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Contingente di nativi. In Iraq finiranno così soldati di 81 diverse comunità native alaskane, dagli
eschimesi ai Tlingit, dagli Haida agli Aleut. Tribù diverse, a formare però un
battaglione compatto: l’unico dove il motto ufficiale è in lingua nativa: “Yuh Yek!”, ossia “Occhi aperti, pronti a sparare”. “E’ affascinante vedere come questo
gruppo sia unito, e pronto per andare in guerra”, ha detto il generale Craig Campbell,
della Guardia Nazionale dell’Alaska, durante la cerimonia di addio che il battaglione
ha tenuto a Camp Shelby, la base nel Mississippi dove i 600 soldati hanno sudato
per tutta l’estate. In questi giorni, i militari alaskani stanno passando le ultime
ore prima della partenza con le loro famiglie. All’inizio di questa settimana,
partiranno con destinazione Kuwait, e poi Iraq.
La coperta corta. In Iraq c’è già un contingente con soldati dall’Alaska, la cui permanenza in
Medio Oriente è appena stata prolungata di quattro mesi. Ma in Alaska tre persone
su quattro sono non native, e l’arrivo delle tribù dei ghiacci rappresenta una
novità. Nonché l’’ennesimo segnale della “sindrome della coperta corta” che colpisce
le forze armate statunitensi, alle prese con un impegno sempre maggiore sul campo
e un numero di nuove reclute sempre più ristretto. L’Esercito, in particolare,
per rispettare i suoi obiettivi di reclutamento ha dovuto ricorrere a diversi
accorgimenti: ha alzato l’età massima per arruolarsi, ha abbassato gli standard
di istruzione richiesti, ha accettato anche reclute con precedenti penali. Per
mandare all'estero, poi, anche decine di migliaia di soldati della Guardia Nazionale,
di solito impegnati solo per le emergenze interne. Che stavolta siano eschimesi
può far sorridere gli europei. Dal punto di vista statunitense, è solo l'ennesimo
battaglione di soldati che mai avrebbero creduto di finire in Iraq. Alessandro Ursic