14/10/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Firmato l’accordo tra governo sudanese e ribelli dell’Eastern Front
Che fosse un giorno speciale l’aveva già suggerito la presenza, ai colloqui di Asmara, del presidente sudanese Omar el-Beshir. Che ieri, assieme al leader dell’Eastern Front, Mussa Mohammed Ahmed, ha posto fine a 12 anni di guerra a bassa intensità nell’est del Sudan. Una buona notizia non solo per le popolazioni locali, che vedono riconosciuti i loro diritti, ma anche per il governo di Khartoum, che mette al riparo da nuovi attacchi le installazioni petrolifere di Port Sudan.
 
La firma degli accordi di pace ad AsmaraI termini della pace. Secondo l’accordo, l’Eastern Front si impegna a cessare l’attività armata in cambio di una maggiore partecipazione politica (riceverà tre ministeri nel governo centrale e dieci seggi in Parlamento), e di più investimenti. Non è un caso che gli ormai ex-ribelli abbiano subito chiesto la riapertura della frontiera con l’Eritrea e la fine dello stato di emergenza, per risollevare una regione che ospita miniere d’oro e di diamanti ma che rimane una delle più povere del Paese, strangolata da più di dieci anni di conflitto a bassa intensità. A fare da garante per gli accordi di pace sarà il governo eritreo, uscito come il grande vincitore dalle trattative, portate avanti e concluse senza l’appoggio della comunità internazionale né tantomeno dell’Onu. Un aspetto prontamente sottolineato dal presidente sudanese per ribadire ancora una volta l’inutilità della presenza dei caschi blu in Darfur.
 
Ribelli dell'Eastern FrontLe incognite. Quello di sabato è il terzo accordo di pace siglato dal governo sudanese in meno di tre anni, dopo quello che pose fine alla ventennale guerra civile con il sud cristiano e animista e l’accordo dello scorso maggio con parte dei ribelli darfurini. Se quest’ultimo si è rivelato un sostanziale fallimento, perché non riconosciuto dalla maggioranza dei ribelli, la pace nord-sud regge, nonostante le costanti frizioni tra il presidente e i membri del Sudan People’s Liberation Movement e la lentezza nella ricostruzione. Proprio per questo i rappresentanti dell’Eastern Front hanno contrapposto un moderato ottimismo ai canti e ai balli organizzati ieri per le strade di Port Sudan. Il rispetto degli accordi di pace è ben più impegnativo della firma degli stessi.
 
Le ripercussioni. Il governo sudanese sta tentando in tutti i modi di tenere assieme un Paese percorso da fremiti indipendentisti. Per questo l’accordo di sabato costituisce comunque un ottimo risultato per Khartoum, costretta per dodici anni a schierare buona parte dei suoi contingenti militari a Port Sudan per proteggere le installazioni petrolifere prese di mira dai ribelli. A livello diplomatico, la pace raggiunta potrebbe permettere di allentare in parte la pressione della comunità internazionale, sempre più preoccupata dalle voci sui massacri in corso nella regione occidentale del Darfur. Il governo sudanese dovrà ora decidere se risolvere con la diplomazia o le armi l’ultima grande questione di politica interna ancora in sospeso. 

Matteo Fagotto

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