
Stamattina in Iran, su ordine della magistratura, in mano ai conservatori, è
stata chiusa la sede di Emrouz, un sito web di contenuti politici vicino ai riformatori.
Said Mortazavi, procuratore di Teherean, ha dichiarato che “il sito è stato chiuso
perché metteva in pericolo la sicurezza nazionale.”
Se non fosse la consuetudine in questo Paese, uno potrebbe pensare che il clero
conservatore ha lanciato al mondo un messaggio chiarissimo: comandiamo noi.
“Le elezioni sono state completamente libere. Il risultato elettorale è una grande
sconfitta per gli Stati Uniti e Israele”, ha dichiarato Khamenei, guida suprema
della rivoluzione, in un discorso alla televisione di stato iraniana, “loro ci
hanno accusato di aver manipolato i risultati delle elezioni, ma il popolo iraniano
ha dimostrato di essere dalla nostra parte.”
In realtà le elezioni non hanno sconvolto proprio nulla, tanto che la magistratura
ha promesso di essere clemente con Shargh, quotidiano riformista, che aveva pubblicato
una durissima lettera dei candidati esclusi o ritirati dalla tornata elettorale,
che accusavano Khamenei di uccidere la libertà in Iran.
Tutto come previsto. L’unico terremoto che si è avvertito a Teheran in questi
giorni, è quello che ha colpito con 23 scosse telluriche in solo undici ore, la
città di Damavand, a 50 chilometri dalla capitale.
Secondo i dati diffusi dall’ISNA, l’agenzia stampa degli universitari in Iran,
vicina ai riformisti, l’affluenza alle urne è stata del 50,5%. Sostanzialmente
sarebbero quindi confermati i dati diffusi dal ministero dell’Interno iraniano
sabato scorso, 21 febbraio 2004.
Si tratta della percentuale più bassa di partecipazione al voto dal 1979, anno
della rivoluzione islamica in Iran. Nel 2000, grazie all’entusiasmo per le riforme
promesse da Khatami, avevano votato il 67% degli aventi diritto.
Secondo gli stessi calcoli, la partecipazione al voto, cala vistosamente nel
distretto elettorale di Teheran, scendendo fino al 28%. Il dato si spiega con
il fatto che capitale è il centro dell’opposizione al regime degli ayatollah,
ma paradossalmente è la periferia ad aver dato gli unici segnali di scontro con
il potere.
A Firouzabad, nella provincia meridionale di Fars, centinaia di persone si erano
radunate in strada dopo che l’ufficio del governatore locale, aveva cominciato
a diffondere i dati delle elezioni, con una cifra di affluenza alle urne ritenuta
troppo alta, quindi falsa.
La polizia si è scontrata con il corteo e diverse persone si sono scagliate contro
i poliziotti, dopo che un uomo era stato ferito dagli agenti. Quattro persone,
tra cui un agente, sono morte negli incidenti.
.Nella città Izeh, provincia sud-occidentale del Khuzestan, i manifestanti hanno
cercato di assaltare gli uffici del governo e quelli dell’autorità giudiziaria,
accusando le autorità locali di brogli nelle elezioni. La rabbia popolare è esplosa
quando si è diffusa la notizia della vittoria di strettissima misura di Sayed
Hadi Tabatabai, candidato conservatore.
Anche qui la polizia ha reagito con forza, uccidendo altri quattro dimostranti.
Il dato veramente atteso non era quello del vincitore delle elezioni, ma della
reazione popolare.
L’opposizione aveva chiesto il boicottaggio totale del voto. Il dato della partecipazione
è basso rispetto alla storia del Paese, ma non come i riformisti si auguravano.
Tanto da ammettere la sconfitta con un portavoce. Sicuramente ha influito la mobilitazione
massiccia del clero conservatore, che ha legato il voto a un dovere religioso
o a risvolti futuri sulla possibilità di continuare a lavorare.
“Tocca agli iraniani della diaspora mobilitarsi per salvare il Paese”. Questo
il commento di Reza Ciro Phalevi, figlio dello scià deposto da Khoimeini nel 1979,
che vive negli Stati Uniti dal giorno della fuga del padre dall’Iran. “Ci sono
tre milioni e mezzo di iraniani che vivono all’estero”, continua l’erede al trono,
“occupano posti di riguardo nei paesi che li hanno accolti e dispongono di ingenti
mezzi finanziari. Oltre 600 milioni di dollari da investire nel futuro dell’Iran.
Le nostre parole cominciano lentamente a trovare
un riscontro in ambienti inaspettati come il clero e l’esercito.”
Le parole dell’erede al trono sembrano sottolineare come si ritenga esaurita
la spinta interna che ha fatto sperare per un po’ in una teocrazia capace di rinnovarsi
da sola, dall’interno.
Ora bisogna aspettare le reazioni dell’Unione Europea e degli Stati Uniti. Il
clero conservatore ha dimostrato di avere, con la forza o meno, il Paese in mano.
La firma sul trattato di non proliferazione nucleare è il vero obiettivo delle
cancellerie occidentali, che hanno scarsa voglia di inimicarsi gli ayatollah proprio
ora che gli sciiti iracheni sono in ebollizione. Forse questo porterà a ritenere
che è con i conservatori che bisogna trattare, ma di questo gli iraniani non avranno
notizia, visto che i giornali continuano a essere chiusi.