20/05/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



In Kuwait le donne ottengono il diritto di voto e resposabilità di comando
donna kuwaitiana in un call-center“Sono davvero felice, ma non vogliamo festeggiare. Ci eravamo già illuse nel 1999, e fino a quando il Parlamento non approverà la legge è inutile entusiasmarsi”.
Loluwa al-Mulla è la donna che presiede la Società Culturale e Sociale delle Donne del Kuwait e commenta così la notizia del giorno nel ricchissimo emirato arabo. Domenica 16 maggio 2004, il Governo del Kuwait, ha votato una legge che concede alle donne del Paese il diritto di voto e la possibilità di candidarsi per un seggio nell’Assemblea Nazionale. Una rivoluzione.
 
“Speriamo che tutto vada bene”, continua la signora al-Mulla, “ma visto il precedente del 1999 e l’attuale composizione del Parlamento, siamo scettiche e abbiamo il terrore di vedere naufragare ancora una volta una conquista fondamentale per l’emancipazione del Kuwait”.
Il decreto, per la legge kuwaitiana, ora passerà all’esame del Parlamento, un ‘assemblea di 50 deputati che esprime 65 voti, visto che i 15 ministri del Governo votano due volte.
 
La proposta arriva direttamente dallo sceicco Jabir al-Ahmad al-Jabir al-Sabah, capo di Stato dal 1978, anno in cui prese il posto del cugino. Al-Sabah ci aveva già provato nel 1999 a far passare la legge sul voto alle donne che è vietato esplicitamente dalla legge n°65, articolo 1, del 1962. Per il testo hanno diritto di voto solo gli uomini che abbiano compiuto il ventunesimo anno di età, quindi nel Paese votano solo poco più di 140 mila persone.
 
Cinque anni fa la riforma venne bocciata dal Parlamento dove il gruppo dell’Alleanza dei parlamentari Islamici, di confessione sunnita, hanno la maggioranza. Il voto fu inoltre pesantemente condizionato dalle pressioni dei capi tribali e dal al-Welaya al-Ammah (potentissimo Consiglio di giureconsulti islamici).
Oggi al-Sabah ci riprova, dichiarando che “la democrazia del Paese non sarà completata fino a quando le donne non avranno diritto di voto”, essendo contemporaneamente impegnato sulla riforma elettorale in generale, pensata per togliere il potere finanziario dei clan tribali che riescono a orientare sempre il senso del voto.
 
Non a caso l’ultima tornata elettorale ha visto il Raggruppamento Nazionale Democratico, gruppo riformista più liberale, restare fuori dal Parlamento.
Se il fronte dei favorevoli alla riforma è guidato dal capo di Stato in persona, il gruppo che vi si oppone è guidato da Ahmad Baqer, potente ministro della Giustizia, noto per le sue posizioni assolutamente contrarie all’emancipazione femminile.
“Questo progetto verrà rspinto”, dichiara Deif Allah Bourmeyah, parlamentare islamico sunnita, “le donne non hanno diritti politici nell’islam, sono già onorate dal compito di badare alla formazioni delle giovani generazioni”.
 
Nello stesso senso si esprime Mohammed al-Aleem, portavoce Movimento Costituzionale Islamico (vicino ai Fratelli Musulmani), che fa sapere come il suo gruppo “si oppone fermamente a questa legge e sappiamo che la maggior parte della popolazione del Kuwait è d’accordo con noi”.
Sembrerebbe quindi una battaglia persa quella di al-Sabah, ma lo sceicco potrebbe aver deciso di provarci di nuovo perché ha trovato una sponda insperata negli sciiti del Paese, che hanno 5 parlamentari.
“Approviamo la riforma”, dichiara Mohammed Baqer al-Mahri, “e la riteniamo un passo avanti fondamentale per la civiltà del Kuwait”.
 
L’argomento del gruppo che si oppone alla riforma, oltre al rispetto della tradizione islamica, è quello dell’indipendenza della politica del Paese.
Molti accusano infatti lo sceicco Jabir al-Ahmad al-Jabir al-Sabah di farsi dettare i testi e i tempi delle leggi da Washington di cui è alleato fidato da tempo. “Nessuna pressione esterna”, ribette lo sceicco, “solo un cammino di riforme di civiltà non più prorogabili”.
 
Il voto alle donne è infatti solo un’aspetto di un conflitto molto più profondo in Kuwait e nel mondo arabo rispetto alle riforme e alla lotta al terrorismo. Il vertice dei Paesi Arabi, che si svolgerà a Tunisi il 22 e 23 maggio prossimi, è stato rinviato a marzo proprio per le polemiche e le divisioni interne ai gruppi al potere nei Paesi dell’area, tra leader filo occidentali e leader che guardano con timore ai gruppi fondamentalisti islamici e alla loro capacità di veicolare lo scontento antiamericano delle masse.
 
Divisione rappresentata dalla Lega Araba, più autonoma nella linea dagli Stati Uniti, rispetto al Consiglio di Cooperazione del Golfo che è legato a doppio filo con Washington dal business del petrolio. Il Kuwait, particolarmente, ha fortissimi interessi nella ricostruzione irachena e, in questo momento, più che mai ha interesse a presentarsi come Paese affidabile e moderno.

Christian Elia

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