10/10/2006
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A rischio l'accesso ai farmaci da parte delle popolazioni più povere
Scritto per noi da
Raffaella Daghini
Momento cruciale per il diritto di accesso ai farmaci salvavita da
parte delle popolazioni più povere: la compagnia farmaceutica svizzera
Novartis ha presentato un ricorso, in discussione all’alta corte di
Madras, contro la legge indiana sui brevetti, dopo aver incassato
all’inizio dell’anno il rifiuto a brevettare un farmaco usato nelle
terapie contro il cancro.
Salute in pericolo. La normativa dell’India, infatti, impedisce alle
aziende farmaceutiche di apportare modifiche non significative ai
principi attivi già esistenti e brevettare i farmaci come nuovi,
ottenendo una ulteriore copertura ventennale per medicinali che non
portano alcuna novità. «In tutto il mondo moltissime persone sono
curate con farmaci prodotti in India» ha detto Ellen T’Hoen, direttore
delle policy della Campagna per l’accesso ai farmaci essenziali di
Medici senza frontiere. «Se la Novartis vincerà la causa, la loro
salute sarà in pericolo». La vicenda è solo l’ultima tappa di un
processo iniziato nel gennaio 2005, quando anche nei paesi poveri sono
entrate in vigore le norme internazionali sui brevetti farmaceutici
stabilite dall’Organizzazione mondiale del commercio. India, Cina,
Brasile e Tailandia si sono unite ai paesi più sviluppati, che già
avevano attuato quanto previsto dagli accordi sui diritti di proprietà
intellettuale del 1996 (Trips, Trade-Related Aspects of Intellectual
Property Rights), nei quali sono stabiliti i criteri per la protezione
dei prodotti tramite brevetti.
Generici e diritto d’autore. Per i paesi più poveri l’obbligo scatterà
dal 2016, ma le ripercussioni si stanno già facendo sentire. L’India,
infatti, ha sempre avuto un ruolo di primo piano nello sviluppo e
nell’esportazione di farmaci generici di buona qualità e a basso costo
verso i paesi più poveri, che non sono in grado di produrli localmente:
ora, invece, è molto più difficile ottenere l’autorizzazione a
sviluppare generici per i nuovi farmaci, coperti da brevetto per
vent’anni. Visto che tra questi ci sono anche farmaci per Aids,
malaria e tubercolosi, dalle organizzazioni umanitarie che operano nei
paesi più poveri si è subito alzato un grido d’allarme, mitigato in
parte dall’approvazione da parte del governo indiano di un’altra legge, che
consente alle industrie locali di continuare a produrre i medicinali
che erano già stati immessi in commercio, a fronte del pagamento di un
“ragionevole diritto d’autore” al proprietario del brevetto. Una presa
di posizione importante, stando alle cifre: la tripla terapia nei paesi
poveri costa meno di 200 dollari l’anno per ogni paziente, mentre nei
paesi occidentali la spesa si aggira intorno ai 10mila. Non solo: la
legge garantisce la disponibilità della versione generica di alcuni
antiretrovirali di seconda linea per il trattamento dell’Aids, che
costano circa 7 volte più di quelli di prima linea e che, nella
versione brevettata, sarebbero inaccessibili per la maggior parte dei
paesi del terzo mondo.
Non solo farmaci. Se da una parte le aziende farmaceutiche difendono i
propri interessi con tutti i mezzi, dall’altra c’è chi prova ad
affrontare il tema del diritto alla proprietà intellettuale attraverso
il confronto. Nel mese di giugno ricercatori, imprenditori, giuristi,
legislatori e avvocati hanno partecipato a Trieste a una conferenza
organizzata dall’Icgeb, organismo intergovernativo che offre ai paesi
poveri un centro di eccellenza per la ricerca e la formazione nel campo
dell’ingegneria genetica e delle biotecnologie. Gli esperti hanno
cercato possibili risposte alle richieste dei paesi poveri nel campo
dell’innovazione. «Un importante risultato ottenuto con la conferenza è
stato quello di prendere coscienza e analizzare i problemi, ponendo le
basi per il dialogo» spiega Decio Ripandelli, direttore delle relazioni
internazionali dell’Icgeb. Non solo: la collaborazione tra diverse
organizzazioni del settore potrebbe dare il via a progetti pilota di
sviluppo di prodotti, protezione e trasferimento all’industria
direttamente nei paesi poveri.