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Stranieri benvenuti (se invitati). "La nostra presenza sta esacerbando i problemi della sicurezza del Paese", aveva
detto l'alto ufficiale in un'intervista al quotidiano britannico. Rimbalzate sui
media di tutto il mondo, le dichiarazioni
non solo hanno scatenato un caso nazionale, ma anche aperto una crepa nella 'solidità'
della coalizione internazionale in Iraq, che conta 160 mila uomini, 8.500 dei
quali britannici, al punto da costringere Downing Street a prendere ufficialmente
le distanze da Dannatt: "E' importante ricordare che siamo in Iraq per rappresentare
il desiderio di aiuto di un governo democraticamente eletto, nel quadro di un
mandato delle Nazioni Unite". Il generale aveva spiegato che essendo le truppe
britanniche straniere, e sapendo che nei Paesi islamici gli stranieri sono benvenuti
se invitati, "ebbene, noi certamente non siamo stati invitati da quelli che al
momento ci stavano". La madre di uno dei 119 militari britannici morti nel Paese
ha commentato: "Ottimo, finalmente qulacuno ha detto qualcosa".
Dietro front. Il consenso del quale ha goduto l'esercito britannico si è limitato ai primi
mesi dell'invasione, nella primavera del 2003, e l'iniziale tolleranza si è oggi
trasformata in intolleranza. "Unica eccezione - ha ribadito Dannatt in un'intervista
odierna alla Bbc - l'ottimo lavoro che i soldati britannici stanno svolgendo a
Bassora, dove stanno realmente cercando di migliorare la situazione. Altrove la
nostra semplice presenza è fonte di esasperazione". Dannatt ha spiegato all'emittente
che "non c'è nessun divario col governo", correggendo il tiro sui tempi del ritiro
(non "subito", ma "in un ragionevole lasso di tempo"), rientrando parzialmente
nei ranghi quando, in una nota diffusa venerdì, ha definitivamente dichiarato:
"Sono
un soldato. Noi non ci arrendiamo. Non alziamo bandiere bianche. Resteremo nel
sud dell'Iraq fino alla fine del nostro lavoro". Dannato generale.Luca Galassi