“Wir sind ein Volk”, siamo un solo popolo, scandivano i tedeschi dell’est nelle manifestazioni
di Dresda e Lipsia che portarono all’apertura delle frontiere e al crollo della
Ddr. Era il 1989. Pochi mesi dopo scomparvero sia il Muro di Berlino sia la Germania
dell’est, confluita nella Repubblica federale il 3 ottobre 1990. Cosa è rimasto
di quello spirito, sedici anni dopo la riunificazione? La domanda nasce da un
sondaggio appena diffuso dall’emittente tv N24, secondo cui il 74 percento dei
tedeschi dell’est si sente ancora cittadini di serie B e solo il 26 percento si
considera pienamente accettato.
Le cifre del divario. Qualcosa, nel processo di ricostruzione di questo Paese, deve essere andato
storto. Fa bene il ministro dei Trasporti e delegato del governo per l’est, Wolfgang
Tiefensee, a mettere in guardia dall’“impressione che i problemi si possano risolvere
in un batter d’occhio”. Ed è vero anche che molto è stato già fatto, come rivendicato
dal cancelliere Angela Merkel. Ma diversi segnali lasciano intravedere che la
strada che separa l’est dai livelli di sviluppo occidentali sia ancora lunga.
Lo stesso Tiefensee parla di almeno 15 o 20 anni per colmarla. Un messaggio allarmante
giunge dalle cifre sulla disoccupazione di settembre: nei cinque “nuovi” Laender
che componevano la Ddr, i senza lavoro hanno raggiunto il 16,7 percento, quasi
il doppio rispetto all’ovest (8,9 percento), con punte del 18,2 percento in Meclemburgo-Pomerania
Occidentale. Praticamente il triplo delle locomotive del sud, Baviera e Baden-Wuerttemberg.
Anche i salari restano decisamente più bassi rispetto a quelli occidentali. Secondo
uno studio dell’istituto economico Ifo, ci vorranno ancora 55 anni affinché le
regioni economicamente più forti dell’est raggiungano livelli di reddito pro capite
simili a quelli delle aree più deboli dell’ovest.
L’ascesa dei neonazisti. L’emigrazione interna, seppure in calo, non sembra fermarsi: per il 2005 il
saldo migratorio parla di 49mila persone in meno nelle regioni orientali. Nel
saldo tra emigrati e immigrati, dal 1990 a oggi la Germania dell’est ha già perso
quasi un milione di persone. A partire verso l’ovest sono i più giovani e, tra
questi, soprattutto le donne. C’è un intero tessuto sociale che rischia di sfibrarsi
ulteriormente. Secondo alcuni commentatori tedeschi, la Germania si sta dividendo
di nuovo. Ma stavolta la separazione corre tutta all’interno dell’est, tra regioni
che crescono e altre che restano drammaticamente legate alle sovvenzioni statali.
L’est sembra procedere oggi a due velocità: c’è l’est di Dresda, tornata ad essere
un vivace centro culturale, e quello dei tanti paesini del Brandeburgo o del Meclemburgo-Pomerania
Occidentale, in cui i giovani se ne vanno perché non trovano opportunità di lavoro,
lasciando spazio ai neonazisti della Npd. Che, non a caso, sono stati votati anche
perché sono riusciti a proporsi come forza sociale (e non solo politica) credibile.
Durante la sua campagna elettorale in Meclemburgo, l’Npd ha organizzato decine
di feste ed incontri ricreativi a cui hanno partecipato centinaia di famiglie
coi loro bambini.
Gli aiuti. La situazione economica stenta a decollare, nonostante i programmi di aiuto,
i cosiddetti “Patti di solidarietà 1 e 2”, che lo Stato e i Laender più ricchi
portano avanti dal 1993 per sostenere lo sviluppo dell’est. Un’iniziativa che
proseguirà almeno fino al 2019. Per quella data, saranno stati spesi in totale
251 miliardi di euro, più dell’intero Pil prodotto dall’Austria nel 2005. “Tuttavia
- ha ammesso Tiefensee - a una sfilza di Laender riesce ancora difficile impiegare
in modo corretto questi soldi”. All’orizzonte si prospetta intanto una svolta:
le discussioni sulla seconda parte della riforma del federalismo, previste per
l’autunno, prevedono di riconsiderare le relazioni finanziarie tra Stato e Laender
e tra singoli Laender. Una Spada di Damocle sulla testa di un est che non è ancora
autosufficiente.