
“Correre il Gran Premio qui è la dimostrazione che c’è speranza per il Medio
Oriente. La nostra è una realtà diversa, non fatta solo delle brutte cose di cui
tutti parlano.”
A parlare è Salman bin Hamad al-Khalifa, principe ereditario al trono del Bahrain,
vero artefice dell’arrivo in pompa magna del circo del mondiale di automobilismo
per la prima volta nella storia in un Paese arabo.
Il principe è raggiante perché questo non è solo un evento sportivo ma un atto
politico, un investimento in immagine. La monarchia del Bahrein ha investito in
questo avvenimento la bellezza di 150 milioni di euro, ma la spesa astronomica
è giustificata dal ritorno d’immagine per il piccolo regno che, firmando il contratto
con Bernie Ecclestone, padre padrone dell’automobilismo mondiale, il 14 settembre
del 2002, ha battuto la concorrenza di Libia, Egitto e Emirati Arabi Uniti.
Arrivare per primi su un palcoscenico mediatico come quello dell’automobilismo
significa arrivare per primi in occidente, con le credenziali di Paese all’avanguardia
e di cui fidarsi, per turismo e altri affari. Al Bahrain piace arrivare primo,
non a caso è stato il primo Paese arabo a estrarre il petrolio nel Golfo Persico
e qui la benzina costa meno dell’acqua.
In 16 mesi, nel bel mezzo del deserto, a 30 chilometri dalla capitale Manama,
è stato costruito (dall’architetto tedesco Herman Tilke) l’immenso impianto di
Sakhir che copre una superficie di 40mila metri quadrati. I biglietti sono andati
a ruba e 80mila persone affolleranno gli avvenieristici spalti dell’autodromo.
L’attesa mediatica è altissima, tanto che quando il responsabile dei lavori, il
francese Philippe Gurdjan, ha espresso delle perplessità sui tempi di consegna
dell’impianto, è stato censurato da Ecclestone che gli ha imposto lo svolgimento
del Gran Premio per la data prevista.
Manama si prepara a dare un immagine sfavillante di sé per la partenza della
corsa che scatterà domenica 4 aprile alle 14.30 ora locale con le potentissime
auto da corsa che copriranno il circuito per 57 volte. Il sito internet del Bahrain
Tribune ha addirittura in prima pagina il conto alla rovescia da mesi.
Venire a correre qui, alle primedonne di questo circo multimiliardario, causava
dei dubbi, riguardo alla possibilità di avere sabbia nel motore (ma gli organizzatori
hanno rimediato cospargendo di colla l’area del circuito) e alla sicurezza personale
rispetto ad attentati terroristici.
“Tutti i piloti avranno a disposizione guardie del corpo personali e auto blindate
per i trasporti. Tutta la zona dell’autodromo sarà sorvegliata giorno e notte
dalla Guardia Nazionale”, ha assicurato il ministero degli Interni del Bahrain
e Ecclestone, economicamente pragmatico come sempre, ha dichiarato che “tantissime
persone che sono impegnate in questo Gran Premio vivono a Londra, città a rischio
terrorismo permanente, quindi non credo che sia più pericoloso venire a correre
una gara in Bahrain.”
La normalità è il tormentone della campagna pubblicitaria del Gran Premio, ma
non tutto è filato liscio come l’olio.
“Stappare e bere champagne non è apprezzato in un Paese islamico, così come avere
donne quasi nude in giro per l’autodromo”, a dichiarato Adel al-Moawada, deputato
islamista del Bahrein e, meno esplicitamente, è stato sottolineato che non era
troppo gradita la presenza di cittadini israeliani nel territorio dell’emirato.
Con il pragmatismo che contraddistingue Ecclestone e il mondo che rappresenta,
la polemica sulla presenza di ebrei è stata messa sotto silenzio e quella sulle
donne svestite aggirata evitandone la presenza come per lo champagne, sostituito
ad hoc dal Warrd, bibita a base di succhi di frutta e acqua di rose con un po’
di gas per fare scena.
