11/10/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Amnesty International denuncia: ancora 11 mila bambini soldato in Congo
Sono passati tre anni dalla fine “ufficiale” della guerra nella Repubblica Democratica del Congo, ma per 11 mila bambini la situazione non sembra essere cambiata. Tanti sono, secondo l’organizzazione Amnesty International, i minorenni ancora in armi, reclutati sia dall’esercito che dalle varie milizie tuttora operanti nell’est del Paese. E senza che le autorità riescano a dare una svolta nella lotta a questa piaga.
 
Problema pubblico. La denuncia di Ai sfonda una porta aperta, visto che il problema è da tempo sotto gli occhi di tutti e pubblicamente riconosciuto sia dal governo che dalla Monuc, la missione Onu di stanza nel Paese. A colpire è più che altro il numero dei bambini-soldato, che secondo l’organizzazione è una stima al ribasso rispetto alle cifre reali. Di tutt’altro avviso Matteo Frontini, impiegato dall’Unicef nell’ufficio di Bukavu, nel Kivu, la regione maggiormente “incriminata” dal rapporto di Ai. “Onestamente mi sembra una stima piuttosto alta”, dichiara Frontini a PeaceReporter, “ma è innegabile che il problema esista. Il programma di smobilitazione in molte zone è cominciato con notevole ritardo, e questo ha creato molta sfiducia nella popolazione.” Secondo il rapporto, durante la guerra sarebbero stati reclutati almeno 30 mila bambini, il 40 percento dei quali femmine. I più piccoli vengono solitamente utilizzati come portatori o schiavi sessuali, soprattutto se di sesso femminile.
 
La questione Kivu. La maggior parte dei minori ancora in armi si concentra nel Kivu, la regione orientale al confine con Ruanda e Burundi, non a caso infestata da una miriade di gruppi armati (i ribelli Hutu delle Forces Democratiques de Liberation du Rwanda, i “dissidenti” di Laurent Nkunda, le milizie Mayi- Mayi) che non hanno accettato di entrare nel programma di disarmo. Alcuni dei bambini hanno continuato a combattere anche dopo la firma del trattato di pace del 2003, mentre altri sono stati prima smobilitati e poi, per mancanza di alternative e per l’impossibilità di essere mantenuti dalle famiglie, sono tornati a fare l’unico mestiere che conoscono. “Il problema è molto complesso”, continua Frontini, “perché in molti piccoli villaggi la guerra ha distrutto il tessuto sociale, e per i bambini che tornano non è facile reintegrarsi nella comunità.” Alcuni non tornano per vergogna, altri per paura. Oltretutto i casi di reclutamento forzato, che riguardano anche l’esercito, sembra siano piuttosto comuni.
 
Bambini-soldato in un campo di addestramento Mayi-Mayi
Elezioni e riforme. Cambierà qualcosa dopo il ballottaggio del 29 ottobre, quando gli elettori sceglieranno il nuovo presidente? “Potrebbe essere la volta buona per voltare pagina”, conclude il responsabile Unicef. “C’è molta voglia di cambiamento tra la popolazione. Dopo il ballottaggio ci dedicheremo principalmente al reinserimento dei bambini nella società, ma abbiamo bisogno dell’aiuto delle istituzioni congolesi. Il nuovo presidente dovrà riformare in profondità l’esercito, cominciando col pagare le mensilità arretrate e col mettere dei paletti per i limiti di reclutamento.” Molto più difficile strappare i bambini-soldato alle milizie irregolari, visto che arruolare minorenni garantisce più controllo sulle truppe e, soprattutto, costa meno. Per questo la fine del fenomeno non può prescindere dalla smobilitazione dei gruppi armati ancora attivi. Ma tra il dire e il fare…

Matteo Fagotto

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