L'ultimo articolo di Anna Politkovskaja, la giornalista russa uccisa sei giorni fa
Tutti ci chiedono: "L'assassinio di Anna Politkovskaja è collegato
all'articolo sulle torture in Cecenia che stava preparando e di cui
aveva parlato durante una trasmissione di radio "Svoboda” (Libertà)
giovedì 5 ottobre, un giorno prima della sua morte?" Oggi in questa
pagina pubblichiamo dei frammenti di due materiali che Anna stava
preparando, ma non conclusi. Il primo è un testo contenente le
testimonianze dirette di vittime delle torture, confermate da analisi
mediche.
Il secondo consiste di fotografie sulle quali si sarebbe dovuto basare
un secondo testo, mai scritto. Queste immagini, in possesso della
Politkovskaja, raccontano le torture subite da cittadini, la cui
identità è ignota. Il video (facciamo appello alla persona che lo ha
consegnato ad Anna di farsi viva) è stato girato dagli stessi
carnefici. Si presume siano funzionari delle forze dell’ordine
governative cecene.
TI CHIAMIAMO TERRORISTA
L'uso della tortura nel programma antiterrorismo in Nord Caucaso

Ogni
giorno ho sulla mia scrivania decine di cartelle: le copie degli
incartamenti riguardanti cause penali di persone in carcere per
"terrorismo" oppure, per il momento, solo indagate.
Perché qui la parola "terrorismo" è tra virgolette? Perché la
stragrande maggioranza di queste persone sono state etichettate con
questo marchio, quindi sono solo terroristi di nome, ma non di fatto.
Nel 2006 questa prassi di "marchiatura dei terroristi" non ha
semplicemente sostituito un’autentica lotta al terrorismo, ma ha anche
trasformato in potenziali terroristi tutti coloro i quali desiderano
vendicarsi. Quando i magistrati e i tribunali non agiscono secondo la
legge e per punire i colpevoli, ma invece ubbidiscono a ordini della
politica e vanno a caccia dei criminali designati dal Cremlino per
compiacere la sua volontà in materia di antiterrorismo, le cause penali
spuntano come funghi.

La produzione in serie di confessioni "spontanee" fornisce ottimi dati al programma
di "lotta contro il terrorismo nel Caucaso del Nord".
Ecco cosa mi hanno scritto le madri di un gruppo di giovani
prigionieri ceceni: "...in realtà, queste penitenziari correzionali
sono dei veri e propri campi di concentramento per i condannati ceceni,
che subiscono ogni genere di discriminazione etnico-razziale. Non
possono uscire dalle loro celle e dai blocchi di isolamento. La
maggioranza, per non dire la quasi totalità, viene condannata con
accuse inventate, senza che esistano prove a sostenerle. L' essere
detenuti in condizioni terribili, il vedere la propria dignità
umiliata, generano in loro un odio verso tutto e tutti. Quello che
ritorna da noi è un intero esercito il cui futuro è stato rovinato...".
Dico la verità: ho paura del loro odio. Ne ho paura perché quest'odio,
prima o poi, scoppierà e strariperà come un fiume in piena. E proprio
tutti diventeranno degli estremisti, ma non quelli che li hanno
torturati.
Le questioni dei "marchiati come terroristi" è il campo nel quale si
scontrano faccia a faccia due diverse concezioni ideologiche di quello
che succede nell'ambito delle "operazioni antiterroristiche nel Caucaso
settentrionale": combattere l’illegalità con la legge? Oppure
applicare la "nostra" illegalità alla “loro”? Questo scontro
provoca una pioggia di scintille che minaccia il presente e il futuro.
Come risultato di questa "marchiatura a terroristi" c’è l'aumento del
numero di coloro che non si rassegnano a questa situazione.

Non
molto tempo fa l'Ucraina ha estradato, su richiesta russa, un certo
Beslan Gadaev, ceceno, arrestato all'inizio di agosto durante un
controllo documenti in Crimea, dove risiedeva in seguito a emigrazione
forzata dalla Russia. Ecco alcune righe di una sua lettera datata 29
agosto:
"...dopo essere stato estradato dall'Ucraina a Groznyi, sono stato
trascinato in un ufficio, dove mi hanno chiesto se avessi ucciso membri
della famiglia Salichovyi, un certo Anzora e un suo amico. Ho giurato
di non aver ucciso nessuno e di non aver mai sparso una goccia di
sangue, né russo, né ceceno. Loro hanno risposto: "No, li hai uccisi".
Ho di nuovo negato. Dopo di che hanno immediatamente cominciato a
picchiarmi. Per prima cosa mi hanno colpito due volte con un bastone
vicino all'occhio destro. Quando mi sono ripreso da questi colpi, mi
hanno fatto girare, mi hanno ammanettato e mi hanno infilato il bastone
tra le braccia, in modo che non potessi muovere né le braccia, né le
mani.
Poi mi hanno afferrato, o meglio, hanno afferrato questo bastone, e mi
hanno appeso a due armadietti, ad un'altezza di circa un metro.
Subito dopo mi hanno avvolto un cavo attorno ai mignoli e, dopo pochi
secondi, hanno cominciato a far passare la corrente e
contemporaneamente a picchiarmi dove potevano con un manganello di
gomma. Siccome il dolore era insopportabile, ho cominciato a gridare, a
chiamare l'Altissimo, e a pregarli di smettere. Per tutta risposta, mi
hanno messo sulla testa un sacchetto di plastica nero, in modo da non
sentire quello che dicevo.
Non so di preciso per quanto hanno continuato, ma ad un certo punto ho
cominciato a perdere i sensi per il dolore. Dopo essersi accorti che
stavo perdendo conoscenza, mi hanno tolto il sacchetto dalla testa e mi
hanno chiesto se avrei confessato. Ho risposto che l'avrei fatto, anche
se non sapevo di cosa stessero parlando. L'ho fatto solo perché la
smettessero di torturarmi almeno per un po'.

