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Le vendite di armi hanno superato i mille miliardi di dollari (834 miliardi di euro), il 34 per cento in più di 10 anni fa. Tale somma è 15 volte maggiore di tutti i soldi impegnati nel mondo in aiuti umanitari.
Ritorno al passato. Se l'attuale trend di crescita continuerà, entro la fine dell'anno si saranno
superati i livelli raggiunti durante la Guerra Fredda. Il nuovo, preoccupante
rapporto è stato pubblicato da 'ControlArms', sigla che riunisce Amnesty International,
Oxfam e International action network on small arms (Iansa, una rete di oltre cinquecento
associazioni in cento Paesi, tra cui, in Italia, Rete Disarmo). Uno degli aspetti
di maggior interesse del rapporto è che il mercato delle armi è diventato più
'globalizzato', con produzioni sempre più spesso risultato di assemblaggi di componenti
prodotte ovunque. Una situazione che consente di aggirare le leggi permettendo
alle armi di raggiungere anche Stati sottoposti a embargo, o soggetti che violano
le leggi internazionali e i diritti umani. Le stesse compagnie sono sempre più
'globalizzate', con strutture produttive delocalizzate, sussidiarie estere e joint
venture in Paesi dove la destinazione finale delle armi è spesso sconosciuta.
Più armi, meno farmaci. Nel 2005 - scrive il rapporto - i cinque maggiori esportatori mondiali, Russia,
Stati Uniti, Francia, Germania e Gran Bretagna - hanno continuato a dominare la
scena globale, con l'82 per cento delle 100 principali aziende belliche. Sono
comparsi nuovi Paesi, che prima non figuravano nella classifica. Israele con quattro
aziende, la Corea del SUd con tre, l'India con tre, Brasile, Singapore e Sudafrica
con una ciascuno. Nel 2002 il governo indiano ha stracciato la lista nera di Paesi
'sensibili' cominciando a vendere armi a Myanmar (ex Birmania) e Sudan, i cui
regimi sono notoriamente sotto embargo perché responsabili di violazione dei diritti
umani. Il Congresso degli Stati Uniti ha stimato che Asia, Medio Oriente, America
Latina e Africa hanno speso insieme 22,5 miliardi di dollari in armi nel 2004:
l'8 per cento in più rispetto al 2003. Tale somma avrebbe potuto consentire a
questi Paesi di ridurre la mortalità infantile di due terzi e di far andare a
scuola tutti i bambini entro il 2015, raggiungendo due degli Obiettivi del Millennio
previsti dall'Onu. Botswana, Repubblica Democratica del Congo, Nigeria, Ruanda,
Sudan e Uganda hanno raddoppiato le loro spese militari tra il 1985 e il 2000.
Nel biennio 2002-2003 il Bangladesh, il Nepal e il Pakistan sono stati tra quei
Paesi i cui governi hanno speso più in armi che in sanità pubblica. Mille persone
muoiono ogni anno come risultato diretto della violenza armata. Negli ultimi 10
anni, la metà delle violazioni più gravi dei diritti umani e l'85 per cento dei
delitti hanno coinvolto l'utilizzo di armi da fuoco. Un numero inquantificabile
muore invece a causa degli effetti indiretti dei conflitti armati: economie al
collasso, infrastrutture sanitarie devastate, malattie e carestie.
Rotori pericolosi. Il rapporto di ControlArms cita l'esempio degli elicotteri 'Apache': prodotti
negli Usa ma composti da pezzi forniti da altri Paesi, vengono usati nei Territori
Occupati, dove spesso sono coinvolti in azioni in cui le morti di civili sono
ormai all'ordine del giorno. La Cina, per citare un altro esempio tratto dalla
rivista sulle armi 'Jane's Defence Weekly', ha ricevuto sia assistenza tecnica
che componenti militari da Paesi europei per lo sviluppo di un nuovo tipo di elicottero,
lo Z-10. Tra le ditte coinvolte nell'operazione anche l'anglo-italiana AgustaWestland.Luca Galassi