Scioperi e anarchia nei Territori palestinesi, parla un docente dell'università di Gaza
Dopo il fallimento della riunione del Comitato Centrale
di Al Fatah, da cui si attendevano drastiche decisioni per risolvere
lo stallo nelle trattative tra Hamas e il partito del presidente Abu Mazen, il
presidente palestinese ha annunciato che sta valutando l’ipotesi di un governo
di transizione, composto da figure indipendenti, suggerita da un gruppo di
accademici palestinesi.
Nella striscia di Gaza la guerra entra ogni giorno nelle
case e nelle vite della gente, i colpi dell’artiglieria e i raid
dell'esercito israeliano non hanno
risparmiato i campi profughi, le moschee, gli edifici
dell’amministrazione
civile e nemmeno gli atenei, uccidendo oltre 30 persone nell'ultima
settimana. L’insegnamento prosegue a stento e la povertà crescente
allontana sempre più i palestinesi dai libri. Alcuni insegnanti delle
università palestinesi si sono raccolti in
un’associazione per boicottare
Israele, almeno sul fronte delle attività culturali: una forma di protesta
contro il silenzio dei loro colleghi israeliani, che non condannano le atrocità
dell’esercito
di Tel Aviv. Uno di loro è
Asaad Abu Sharelh, insegna letteratura all’università
di Gaza e non è legato ad alcuna formazione politica o religiosa. PeaceReporter
gli ha chiesto di commentare il momento di particolare crisi, umanitaria ma
anche politica, che si sta vivendo oggi nei Territori Occupati.
Da settimane è in corso uno sciopero dei dipendenti
pubblici palestinesi, lei partecipa?
“A questo sciopero stanno partecipando soprattutto gli
insegnanti delle scuole inferiori, io insegno all’università e la nostra non è
una partecipazione in senso pieno, ma certamente siamo solidali con loro. In
questa situazione è come se tutti fossimo in sciopero. Noi riceviamo parte dei
nostri stipendi dalle tasse che pagano gli studenti, quindi qualche soldo lo
abbiamo visto, anche se non regolarmente. Gli insegnanti delle scuole inferiori
invece non vengono pagati da almeno sei, sette mesi”.
Questo avviene a causa del blocco degli aiuti dell’Unione
Europea e delle tasse delle esportazioni palestinesi trattenute da Israele.
Come giudica questi provvedimenti?
“Il loro scopo è portare la guerra civile nei territori. Lo
voglio dire chiaramente, la nostra vita è diventata impossibile e il
mondo
intero sta a guardare senza fare assolutamente nulla. Siamo alle prese
con un
ricatto da parte di quelli che una volta erano donatori internazionali
e che
ora vogliono spremere il sangue dei palestinesi per imporre le loro
condizioni
politiche. Ma non è solo il blocco dei fondi a rendere le nostre vite
impossibili,
c’è anche il fatto che la corrente elettrica manca da giugno, le
importazioni
sono bloccate e le continue incursioni dell’esercito israeliano, che
hanno provocato oltre 30 morti negli ultimi sette giorni. Non
si è fermata nemmeno la frammentazione della Cisgiordania, che è sempre
più
divisa e colonizzata. Queste manovre sono decise dagli Usa e da
Israele, con la
complicità dell’Europa. In quanto palestinesi oggi siamo sottoposti a
una
punizione collettiva, ma questo è inaccettabile, perché non si può
privare un
popolo delle sue necessità primarie. Abbiamo dei diritti come esseri
umani e
non rinunceremo mai a rivendicarli. Il mondo sembra voler ignorare che
questa
situazione è il seme di tanti conflitti nel mondo, e ora che è
sull’orlo del
collasso, o meglio, dell’esplosione, la situazione della regione intera
non
potrà che peggiorare. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea devono
comprendere che
finché si continuerà a opprimere e umiliare i palestinesi non vivranno
mai in
un mondo sicuro.”
Cosa pensa del fallimento nella creazione di un governo
di unità nazionale?
“Sono stati gli Usa e Israele a rifiutare l’ipotesi di un
governo di unità nazionale, paventando il rifiuto di Hamas di riconoscere
Israele. L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, l'Olp, riconosce
Israele, e gli accordi di pace si fanno con l'Olp. Perché insistere che anche
Hamas debba riconoscere Israele in cambio di nulla? Hamas sta nell'Olp e tanto
dovrebbe bastare. Stanno bloccando i soldi per pagare gli insegnanti, gli
ingegneri, i medici e non solo. Questa non è pressione politica, è una
liquidazione collettiva. La questione del riconoscimento è una grande
ipocrisia: l'Olp ha detto che riconoscerà Israele se ci sarà un ritiro dai
territori occupati e il riconoscimento dei diritti internazionali. Il
riconoscimento c’è, ma questa polemica serve per non concedere nulla in cambio.
Il riconoscimento di Israele da parte di Hamas non significa nulla, come non
hanno importanza ai fini del processo di pace i partiti israeliani che non
riconoscono l'Olp. Hamas rappresenta i palestinesi di Gaza e della
Cisgiordania, mentre l'Olp rappresenta 10 milioni di palestinesi nel mondo.
Cosa è meglio per Israele? Invece di aiutarci la comunità internazionale spinta
dagli Usa ha solo messo ostacoli, e alla lunga questo atteggiamento produce
solo terrorismo.
Quali prospettive restano ora? Considera possibili nuove
elezioni?
Personalmente la mia prima speranza è che un governo di
unità nazionale si possa realizzare, ma se questo non fosse possibile mi
aspetto che Hamas faccia un passo indietro e accetti di stare all’opposizione
per poi eventualmente concordare con Abu Mazen una partecipazione al nuovo
governo. Non credo sia necessario arrivare a nuove elezioni, ma se ci fossero,
sono convinto che la gente non voterebbe di nuovo per Hamas, ma ci sarebbero delle
sorprese: immagino un governo di tecnocrati e personalità indipendenti. Quello
che Hamas e Fatah stanno facendo ultimamente, combattendosi tra loro, non serve
affatto alla causa palestinese. Tuttavia di una cosa sono certo: se anche
avessimo il miglior governo del mondo, Israele non ci concederebbe i nostri
diritti: non si ritirerebbe dalle colonie in Cisgiordania e attorno a
Gerusalemme e non ci concederebbe il diritto all’autodeterminazione.