
“Sono davvero felice, ma non vogliamo festeggiare. Ci eravamo già illuse nel
1999, e fino a quando il Parlamento non approverà la legge è inutile entusiasmarsi”.
Loluwa al-Mulla è la donna che presiede la Società Culturale e Sociale delle
Donne del Kuwait e commenta così la notizia del giorno nel ricchissimo emirato
arabo. Domenica 16 maggio 2004, il Governo del Kuwait, ha votato una legge che
concede alle donne del Paese il diritto di voto e la possibilità di candidarsi
per un seggio nell’Assemblea Nazionale. Una rivoluzione.
“Speriamo che tutto vada bene”, continua la signora al-Mulla, “ma visto il precedente
del 1999 e l’attuale composizione del Parlamento, siamo scettiche e abbiamo il
terrore di vedere naufragare ancora una volta una conquista fondamentale per l’emancipazione
del Kuwait”.
Il decreto, per la legge kuwaitiana, ora passerà all’esame del Parlamento, un
‘assemblea di 50 deputati che esprime 65 voti, visto che i 15 ministri del Governo
votano due volte.
La proposta arriva direttamente dallo sceicco Jabir al-Ahmad al-Jabir al-Sabah,
capo di Stato dal 1978, anno in cui prese il posto del cugino. Al-Sabah ci aveva
già provato nel 1999 a far passare la legge sul voto alle donne che è vietato
esplicitamente dalla legge n°65, articolo 1, del 1962. Per il testo hanno diritto
di voto solo gli uomini che abbiano compiuto il ventunesimo anno di età, quindi
nel Paese votano solo poco più di 140 mila persone.
Cinque anni fa la riforma venne bocciata dal Parlamento dove il gruppo dell’Alleanza
dei parlamentari Islamici, di confessione sunnita, hanno la maggioranza. Il voto
fu inoltre pesantemente condizionato dalle pressioni dei capi tribali e dal al-Welaya
al-Ammah (potentissimo Consiglio di giureconsulti islamici).
Oggi al-Sabah ci riprova, dichiarando che “la democrazia del Paese non sarà completata
fino a quando le donne non avranno diritto di voto”, essendo contemporaneamente
impegnato sulla riforma elettorale in generale, pensata per togliere il potere
finanziario dei clan tribali che riescono a orientare sempre il senso del voto.
Non a caso l’ultima tornata elettorale ha visto il Raggruppamento Nazionale Democratico,
gruppo riformista più liberale, restare fuori dal Parlamento.
Se il fronte dei favorevoli alla riforma è guidato dal capo di Stato in persona,
il gruppo che vi si oppone è guidato da Ahmad Baqer, potente ministro della Giustizia,
noto per le sue posizioni assolutamente contrarie all’emancipazione femminile.
“Questo progetto verrà rspinto”, dichiara Deif Allah Bourmeyah, parlamentare
islamico sunnita, “le donne non hanno diritti politici nell’islam, sono già onorate
dal compito di badare alla formazioni delle giovani generazioni”.
Nello stesso senso si esprime Mohammed al-Aleem, portavoce Movimento Costituzionale
Islamico (vicino ai Fratelli Musulmani), che fa sapere come il suo gruppo “si
oppone fermamente a questa legge e sappiamo che la maggior parte della popolazione
del Kuwait è d’accordo con noi”.
Sembrerebbe quindi una battaglia persa quella di al-Sabah, ma lo sceicco potrebbe
aver deciso di provarci di nuovo perché ha trovato una sponda insperata negli
sciiti del Paese, che hanno 5 parlamentari.
“Approviamo la riforma”, dichiara Mohammed Baqer al-Mahri, “e la riteniamo un
passo avanti fondamentale per la civiltà del Kuwait”.
L’argomento del gruppo che si oppone alla riforma, oltre al rispetto della tradizione
islamica, è quello dell’indipendenza della politica del Paese.
Molti accusano infatti lo sceicco Jabir al-Ahmad al-Jabir al-Sabah di farsi dettare
i testi e i tempi delle leggi da Washington di cui è alleato fidato da tempo.
“Nessuna pressione esterna”, ribette lo sceicco, “solo un cammino di riforme di
civiltà non più prorogabili”.
Il voto alle donne è infatti solo un’aspetto di un conflitto molto più profondo
in Kuwait e nel mondo arabo rispetto alle riforme e alla lotta al terrorismo.
Il vertice dei Paesi Arabi, che si svolgerà a Tunisi il 22 e 23 maggio prossimi,
è stato rinviato a marzo proprio per le polemiche e le divisioni interne ai gruppi
al potere nei Paesi dell’area, tra leader filo occidentali e leader che guardano
con timore ai gruppi fondamentalisti islamici e alla loro capacità di veicolare
lo scontento antiamericano delle masse.
Divisione rappresentata dalla Lega Araba, più autonoma nella linea dagli Stati
Uniti, rispetto al Consiglio di Cooperazione del Golfo che è legato a doppio filo
con Washington dal business del petrolio. Il Kuwait, particolarmente, ha fortissimi
interessi nella ricostruzione irachena e, in questo momento, più che mai ha interesse
a presentarsi come Paese affidabile e moderno.