
“La pace va protetta come una reliquia sacra. La democrazia non è un evento inatteso
e improvviso, qualcosa che arriva di notte e che il mattino dopo è realizzato.
Non è un regalo che qualcuno fa a un popolo, ma è un processo politico che percorre
la sua strada. Piano. E’giusto e, prima o poi, arriverà a buon fine. Io credo
che la democrazia sia come un fiore. Va innaffiato e curato ogni giorno. A un
fiore non puoi dare un litro d’acqua un giorno e poi dimenticarlo per un mese.
Quindi anche quelli che hanno raggiunto la democrazia devono vigilare, stare attenti
e non abbassare mai la guardia”.
Shirin Ebadi è una donna minuta, ma la sua voce rimbomba forte come il tuono
tra le volte della chiesa di S.Lucia, chiesa seicentesca sconsacrata e adibita
ad Aula Magna dell’Università degli Studi di Bologna. Ha una facciata incompiuta
e sembra lo sfondo ideale per una conferenza che il Premio Nobel per la Pace del
2003, la Ebadi appunto, tiene il 16 giugno 2004 sul rispetto dei diritti umani,
che dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, dettano i tempi della politica internazionale,
ma senza arrivare mai o quasi mai a influenzarla.
I manifesti che tappezzano tutta la città di Bologna la presentano come avvocata
iraniana, ma la Ebadi è molto di più, è un simbolo. Una donna in primo luogo islamica.
Si presenta senza velo a parlare di tolleranza in un luogo di culto per i cristiani
e lo fa senza indulgere in ipocrisie. Quando comincia a parlare, davanti alla
platea gremita da 1.500 persone, pare emozionata, ma non dura molto: non si diventa
il primo giudice donna della storia dell’Iran se non si ha una forza particolare
dentro. Quando finiscono i convenevoli e le frasi di rito, con l’introduzione
del magnifico rettore e dell’associazione di studenti che ha organizzato l’incontro,
il Premio Nobel parte come un treno e ne ha per tutti.
“Viviamo in un mondo sempre più povero”, dice la Ebadi in un silenzio riverente,
“afflitto da guerre e da malattie. L’estrema povertà è il vero segnale della costante
violazione dei diritti umani: cibo, salute, casa e istruzione sono diritti fondamentali
dell’umanità tanto quanto la libertà di parola, il diritto ad un processo equo
e alla libertà di movimento. Di fronte all’estrema povertà però, resta solo la
teoria. La povertà si può evitare e solo così verranno rispettati i diritti umani.
Senza la riforma in senso democratico degli organismi competenti come la WTO,
il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Fondo Monetario, Banca Mondiale
e così via, non cambierà niente”.
Sembra di vederla questa piccola grande donna quando, da uno scranno di Teheran,
emetteva le sue sentenze. Parla accompagnando le parole con la mano, quasi a volerle
sottolineare e fissa la traduttrice in una sorta d’impossibile controllo della
veridicità di quello che la donna racconta a noi.
“Il rispetto dei diritti umani non dipende da un tipo di cultura o di religione”,
continua l’avvocata, “tutti i popoli aspirano a godere di determinate libertà.
La violenza, la tortura, le umiliazioni offendono in egual misura tutte le persone.
Chi sostiene il contrario, con la scusa dell’appartenenza a un gruppo religioso
o etnico da tutelare, mente. Come mente chi cerca di soddisfare i propri interessi
tra le fiamme della guerra, spacciandola per una forma di difesa dei diritti umani.
I diritti non si sganciano sulla testa delle persone sotto forma di bombe”.
Dopo l’inevitabile riferimento alla barbarie della guerra la Ebadi, donna che
si è affermata in un Paese islamico, arriva ai temi che le sono più cari: quelli
del diritto e in special modo i diritti delle donne. Comincia sgombrando il campo
da pregiudizi religiosi dicendo che: “l’Islam non è una religione di terrorismo
e violenza e non è incompatibile con la democrazia. Chi sostiene il contrario
lo fa o per scatenare uno scontro tra civiltà oppure perché si approfitta della
religione, si appropria di un messaggio che in fin dei conti non gli appartiene.
In Bosnia nessuno ha addebitato il massacro dei fratelli musulmani ai cristiani
e nessuno ha addebitato la strage quotidiana di palestinesi alla religione ebraica.
Separare gli errori umani dalle religioni è un dovere della civiltà. Si può parlare
di civiltà solo quando sono rispettati i due pilastri che la sostengono: democrazia
e giustizia”.
Il tempo passa e, tra tutti i problemi di cui parla la Ebadi, si avverte la mancanza
del piatto forte di giornata. L’Iran. Immancabile arriva la domanda dal pubblico
e l’avvocata non si tira indietro.
“Le leggi che abbiamo nel nostro Paese non fanno onore alla cultura millenaria
del mio popolo. Il 63 per cento degli studenti universitari in Iran sono donne,
ma questo ruolo non ci viene riconosciuto nella giusta misura –continua il Premio
Nobel- penso alla poligamia legale, all’affidamento dei minori, alla testimonianza
femminile che vale la metà di quella maschile e così via. Nel mio Paese molti
sostengono che è così che vuole l’Islam. Io lavoro per dimostrare il contrario
e, con fatica, qualche risultato lo abbiamo ottenuto. Molti studenti e molti docenti
universitari sono in carcere per queste battaglie, ma non ci fermiamo”.
Shirin Ebadi però ci tiene a sottolineare che il problema non è la religione,
ma quella che lei chiama cultura patriarcale, spiegando che “è presente in ogni
aspetto della vita, quindi anche nella religione che non è il problema, ma la
conseguenza di questa cultura di origine tribale. La si trova nelle scienze, nella
politica, nella medicina. Ovunque. Dobbiamo fare autocritica però. Ogni uomo prepotente
è stato cresciuto da una donna. La cultura patriarcale è come l’emofilia: alcune
donne ne sono portatrici sane e lo trasmettono ai figli”.
La platea è emozionata e affascinata da questa piccola grande donna capace di
comunicare un’energia fortissima. Gli applausi sono sempre più forti, ma è ora
di andare. A Ravenna c’è un’altra platea pronta a sentire le sue parole dure e
profonde. Saluta tutti con un tenerissimo e dicendo “auguro a tutti voi e a tutto
il mondo di godere della democrazia”. Magari ci vorrà un po’ perché questo accada,
ma per lo meno sappiamo che in caso di problemi possiamo contare su un buon avvocato.