Domenica alle urne. Le quattro alternative per un paese da 8 milioni di poveri

Domenica prossima, 9.165.125
cittadini ecuadoriani andranno alle urne per dare una veste nuova a un paese dalla
povertà
disarmante. Su scala nazionale, dovranno scegliere il presidente della
Repubblica, il suo vice e 5 parlamentari per il Parlamento andino. Su scala
provinciale invece eleggeranno 100 deputati, 67 consiglieri, 674
e i 10 membri delle Giunte parrocchiali rurali.
Presidenti in lizza. Quattro i candidati. Cynthia
Viteri, unica donna in corsa, è esponente di un partito che si ispira a valori
sociali e cristiani. León Roldos è espressione del partito socialdemocratico
Rete etica e Democrazia. Alvaro Noboa, uomo ricchissimo e potente, fa parte del
Partito rinnovatore istituzionale azione nazionale. E infine, il
candidato di sinistra, Rafael Correa, indigeno di Alianza Pais, che i sondaggi
danno vittorioso già al primo turno, con la maggioranza
assoluta o il 40 per cento dei suffragi e una differenza minima dal secondo
più votato del 10 percento.
I manifesti di governo. Gli aspiranti presidenti hanno programmi chiaramente molto diversi fra loro,
più che altro in materia economica e
sulla questione del debito estero.
Correa ha il programma più radicale. Si è autodefinito un
rappresentante della politica di confronto con gli Stati Uniti, ha dichiarato
che non firmerà il Trattato di libero commercio con gli Usa, che chiederà una
moratoria sul debito estero, che seguirà le linee politiche inaugurate dal
venezuelano Hugo Chavez e dal boliviano Evo Morales. Inoltre, è contro la
dollarizzazione
del paese - ovvero l'uso del dollaro come moneta nazionale, entrato in vigore
il 9 gennaio del 2000 - pur non auspicando certo un ritorno al
sucre, la moneta nazionale. Il suo progetto vede l'adozione di
una moneta unica per i paesi andini, nonostante sia consapevole della
difficoltà
di eliminare il dollaro in soli quattro anni. Una posizione presa con
dati alla
mano: in sei anni sono triplicate le uscite statali e le esportazioni
non hanno
ottenuto dinamicità, né tanto meno ci hanno guadagnato le importazioni.
Anzi,
ad aumentare è stata la disoccupazione, che ormai affligge il 10 della
popolazione, e la sottoccupazione, che colpisce il 46 per cento della
gente. La
produttività è calata e il potere di acquisto degli ecuadoriani si è
deteriorato, alimentando l’emigrazione.
Vicino agli Usa. Noboa, impresario
bananero,
è l’uomo della Casa Bianca, il difensore dei vantaggi del libero
commercio e
della globalizzazione. Ha precisato che se vincerà, manterrà la
dollarizzazione, considerata fautrice di stabilità macroeconomica e di
crescita. Si appella al fatto che il Prodotto interno lordo è
raddoppiato in
cinque anni e che l’iperinflazione che regnava fino a sei anni fa
adesso è un
brutto ricordo. Noboa è convinto che la dollarizzazione abbia potuto
garantire
una separazione fra politica ed economia, tanto che, nonostante le
ondate di protesta sociale vissute dal paese negli ultimi anni,
l’economia non
ne ha risentito. È ovvio che Noboa veda di buon occhio il Tlc e tutto
quello che concerne gli Stati Uniti. Quindi, se vincerà, l’Ecuador dirà
addio a ogni relazione con Cuba e il Venezuela.
Guerra alla corruzione. Alla Consulta popolare si appella invece Leon Roldos,
che pensa sia il popolo a dover definire le principali linee del suo
governo, fra le quali le riforme politiche e il trattato di libero commercio.
Ha deciso inoltre di puntare sulla produzione di energie alternative, quale
risorsa economica, e ha giurato guerra alla corruzione.
Alla stabilità politica, economica e sociale punta Cynthia
Viteri, che considera priorità anche la sicurezza e l’efficienza. È
favorevole al libero commercio, perché vede i mercati internazionali quali
importanti occasioni di crescita dell'occupazione, e sintetizza il futuro dell’Ecuador
in due
opzioni: “più violenza e più caos” oppure “qualcosa di responsabile”. Viteri
propone gente nuova e un cambiamento reale, basato su investimenti per
modernizzare in particolare le raffinerie di petrolio.
Ormai è dunque questione di giorni e si saprà chi si
ritroverà al timone di un paese da 8 milioni di poveri.