La sintesi di un'intervista a Gabriele Torsello, autore del libro di fotografie 'The Heart of Kashmir'
Il soprannome di Gabriele Torsello, il fotoreporter italiano rapito in Afghanistan,
è 'Kash'. In Kahsmir Gabriele ha trascorso sette anni, al termine dei quali ha
pubblicato 'The heart of Kashmir' raccolta di fotografie che racconta il cuore
diviso di una regione teatro da 50 anni di un conflitto che ha provocato migliaia
di morti. Pubblichiamo la sintesi di un'intervista che Gabriele ha realizzato
in occasione della presentazione del libro e pubblicata sul sito del 'Muslim Council
of Britain' (la Consulta islamica britannica) due anni fa.
Sono nato ad Alessano, un piccolo paesino nel sud Italia. Sono sempre stato affascinato
dalla natura, in special modo dal mare... non ho mai dato per scontata nessuna
parola, nessuna ideologia, la mia attenzione si è soffermata più sul loro significato
e sulle loro radici... è stato mio zio a regalarmi la mia prima macchina fotografica,
e da ragazzino ho letto due libri del più grande maestro di fotografia in bianco
e nero: Ansel Adams. I suoi libri mi hanno aiutato a capire che la fotografia
non è solo una tecnica, ma un linguaggio.
Avevo quasi 20 anni quando ho terminato i miei studi e ho lasciato il mio paese.
A Roma ho realizzato il mio primo foto-documentario sulla vita nelle strade della
capitale e sui senzatetto. Per farlo ho deciso che sarei diventato anch'io un
senzatetto, per avvicinarmi al loro 'stile di vita' e comprendere meglio i loro
sentimenti... per un anno ho lavorato per l'industria cinematografica, un ottimo
lavoro e pagato molto bene, ma per me insoddisfacente: non ero felice con me stesso...
ricordo che un giorno mi sono svegliato con un pensiero: India. Ho lasciato il
lavoro nel cinema... Nel 1994 ho viaggiato in India per tre motivi: sperimentare
la vita in un villaggio remoto, incontrare un uomo considerato sacro - Baba -
e viaggiare in una zona di guerra... durante il mio soggiorno in India ho saputo
del conflitto in Kashmir dai giornali nazionali... chiedevo alla gente le ragioni
di tale violenza, ma non ricevevo spiegazione. La risposta più comune era: "E'
una regione molto pericolosa, dove la gente muore.."... quanto più a lungo mi
soffermavo in India, tanto maggiore era la mia attrazione per il Kashmir.
Ci sono arrivato attraversando tutta l'India in treno, ho preso un autobus fino
alla valle del Kashmir e sono arrivato alla destinazione finale, Srinagar... è
difficile raccontare a parole come quell'esperienza ha cambiato la mia vita. Sono
stato testimone di molte atrocità, ma ho incontrato anche gentilezza umana e purezza...
tornato in Europa ero determinato a raccontare al mondo intero la storia del popolo
kashmiro e della loro vita quotidiana... nel 2002 ho pubblicato da solo il primo
libro fotogiornalistico a copertina rigida sul Kashmir del mondo. Cinquemila copie
de 'Il cuore del Kashmir' sono state stampate senza nessuno sponsor... la mia
prima visita alla regione è stata in un periodo in cui ai media internazionali
e agli esperti di diritti umani non era facilmente concesso di entrare nella regione.
Ho incontrato una realtà crudele. E' difficile, e continuerà ad esserlo, mostrare
le violazioni dei diritti umani in Kashmir, e io non potrò mai voltare le spalle...
una volta ho fotografato un kashmiro ucciso dopo essere stato torturato... una
donna che piangeva mi ha guardato, gridandomi: "Cosa ne farai di quelle foto,
le darai a qualcun altro e nessuno saprà di noi, o mostrerai al mondo cosa succede
in Kashmir?". Non ho risposto, ma dentro di me sentivo tutto il suo dolore e la
sua rabbia.