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Tut Naw è un piccolo villaggio di contadini e allevatori abbarbicato sulle impervie
montagne di Kunar, a nord di Jalalabad. Lunedì 2 ottobre, i marines statunitensi
impegnati nell’operazione “Furia di Montagna” lo hanno circondato e hanno
condotto un rastrellamento casa per casa alla ricerca di presunti talebani che
vi si nascondevano. Ma non hanno trovato nulla, nemmeno armi. I soldati hanno
appiccato il fuoco a sei case, ucciso a colpi d’arma da fuoco una decina di
mucche e poi se ne sono andati via portando con loro tre ragazzi del villaggio.
Vietato criticare l’occupante.
Nelle stesse ore a Jalalabad, nel palazzo del governatorato, era in corso una
riunione dei capi tribali della regione per discutere del deterioramento delle
condizioni di sicurezza nella zona. Zabit Zaher, rispettato anziano delle
montagne di Khugyani – responsabile delle finanze per il suo distretto al tempo
del governo mujaheddin di Rabbani e per questo successivamente imprigionato dai
talebani –, ha preso la parola dichiarando che la colpa dell’insicurezza nella
regione è delle forze d’occupazione Usa, e affermando che queste dovrebbero
andarsene e lasciare il controllo della zona alle autorità locali, che poi
penserebbero ad arrestare e consegnare loro “tutti i talebani che vogliono”. Alla
fine della riunione, Zabit Zaher è stato arrestato dai marines. Lo ha
denunciato suo nipote, Taher Omar.
Non basta metterci una
toppa verde. Nelle regioni orientali dell’Afghanistan, come in tutto il
resto del paese, le truppe Usa si sono rese responsabili di gratuite violenze
e
abusi contro la popolazione locale. Enrico Piovesana