Tagliare le spese militari è necessario per dare più soldi alla pace e alla solidarietà internazionale
La finanziaria 2007, che su vari
aspetti (politica fiscale, provvedimenti di politica sociale ed
ambientale) rappresenta un significativo segnale di cambiamento e di
discontinuità rispetto alle finanziarie degli anni precedenti,
sulle spese militari si muove invece sulla stessa linea bipartisan
del governo Berlusconi (e dei governi precedenti). Le spese militari
aumentano: 3 miliardi e 160 milioni in più solo in
finanziaria, senza contare quello che ci sarà nella Tabella
del Bilancio della Difesa e in quella dello Sviluppo economico (che
finanzia e sostiene la produzione bellica) di cui sapremo solo nelle
prossime ore. Non solo la finanziaria dà più soldi alle
Forze Armate e alle spese militari, ma conferma privilegi e rendite
di posizione del Ministero della Difesa: tra queste l’esenzione dal
blocco del turn over che vale per tutto il resto della Pubblica
Amministrazione (che non può spendere per nuove assunzioni più
del 20% di quanto spendeva per il personale in uscita). Il Ministero
della Difesa invece può assumere nuovo personale (soldati)
senza limiti, se non quelli di bilancio. Un altro privilegio è
quello derivante dalla vendita di caserme ed altri edifici militari.
Se si vende un’università o un ospedale i ricavi non vanno
al Ministero dell’Università e a quello della Sanità,
ma al Ministero dell’Economia che li usa in base alle esigenze di
finanza pubblica, se invece viene venduta una caserma, i soldi se li
prende il Ministero della Difesa che li usa (unico vincolo, e che
vincolo!) per l’ammodernamento o l’acquisizione di nuovi sistemi
d’arma.
Ovviamente, quando il Ministero della
Difesa fa i conti - per lamentarsi delle poche risorse, ecc.- non
calcola anche tutti questi fondi extra bilancio: il fondo per le
missioni “di pace”, il sostegno all’industria militare, gli
introiti dalla vendita delle caserme, ecc. Addirittura sono state
fatte circolare voci riguardo alle spese della difesa che non
supererebbero lo 0,8% del Pil. La Nato (fonte non sospetta) ci dice
invece che i soldi che l’Italia spende per le armi equivalgono al
2% del Pil, stessa percentuale di altre potenze medio-grandi. In
realtà importa di più che la cifra assoluta o relativa
al Pil la spesa procapite. Per fare un esempio ’Italia spende 480
dollari procapite, la Germania 406.
Contro questi provvedimenti della
finanziaria sulla spesa militare, Sbilanciamoci! farà le sue
controproposte (il Rapporto della campagna verrà
presentato il
prossimo 12 ottobre, alla Sala del Cenacolo a Roma) che prevedono: l’abrogazione
dei
provvedimenti contenuti in finanziaria (tagliando dunque i 3 miliardi
e 160 milioni) e la riduzione del 20% della spesa militare
complessiva (per un taglio di circa 4 miliardi). A fronte di ciò
va ricordato che per il servizio civile nazionale c’è un
misero aumento di 50 milioni di euro (che non garantirà a
tutte le ragazze e ragazzi di poter svolgere il servizio) e un più
significativo aumento dei fondi per la cooperazione da 382 a 600
milioni di euro: aumento importante, ma che ancora è lontano
da quello 0,7% del Pil tante volte promesso. Tagliare le spese
militari è dunque necessario: per dare più soldi alla
pace e alla solidarietà internazionale, rispettando così
la Costituzione e le carte delle Nazioni Unite.
Giulio Marcon*