Allora
mi hanno tirato giù dagli armadietti, hanno tolto il bastone e mi hanno
sbattuto per terra. Mi hanno detto: "Parla". Ho risposto che non avevo
niente da dire. Al che hanno ricominciato a picchiarmi sull'occhio
destro con il bastone con cui mi avevano tenuto appeso. I colpi mi
hanno fatto rotolare sul fianco e, mentre ero quasi svenuto, sentivo
che mi bastonavano dove capitava. Poi mi hanno riappeso agli armadietti
e hanno ricominciato tutto da capo. Non so per quanto è durata,
continuavano a farmi rinvenire con dell'acqua.
Il giorno dopo mi hanno lavato e mi hanno spalmato qualcosa in faccia e
sul corpo. Più o meno verso l'ora di pranzo è entrato un funzionario
del comune. Mi ha detto che erano arrivati dei giornalisti e che avrei
dovuto confessare tre omicidi e alcuni furti e che se non l'avessi
fatto avrebbero ricominciato a torturarmi e avrebbero anche abusato
sessualmente di me. Ho acconsentito. Dopo l’intervista con i
giornalisti, i miei torturatori, usando le stesse minacce a sfondo
sessuale, mi hanno obbligato a confessare che tutte le percosse, da
loro ricevute, me le ero invece procurate durante un tentativo di fuga.”
Zaur Zakriev, avvocato di Beslan Gadaev, ha comunicato agli
esponenti di Memorial che nel territorio di Groznyi sono state
perpetrate violenze fisiche e psicologiche sul suo cliente. Secondo la
dichiarazione di Zakriev il suo assistito ha confessato di aver
compiuto atti di banditismo nel 2004 nei confronti di esponenti delle
forze dell’ordine. Ma nella questura di Groznyj hanno ottenuto da lui
anche la confessione di crimini da lui non commessi avvenuti nel
villaggio di Starye Atagi della regione di Groznyj. Secondo l'avvocato,
le torture subite da Gadaev hanno lasciato evidenti lesioni sul suo
corpo. I medici del reparto di isolamento 1 di Groznyi dove è
attualmente detenuto Gadaev (accusato di "associazione a delinquere"
secondo l'articolo 209 del Codice Penale della Federazione Russa) hanno
stilato un rapporto che, in base alle visite effettuate su di lui,
elenca numerosi segni di percosse, lesioni quali cicatrici, abrasioni,
ecchimosi, bruciature, costole rotte, oltre che danni permanenti ad
organi interni.
Per tutte queste violazioni dei diritti dell'uomo, l'avvocato Zaur
Zakriev ha presentato ricorso al procuratore generale della Repubblica
Cecena.
Anna Politkovskaja
Nel
video (trovato tra i dischetti della giornalista), due uomini, presumibilmente
appartenenti a una struttura
governativa cecena (gli stessi che hanno girato il filmato), hanno preso due giovani
e li stanno torturando. Uno
dei due giovani è seduto su un veicolo, sanguina copiosamente (è ben
visibile un coltello che spunta vicino al suo orecchio). Un altro
è stato apparentemente buttato fuori dalla macchina e giace
sull'asfalto. I torturatori non sono visibili, si sente solo parlare in
dialetto ceceno.
Trascrizione letterale della conversazione:
- Putin ha detto: "guardate", dice "guardate da tutte le parti...".
- E' ancora cosciente! Questa qua non è ancora morta... [usa il
femminile in maniera dispregiativa, riferendosi ad un uomo]. Guardate
quanto è bello. Soffre di più se non ti vede.
- Respira, fratello, respira...per carità, respira, ti dico...
- E' andato, eh? Questo è andato!
- Sì, è andato
- Allora andiamocene...!
- Ehi, occhio...[...] prendete posizione, prendete posizione, controllate la
zona"