno dell’Onu. Un aspetto prontamente sottolineato dal
presidente sudanese per ribadire ancora una volta l’inutilità della presenza
dei caschi blu in Darfur.
Le incognite. Quello di sabato è il terzo accordo di pace siglato
dal governo sudanese in meno di tre anni, dopo quello che pose fine alla
ventennale guerra civile con il sud cristiano e animista e l’accordo dello
scorso maggio con parte dei ribelli darfurini. Se quest’ultimo si è rivelato un
sostanziale fallimento, perché non riconosciuto dalla maggioranza dei ribelli,
la
pace nord-sud regge, nonostante le costanti frizioni tra il presidente e i
membri del Sudan People’s Liberation
Movement e la lentezza nella ricostruzione. Proprio per questo i
rappresentanti dell’Eastern Front hanno
contrapposto un moderato ottimismo ai canti e ai balli organizzati ieri per le
strade di Port Sudan. Il rispetto degli accordi di pace è ben più impegnativo
della firma degli stessi. Matteo Fagotto