Non è neanche la prima volta, basti pensare che Clay Ragazzoni, primo pilota
a vincere su una Williams un Gran Premio nel 1979, sul podio festeggiò con succo
di frutta, essendo all’epoca un saudita il principale sponsor della casa automobilistica
inglese.
Quindi nell’autodromo e nell’indotto del Gran Premio nessun problema, ma fuori
non tutto si annuncia così tranquillo.
Il regno del Bahrain è un arcipelago composto da 36 isole, con la capitale Manama
che è quella più grande, una monarchia costituzionale con al vertice il re Hamad
bin Isa bin Salman al-Khalifa.
Dal 1971 la famiglia domina in maniera assoluta, ma la riforma costituzionale
del febbraio 2003 ha introdotto un Parlamento bicamerale, con un ramo eletto dal
popolo e uno di nomina regia.
Nel Paese, in cui è in vigore la pena di morte, le donne votano e guidano, ma
i problemi non mancano. Il divario tra la classe dirigente legata al clan familiare
del re, musulmani di confessione sunnita, e la maggioranza della popolazione ,
di confessione sciita, è sempre più profondo.
Gli sciiti si sentono discriminati e le opposizioni hanno boicottato le elezioni
dell’ottobre 2002 per sospetti brogli. Nell’ottobre del 2003, il Centro del Bahrain
per i Diritti Umani, composto di sciiti, ha denunciato una serie di discriminazioni
verso di loro.
“Come padre della nazione e guida nel cammino verso la democrazia, non tollererò
mai nessun insulto verso la mia famiglia.” Questa la risposta del re alle critiche,
e lo stesso tono paternalistico è stato usato verso chi chiedeva di rivedere la
legge liberticida sulla stampa.
Un Paese in bilico tra riforme e reazione, come molti nel mondo arabo, ma che
a differenza di altri, non ha mai avuto problemi particolari con il terrorismo,
pur ospitando la Quinta Flotta della marina militare degli Stati Uniti. Solo che,
negli ultimi tempi, il vento sta cambiando. Nonostante lo scambio di visite diplomatiche
tra Khatami e re Hamed nel 2002 e il forum tra le confessioni islamiche per il
dialogo tra i musulmani, i rapporti con gli sciiti non sono idilliaci.
Nell’isola di Sitra, abitata da sciiti, il 2 ottobre 2003, un autobus della polizia
del Bahrein è stato colpito da una molotov. Il giorno dopo l’omicidio dello sceicco
Yassin, centinaia di dimostranti hanno lanciato sassi contro l’ambasciata statunitense,
dispersi dalla polizia con manganelli e gas lacrimogeni. Settimana scorsa un ristorante
francese è stato assalito da alcuni integralisti che inneggiavano al velo islamico.
L’edizione panaraba del Grande Fratello è stata sospesa dopo una settimana di
trasmissioni per le proteste dei religiosi.
Fenomeni ancora residuali certo, ma che la monarchia avverte e cerca di combattere
stringendosi sempre più all’alleanza storica con gli Stati Uniti e censurando
le voci dissidenti, come quella di Ahmed Manisi, il cui libro Bahrein: da Emirato
a Regno è stato censurato.
Anche per questo il Gran Premio si doveva disputare. Il Bahrein aveva bisogno
di un palcoscenico dove mostrare il volto più sicuro e vincente.
Quindi il rispetto per i diritti fondamentali e i pericoli del terrorismo possono
aspettare, soprattutto in un mondo che ha svolto le sue corse per anni nel Sud
Africa dell’apartheid e nell’Argentina dei desaparecidos. Il circo dei bolidi
rombanti non è stato fermato dalla cortina di ferro (Gran Premio di Ungheria),
figurarsi se può essere fermato da qualche granello di sabbia sporco di petrolio.