25/05/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



I riflessi in Iran della battaglia di Najaf. Intervista a Manoukian
setrag manoukianIeri è stata colpita la moschea di Ali a Najaf, luogo sacro per gli sciiti. Mentre la rivolta del gruppo di al-Sadr si fa sempre più incontrollabile, in Iran e in Libano sale la tensione degli sciiti che vedono offesi i loro luoghi di culto. Il rischio è quello di un allargamento del conflitto nella regione
 
Il conflitto in Iraq diventa ogni giorno più duro e, gli scontri giornalieri tra i guerriglieri iracheni e i militari stranieri presenti nel Paese, da tempo hanno violato quel patto non scritto per il quale venivano risparmiati dai combattimenti i luoghi sacri per la religione musulmana.
 
Ieri, 25 maggio 2004, un altro episodio grave che rischia sempre più di far diventare questa guerra un conflitto dai sinistri contorni religiosi. Le truppe statunitensi, poco dopo l’alba, hanno cercato di raggiungere il centro di Najaf, nell’Iraq del sud. Da mesi la città è teatro di scontri violenti tra i militari Usa e la milizia del Mahdi, formazione paramilitare composta dai fedelissimi del predicatore sciita Moqtada al-Sadr. Praticamente quello che accade in ogni angolo dell’Iraq, con la non trascurabile differenza che Najaf è il centro più importante del culto sciita.
 
In città si trova infatti il mausoleo dell’imam Alì, cugino e genero di Maometto, che rappresenta per gli sciiti il primo e legittimo sucessore del Profeta. Alì a  Najaf, secondo la tradizione, sarebbe stato martirizzato dai sunniti nelle furibonde lotte di potere scatenatesi dopo la morte della guida dell’Islam per la sua sucessione.
 
Quando i reparti statunitensi si sono avvicinati al centro, dove c’è la moschea dove riposano le spoglie dell’imam, la reazione degli uomini del Mehdi è stata violentissima. Fonti locali parlano di cinque morti e diciotto feriti, tutti iracheni. Il problema è che un colpo di mortaio sparato dagli statunitensi ha colpito uno dei cancelli dorati della moschea, danneggiandone al parte superiore. Era già accaduto qualche tempo fa che il luogo di culto finisse sulla linea del fuoco, ma allora le responsabilità erano state rimpallate tra i militari Usa e gli sciiti. Questa volta è chiaro che a colpire è stato un proiettile dell’esercito degli Stati Uniti.
 
Moqtada al-Sadr, che gli Stati Uniti hanno ordinato di arrestare vivo o morto, è subito accorso sul luogo santo e, come era già successo in passato, ha invocato l’aiuto di tutti gli sciiti per difendere i luoghi sacri, sia di quelli iracheni che di quelli iraniani. Questo rischia di complicare ulteriormente la situazione regionale. “I musulmani non possono tollerare gli attacchi insolenti dei soldati statunitensi contro i luoghi santi e questi crimini devono essere condannati da tutto il mondo musulamano, dagli sciiti e dagli iraniani”, aveva dichiarato Khamenei, ayatollah supremo iraniano dopo i combattimenti dei giorni scorsi a Najaf e Kerbala.
 
Il rischio è infatti quello di un devastante domino nella zona, dove il fattore religioso potrebbe risultare la leva per un coinvolgimento dell’Iran nell’Iraq occupato. Domenica 16 maggio 2004 e mercoledì 19 maggio 2004, per le vie di Teheran, Mashad e Qom in Iran, migliaia di dimostranti avevano risposto all’appello di un predicatore che chiedeva di difendere i luoghi sacri. La tensione era salita alle stelle, con delle molotov lanciate contro l’ambasciata inglese a Tehran e bandiere Usa, d’Israele e della Gran Bretagna bruciate in piazza. Solo la polizia aveva impedito ai manifestanti di assaltare le sedi diplomatiche.
 
La rabbia degli iraniani è amplificata dal fatto che, con il regime di Saddam Hussein, per decenni il pellegrinaggio e la visita dei luoghi di culto era impossibile. Proprio ora che riassaporavano la loro riconquista ecco che i ‘liberatori’si mettono a bombardarla. Ma quanto è probabile un appoggio militare di massa dall’Iran agli uomini di Sadr?
 
