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Brigate di morte. Si tratta dell’8^ brigata del 2°
battaglione della Polizia Nazionale, creata appositamente per garantire la
sicurezza dei cittadini nella parte occidentale di Baghdad. L’unità, forte di
800 uomini, si è distinta “per non aver dimostrato un livello di
professionalità accettabile, contravvenendo agli ordini impartiti dal ministero
degli Interni”, ha dichiarato il generale William Caldwell, portavoce della
Coalizione in Iraq, utilizzando un eufemismo per non dire apertamente che i
poliziotti sono stati parte attiva nel rapimento, nella tortura e
nell’assassinio di una quantità indefinita di civili. “Ci sono prove evidenti
dell’esistenza di una complicità di questa unità con alcuni ‘squadroni della
morte’, proteggendo i loro movimenti quando avrebbero invece dovuto fermarli”,
ha aggiunto lo stesso Caldwell. I poliziotti hanno aiutato i fanatici
dell’esercito del Mahdi, i miliziani sciiti al servizio dell’ayatollah Moqtada
al-Sadr, a individuare e ad attaccare famiglie sunnite. I leader religiosi
sunniti, da tempo, denunciavano le collusioni tra la polizia e le milizie, in
particolare rispetto ad alcuni episodi: il rapimento collettivo del personale
della Camera di Commercio Iraq – Usa di Baghdad, il rapimento dell’intero
Comitato Olimpico iracheno e il rapimento di gruppi interi di operai che, per
il solo fatto di lavorare per sfamare le proprie famiglie, vengono considerati
traditori.
Spettatori impotenti e complici. L’ultimo episodio
che ha visto coinvolti i poliziotti dell’unità incriminata è avvenuto lunedì
scorso, quando un gruppo di miliziani sciiti ha assaltato una zona piena di
negozi di computer, rastrellando 14 sunniti, nei pressi del Politecnico di
Baghdad. Un testimone oculare ha
raccontato che, prima dell’arrivo dei miliziani, e durante tutto il tempo
dell’azione, i mezzi della polizia
hanno assistito senza muovere un dito alla scena. Stessa dinamica per un
episodio avvenuto domenica scorsa, quando 24 sunniti sono stati rapiti da un
gruppo di uomini armati. Ma non è certo una novità, tanto che nei giorni
scorsi, sul Times, è stato pubblicato un reportage dell’inviato Ned
Parker, che racconta di un capo della milizia sciita, tale Abu Maha, che a
Baghdad conta più dei militari. Anzi, poliziotti e soldati eseguono i suoi
ordini, trattandolo come un capo. Maha risolve in prima persona i problemi con
quelli che chiama ‘terroristi sunniti’, stanandoli dalle loro case e facendosi
giustizia da solo. Secondo il punto di vista di questi guerriglieri, i sunniti
si comportano nello stesso modo, e anche loro hanno ‘squadre speciali’. Tutti
parlano di autodifesa, mentre in Iraq si continua a morire.
Un quadro disarmante. Il
premier iracheno al-Maliki ha annunciato un piano in 4 punti per fare chiarezza
all’interno delle forze dell’ordine e per appurare l’esistenza di alleanze tra
agenti e miliziani, ma il reale potere di quest’inchiesta è scarso, perché è
flebile il controllo che il governo ha di un esercito e di una polizia messi
assieme in fretta a furia, dopo che il tessuto dei servizi di sicurezza è stato
smantellato alla caduta del regime di Saddam. E non è solo un problema di
addestramento, visto che la brigata incriminata è stata allestita, addestrata
e
armata dagli esperti degli Stati Uniti. In realtà la popolazione civile ha
paura e, com’è recentemente accaduto nella provincia di al-Anbar, si organizza
per difendersi da sola. In questo clima di anarchia, dove il governo iracheno
non riesce a controllare nulla e i militari stranieri vivono rintanati nelle
loro basi, tutti si armano contro tutti, dando sfogo all’odio religioso, etnico
e alla regolazione di conti politici. Il bilancio del passaggio di consegne è
drammatico e, dopo che le prime due province sono ufficialmente passate sotto
la giurisdizione diretta del governo iracheno, la situazione è sempre meno
gestibile da forze dell’ordine sottopagate, esposte al massacro quotidiano e adesso
anche infiltrate. Christian Elia