19/10/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Scioperi e anarchia nei Territori palestinesi, parla un docente dell'università di Gaza

Dopo il fallimento della riunione del Comitato Centrale di Al Fatah, da cui si attendevano drastiche decisioni per risolvere lo stallo nelle trattative tra Hamas e il partito del presidente Abu Mazen, il presidente palestinese ha annunciato che sta valutando l’ipotesi di un governo di transizione, composto da figure indipendenti, suggerita da un gruppo di accademici palestinesi.

 
Nella striscia di Gaza la guerra entra ogni giorno nelle case e nelle vite della gente, i colpi dell’artiglieria e i raid dell'esercito israeliano non hanno risparmiato i campi profughi, le moschee, gli edifici dell’amministrazione civile e nemmeno gli atenei, uccidendo oltre 30 persone nell'ultima settimana. L’insegnamento prosegue a stento e la povertà crescente allontana sempre più i palestinesi dai libri. Alcuni insegnanti delle università palestinesi si sono raccolti in un’associazione per boicottare Israele, almeno sul fronte delle attività culturali: una forma di protesta contro il silenzio dei loro colleghi israeliani, che non condannano le atrocità dell’esercito di Tel Aviv. Uno di loro è Asaad Abu Sharelh, insegna letteratura all’università di Gaza e non è legato ad alcuna formazione politica o religiosa. PeaceReporter gli ha chiesto di commentare il momento di particolare crisi, umanitaria ma anche politica, che si sta vivendo oggi nei Territori Occupati.
 
Miliziani a GazaDa settimane è in corso uno sciopero dei dipendenti pubblici palestinesi, lei partecipa?
“A questo sciopero stanno partecipando soprattutto gli insegnanti delle scuole inferiori, io insegno all’università e la nostra non è una partecipazione in senso pieno, ma certamente siamo solidali con loro. In questa situazione è come se tutti fossimo in sciopero. Noi riceviamo parte dei nostri stipendi dalle tasse che pagano gli studenti, quindi qualche soldo lo abbiamo visto, anche se non regolarmente. Gli insegnanti delle scuole inferiori invece non vengono pagati da almeno sei, sette mesi”.
 
Questo avviene a causa del blocco degli aiuti dell’Unione Europea e delle tasse delle esportazioni palestinesi trattenute da Israele. Come giudica questi provvedimenti?
“Il loro scopo è portare la guerra civile nei territori. Lo voglio dire chiaramente, la nostra vita è diventata impossibile e il mondo intero sta a guardare senza fare assolutamente nulla. Siamo alle prese con un ricatto da parte di quelli che una volta erano donatori internazionali e che ora vogliono spremere il sangue dei palestinesi per imporre le loro condizioni politiche. Ma non è solo il blocco dei fondi a rendere le nostre vite impossibili, c’è anche il fatto che la corrente elettrica manca da giugno, le importazioni sono bloccate e le continue incursioni dell’esercito israeliano, che hanno provocato oltre 30 morti negli ultimi sette giorni. Non si è fermata nemmeno la frammentazione della Cisgiordania, che è sempre più divisa e colonizzata. Queste manovre sono decise dagli Usa e da Israele, con la complicità dell’Europa. In quanto palestinesi oggi siamo sottoposti a una punizione collettiva, ma questo è inaccettabile, perché non si può privare un popolo delle sue necessità primarie. Abbiamo dei diritti come esseri umani e non rinunceremo mai a rivendicarli. Il mondo sembra voler ignorare che questa situazione è il seme di tanti conflitti nel mondo, e ora che è sull’orlo del collasso, o meglio, dell’esplosione, la situazione della regione intera non potrà che peggiorare. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea devono comprendere che finché si continuerà a opprimere e umiliare i palestinesi non vivranno mai in un mondo sicuro.”
 
Miliziani di FatahCosa pensa del fallimento nella creazione di un governo di unità nazionale?
“Sono stati gli Usa e Israele a rifiutare l’ipotesi di un governo di unità nazionale, paventando il rifiuto di Hamas di riconoscere Israele. L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, l'Olp, riconosce Israele, e gli accordi di pace si fanno con l'Olp. Perché insistere che anche Hamas debba riconoscere Israele in cambio di nulla? Hamas sta nell'Olp e tanto dovrebbe bastare. Stanno bloccando i soldi per pagare gli insegnanti, gli ingegneri, i medici e non solo. Questa non è pressione politica, è una liquidazione collettiva. La questione del riconoscimento è una grande ipocrisia: l'Olp ha detto che riconoscerà Israele se ci sarà un ritiro dai territori occupati e il riconoscimento dei diritti internazionali. Il riconoscimento c’è, ma questa polemica serve per non concedere nulla in cambio. Il riconoscimento di Israele da parte di Hamas non significa nulla, come non hanno importanza ai fini del processo di pace i partiti israeliani che non riconoscono l'Olp. Hamas rappresenta i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania, mentre l'Olp rappresenta 10 milioni di palestinesi nel mondo. Cosa è meglio per Israele? Invece di aiutarci la comunità internazionale spinta dagli Usa ha solo messo ostacoli, e alla lunga questo atteggiamento produce solo terrorismo.
 
Quali prospettive restano ora? Considera possibili nuove elezioni?
Personalmente la mia prima speranza è che un governo di unità nazionale si possa realizzare, ma se questo non fosse possibile mi aspetto che Hamas faccia un passo indietro e accetti di stare all’opposizione per poi eventualmente concordare con Abu Mazen una partecipazione al nuovo governo. Non credo sia necessario arrivare a nuove elezioni, ma se ci fossero, sono convinto che la gente non voterebbe di nuovo per Hamas, ma ci sarebbero delle sorprese: immagino un governo di tecnocrati e personalità indipendenti. Quello che Hamas e Fatah stanno facendo ultimamente, combattendosi tra loro, non serve affatto alla causa palestinese. Tuttavia di una cosa sono certo: se anche avessimo il miglior governo del mondo, Israele non ci concederebbe i nostri diritti: non si ritirerebbe dalle colonie in Cisgiordania e attorno a Gerusalemme e non ci concederebbe il diritto all’autodeterminazione.

Naoki Tomasini

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