“Credo che sia difficile una mobilitazione di iraniani in difesa dei luoghi sacri dello sciitismo. Le dichiarazioni di sostegno sembrano più un atto dovuto che una vera e propria chiamata alle armi, perché c’è una guerra in corso e le dichiarazioni politiche di certi ambienti in Iran riflettono lo sdegno condiviso per l’invasione di luoghi di così forte impatto simbolico e concettuale”.
Setrag Manoukian, docente di Cultura e Società del Medio Oriente per l’Università Statale di Milano, non crede alla possibilità di un allargamento del conflitto dall’Iraq al Paese confinante.
 
“Il rischio di un intervento diretto è remoto”, continua il docente, “in Iran c’è, coma hanno ribadito le ultime elezioni, una forte disaffezione per la politica. Si è diffusa una sfiducia generalizzata verso la classe dirigente del Paese, una sorta di nichilismo sociale per cui tutti i politici sono percepiti nella stessa maniera: lontani dalla gente. Quindi solo in ambienti specifici e ristretti l’impatto massmediatico degli avvenimenti iracheni ha una certa presa”.
 
Il problema potrebbe però rivelarsi quello del fattore religioso, nel senso che li dove non arriva il coinvolgimento politico, può arrivare quello spirituale e qualcuno potrebbe raccogliere la chiamata alle armi di Sadr.
“Lo sciismo non è un blocco monolitico”, chiarisce Manoukian, “certo nessuno sulla carta direbbe di no alla difesa dei luoghi santi dall’assalto di stranieri, ma il caso di Moqtada al-sadr è peculiare. Anche nel rapporto con gli iraniani la sua posizione è molto variabile. Tempo fa ha sottolineato come lui sia arabo e gli iraniani no. Non ha lo stesso legame con il Paese che ha al-Sistani.
Inoltre Sadr ha carisma, appoggio politico e chiama ad una militanza che comunque ha i toni del partito. Per gli iraniani questi sono i discorsi con cui la televisione di Stato li bombarda dalla mattina alla sera. Non credo che il suo ragionamento riesca ad affascinare le folle dell’Iran, proprio per quella forma di rigetto verso l’ufficialità del discorso politico”.
 
Quindi, pur nel rifiuto dell’invasione statunitense dell’Iraq, è difficile che la popolazione si faccia trascinare in una guerra santa in difesa dei luoghi di culto, ma per la classe dirigente iraniana, ormai composta in netta maggioranza dai conservatori, vale lo stesso discorso?
“La politica iraniana si caratterizza per un forte pragmatismo”, sottolinea il docente, “parlano con tutti e tentano di riaprire canali diplomatici per molto tempo serrati. Per uscire dall’isolamento internazionale. Un conto sono i proclami della preghiera del venerdì, un altro le reali strategie politiche e le scelte conseguenti”.
 
A conferma dello scetticismo del dottor Manoukian, oggi è arrivata la dichiarazione ufficiale di Kamal Kharrazi, potente ministro degli Esteri iraniano, che ha sottolineato come “non ci sia la mano di Teheran dietro la rivolta degli sciiti. L’Iran non fornisce mezzi militari o finanziari ai miliziani di al-Sadr e il nostro Paese è in ottimi rapporti con tutti”.
 
Per ora quindi un allargamento del conflitto sembra scongiurato, ma il coinvolgimento di luoghi di fortissimo significato religioso nei combattimenti è un rischio enorme.
Non a caso dal Libano, per voce del canale televisivo al-Manar, voce ufficiale del gruppo di sciiti filo-iraniani Hezbollah, è arrivata una durissima condanna. Lo sceicco Hassan Nasrallah, capo del movimento, ha messo in guardia gli occupanti dal colpire Najaf e Serbala, come ha fatto l’ayatollah iraniano Kadhim al-Haeri. Sembra un incendio che si allarga sempre più e dove i pompieri ci capiscono sempre meno.

Christian Elia

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