Sono passati tre anni dalla fine
“ufficiale” della guerra nella Repubblica Democratica del Congo, ma per 11 mila
bambini la situazione non sembra essere cambiata. Tanti sono, secondo
l’organizzazione Amnesty International,
i minorenni ancora in armi, reclutati sia dall’esercito che dalle varie milizie
tuttora operanti nell’est del Paese. E senza che le autorità riescano a dare
una svolta nella lotta a questa piaga.

Problema pubblico. La denuncia di Ai sfonda una porta aperta, visto che il problema è da tempo sotto
gli occhi di tutti e pubblicamente riconosciuto sia dal governo che dalla Monuc, la missione Onu di stanza nel
Paese. A colpire è più che altro il numero dei bambini-soldato, che secondo
l’organizzazione è una stima al ribasso rispetto alle cifre reali. Di
tutt’altro avviso Matteo Frontini, impiegato dall’Unicef nell’ufficio di Bukavu, nel Kivu, la regione maggiormente
“incriminata” dal rapporto di Ai.
“Onestamente mi sembra una stima piuttosto alta”, dichiara Frontini a PeaceReporter, “ma è innegabile che il
problema esista. Il programma di smobilitazione in molte zone è cominciato con
notevole ritardo, e questo ha creato molta sfiducia nella popolazione.” Secondo
il rapporto, durante la guerra sarebbero stati reclutati almeno 30 mila bambini,
il 40 percento dei quali femmine. I più piccoli vengono solitamente utilizzati
come portatori o schiavi sessuali, soprattutto se di sesso femminile.
La questione Kivu. La maggior parte dei minori ancora in armi si
concentra nel Kivu, la regione orientale al confine con Ruanda e Burundi, non
a
caso infestata da una miriade di gruppi armati (i ribelli Hutu delle Forces Democratiques de Liberation du Rwanda,
i “dissidenti” di Laurent Nkunda, le milizie Mayi- Mayi) che non hanno
accettato di entrare nel programma di disarmo. Alcuni dei bambini hanno
continuato a combattere anche dopo la firma del trattato di pace del 2003, mentre
altri sono stati prima smobilitati e poi, per mancanza di alternative e per
l’impossibilità di essere mantenuti dalle famiglie, sono tornati a fare l’unico
mestiere che conoscono. “Il problema è molto complesso”, continua Frontini,
“perché in molti piccoli villaggi la guerra ha distrutto il tessuto sociale, e
per i bambini che tornano non è facile reintegrarsi nella comunità.” Alcuni non
tornano per vergogna, altri per paura. Oltretutto i casi di reclutamento forzato,
che riguardano anche l’esercito, sembra siano piuttosto comuni.

Elezioni e riforme. Cambierà qualcosa dopo il
ballottaggio del 29 ottobre, quando gli elettori sceglieranno il nuovo
presidente? “Potrebbe essere la volta buona per voltare pagina”, conclude il responsabile
Unicef. “C’è molta voglia di cambiamento
tra la popolazione. Dopo il ballottaggio ci dedicheremo principalmente al
reinserimento dei bambini nella società, ma abbiamo bisogno dell’aiuto delle
istituzioni congolesi. Il nuovo presidente dovrà riformare in profondità
l’esercito, cominciando col pagare le mensilità arretrate e col mettere dei
paletti per i limiti di reclutamento.” Molto più difficile strappare i
bambini-soldato alle milizie irregolari, visto che arruolare minorenni
garantisce più controllo sulle truppe e, soprattutto, costa meno. Per questo la
fine del fenomeno non può prescindere dalla smobilitazione dei gruppi armati
ancora attivi. Ma tra il dire e il fare…