05/10/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Tagliare le spese militari è necessario per dare più soldi alla pace e alla solidarietà internazionale


 
La finanziaria 2007, che su vari aspetti (politica fiscale, provvedimenti di politica sociale ed ambientale) rappresenta un significativo segnale di cambiamento e di discontinuità rispetto alle finanziarie degli anni precedenti, sulle spese militari si muove invece sulla stessa linea bipartisan del governo Berlusconi (e dei governi precedenti). Le spese militari aumentano: 3 miliardi e 160 milioni in più solo in finanziaria, senza contare quello che ci sarà nella Tabella del Bilancio della Difesa e in quella dello Sviluppo economico (che finanzia e sostiene la produzione bellica) di cui sapremo solo nelle prossime ore. Non solo la finanziaria dà più soldi alle Forze Armate e alle spese militari, ma conferma privilegi e rendite di posizione del Ministero della Difesa: tra queste l’esenzione dal blocco del turn over che vale per tutto il resto della Pubblica Amministrazione (che non può spendere per nuove assunzioni più del 20% di quanto spendeva per il personale in uscita). Il Ministero della Difesa invece può assumere nuovo personale (soldati) senza limiti, se non quelli di bilancio. Un altro privilegio è quello derivante dalla vendita di caserme ed altri edifici militari. Se si vende un’università o un ospedale i ricavi non vanno al Ministero dell’Università e a quello della Sanità, ma al Ministero dell’Economia che li usa in base alle esigenze di finanza pubblica, se invece viene venduta una caserma, i soldi se li prende il Ministero della Difesa che li usa (unico vincolo, e che vincolo!) per l’ammodernamento o l’acquisizione di nuovi sistemi d’arma.

Ovviamente, quando il Ministero della Difesa fa i conti - per lamentarsi delle poche risorse, ecc.- non calcola anche tutti questi fondi extra bilancio: il fondo per le missioni “di pace”, il sostegno all’industria militare, gli introiti dalla vendita delle caserme, ecc. Addirittura sono state fatte circolare voci riguardo alle spese della difesa che non supererebbero lo 0,8% del Pil. La Nato (fonte non sospetta) ci dice invece che i soldi che l’Italia spende per le armi equivalgono al 2% del Pil, stessa percentuale di altre potenze medio-grandi. In realtà importa di più che la cifra assoluta o relativa al Pil la spesa procapite. Per fare un esempio ’Italia spende 480 dollari procapite, la Germania 406.

Contro questi provvedimenti della finanziaria sulla spesa militare, Sbilanciamoci! farà le sue controproposte (il Rapporto della campagna verrà presentato il prossimo 12 ottobre, alla Sala del Cenacolo a Roma) che prevedono: l’abrogazione dei provvedimenti contenuti in finanziaria (tagliando dunque i 3 miliardi e 160 milioni) e la riduzione del 20% della spesa militare complessiva (per un taglio di circa 4 miliardi). A fronte di ciò va ricordato che per il servizio civile nazionale c’è un misero aumento di 50 milioni di euro (che non garantirà a tutte le ragazze e ragazzi di poter svolgere il servizio) e un più significativo aumento dei fondi per la cooperazione da 382 a 600 milioni di euro: aumento importante, ma che ancora è lontano da quello 0,7% del Pil tante volte promesso. Tagliare le spese militari è dunque necessario: per dare più soldi alla pace e alla solidarietà internazionale, rispettando così la Costituzione e le carte delle Nazioni Unite.          
 
Giulio Marcon*

Categoria: Politica
Luogo: Italia