Una cooperante italiana guarda la Bosnia. Disarmata
La prima volta che ho visto la
Bosnia mi sono trovata disarmata di fronte a ciò che c’era.
In primo luogo mi sono trovata
disarmata di fronte ai buchi dei kalašnikov.
Mi sono resa conto di avere
ripetuto quest’espressione una quantità infinita di volte. Credo di averlo
detto ad ogni persona che mi ha chiesto di descrivere la Bosnia, e se ci penso
è un’assurdità.
Ci sono molte cose più belle, in Bosnia, e probabilmente
molte cose peggiori, più agghiaccianti, più irreali. Non so come mai il mio cervello
sia rimasto così impressionato da questa immagine. Come la mosca nella tela di
un ragno si è imbrigliata nella memoria e lì è rimasta.
La sola spiegazione che ho è la
frequenza con cui l’ho vista ripetersi, come un dejavu eppure sempre diversa.
Disarmata.
Mi sono trovata disarmata di
fronte ad un paesaggio da mozzare il fiato. Colline, valli, colline.
Potresti chiudere gli occhi per
ore, viaggiando, riaprirli e rivedere ancora la stessa cosa.
Disarmata.
Più di ogni altre cosa, però, mi
sono trovata disarmata di fronte alla difficoltà del raccontare. Vorrei dire,
vorrei scrivere ed invece ripeto, così scioccamente “i buchi dei kalašnikov”.
Non è facile, dopotutto,
raccontare l’indifferenza.
Il primo ottobre, in Bosnia, si
sono tenute le elezioni politiche: i risultati sono definitivi almeno per
presidenza tripartita, con un’affluenza del 52% sono stati scelti Nebosja
Radmadović, come rappresentante serbo, Haris Silajdzić rappresentante dei
bosniaci musulmani e Zeljko Komsić, rappresentante croato. Ancora incerti i
risultati per quanto riguarda la carica di Presidente della Repubblica Srpska,
dove comunque è in testa Milan Jelić, socialdemocratico, contro il candidato
dell’SDS.
Dunque una vittoria moderata, o
questo, almeno, è quello che sembra.
Le polemiche contro i risultati
sono stati immediate.
L’HDZ croato, ad esempio, si è
affrettato a dichiarare che Komić è stato eletto con i voti dei non-croati e
che questo rappresenta un’autentica tragedia per tutto il popolo croato.
La notizia è arrivata in Italia
quasi per caso, sulla maggior parte dei giornali pochissimo spazio, un flash
alla televisione, e nessun approfondimento, nessuna spiegazione o commento.
Così continuiamo a sapere poco
della Bosnia e a disinteressarci della sua sorte.
Un domani, però, magari, ci
sentiremo in diritto di imporre ancora la volontà delle Nazioni Unite come
avvenne con gli accordi di Dayton, nel nome di un popolo di cui non sappiamo
quasi niente.
“Una mina che deve esplodere” si
legge talvolta sui saggi politici a proposito dei Balcani, “una bomba ad
orologeria” . La preoccupazione è sempre rivolta verso di noi, ed anche in quel
caso non è mai molto più che un pensiero fugace, da rimandare a più tardi.
Intanto, mano a mano che ci
allontaniamo dalla guerra, la situazione peggiora: sempre meno gli aiuti delle
ONG, sempre maggiore, naturalmente, l’indifferenza. Ed i problemi della Bosnia
non sono troppo di moda, non lo sono mai stati, dopotutto. Tre anni di assedio
a Sarajevo,
il più lungo della storia occidentale, sono passati tra chiacchiere e caffè.
Ma le grida di odio e
disperazione, lanciate da un popolo tradito verso la comunità internazionale,
continuano, di quando in quando, a risuonare nell’aria.
Due cose, su tutte, mi fanno
paura. La prima è la perseveranza nell’errore, di un’occidente che non vuole
guardare. La seconda è il fatto che abbiano ragione.
Francesca Righetti