Strumenti
sofisticati
per giudicare l’efficacia di una cura, adatti ai fini palati
occidentali, ma un tribunale troppo lento e costoso per i Paesi poveri. Sono gli
studi clinici randomizzati controllati, oggetto
di un'analisi pubblicata sul
British Medical Journal, dove si spiega con una metafora che,
stando agli integralisti delle medicina basata sulle prove,
bisognerebbe sperimentare persino l’efficacia del paracadute.
Quando l’attesa è mortale. Fuor di metafora, attendere che il
tribunale
della scienza si pronunci su ogni questione, finisce per danneggiare
chi ha a portata di mano una cura che funziona ma che non ha ancora un
pedigree con i fiocchi. Proprio ciò che accade nel mondo povero.
Prendiamo per esempio la reidratazione orale per la cura della diarrea
infantile.
Fino al 1980 la diarrea uccideva oltre 4 milioni e mezzo di bambini.
Esisteva una cura in vena, che poneva ovvie difficoltà pratiche. Dopo
il 1981 l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) adottò la terapia
orale, che aveva mostrato buoni risultati sul campo: l’equivalenza
delle due cure fu però dimostrata scientificamente solo molti anni
dopo. Passiamo alla circoncisione per la prevenzione dell’Hiv.
All’inizio degli anni
novanta, in seguito a osservazioni etnografiche ed epidemiologiche, si
è raggiunta la convinzione che la circoncisione sia un buon metodo per
ridurre il rischio di contagio dal Hiv. Solo dieci anni dopo un trial
garantì la scientificità di questa credenza. L’Oms, in ogni caso, ha
deciso di aspettare il risultato di altri due studi prima di rendere
rapida e accessibile questa misura. Altro esempio, il misoprostolo per
l’emorragia
post parto, principale causa di mortalità materna nei paesi poveri. Due
sono i farmaci utili: il misoprostolo e l’ossitocina. Il primo è più
facile da conservare e usare, però un po’ meno efficace del secondo.
Per questo motivo varie agenzie internazionali ne hanno ritardato la
diffusione massiccia, finché non si sono convinti che la minore
efficacia era un problema secondario per chi vive lontano da ospedali.
Ancora oggi l’Oms non ha inserito il misoprostolo tra i farmaci
essenziali.
L’approccio paracadute. Insomma, là dove la mortalità è bassa e vengono
proposte terapie che danno vantaggi minimi, allora i trial randomizzati
vanno bene per dirimere piccole differenze: quando si pesano le
pagliuzze va bene il bilancino. Per i macigni ci vuole altro. Dove la
mortalità è alta e le risorse sono scarse, ci si deve accontentare
dell’approccio paracadute: cioè l’uso delle informazioni che provengono
dall’esperienza clinica maturata sul campo. Certo, meno prove significa
più incertezza sui rischi e i benefici della cura; ma i rischi che
corrono le persone dei paesi poveri sono così grandi che anche una cura
non ottimale, ma accessibile, può dare molti vantaggi.
Non tutti d’accordo. Alcuni medici hanno reagito
negativamente a questa
proposta. Zacharyt Bloomgarden, professore di clinica dell’Università
di New York, mette in guardia: «E' piena la storia di cure basate
sull’esperienza che poi non hanno resistito a una seria sperimentazione
e si sono dimostrate addirittura dannose». Vero, ma sul piatto del
metodo paracadute pesano tre argomentazioni convincenti. Tutte quelle
cure efficaci ma a basso costo rischiano di restare escluse dalle
sperimentazioni cliniche: nessuno ha interesse a impegnare migliaia di
dollari per avviare studi costruiti a regola d’arte senza che si possa
prevedere un ritorno economico dell’investimento. Gli studi
randomizzati sono il metodo più raffinato per cercare prove di
efficacia, ma altri strumenti empirici, come gli studi osservazionali,
possono comunque dare importanti indicazioni. Infine, è sotto agli
occhi di tutti, il paracadute funziona.