05/10/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Isaf si espande nell'est. Usa: dubbi sull'esito della guerra. Anche i mujaheddin si ribellano
In viola la zona sud-estDa oggi la missione “di pace” Isaf della Nato – cui l’Italia partecipa con quasi 2.000 soldati –  assume il comando delle operazioni militari in tutto l’Afghanistan, anche nelle regioni sud-orientali che finora erano rimaste sotto esclusivo controllo del Pentagono. Circa 12 mila soldati Usa passeranno sotto il comando Isaf (attualmente britannico), sopperendo al mancato invio di truppe da parte degli alleati. Solo 8 mila soldati Usa rimarranno inquadrati nella missione Enduring Freedom.
 
Soldato Isaf tedescoAspettando il comando unificato Usa. Ma si tratta solo di un fase transitoria e, per così dire, illusoria. Infatti tra pochi mesi le due missioni verranno unificate sotto comando statunitense: nel febbraio 2007 il generale Usa Dan McNeill assumerà il comando sia della missione Isaf che di Enduring Freedom. A quel punto ogni distinzione tra le due missioni verrà meno e gli Stati Uniti avranno finalmente raggiunto il loro obiettivo: coinvolgere le truppe alleate della Nato, formalmente impiegate nella missione “di pace” Isaf, nella guerra contro i talebani.
 
Un attentato dei talebani“Impossibile sconfiggere i talebani”. Talebani che però, nel frattempo, sono diventati così forti che a Washington molti iniziano a dubitare di riuscire a sconfiggerli militarmente. Pochi giorni fa, il capogruppo della maggioranza repubblicana al Senato, Bill Frist, ha dichiarato che la guerra contro i ribelli Talebani “non potrà mai essere vinta” e che occorre uno sforzo per “portare coloro che si definiscono talebani nel governo del paese”. Secondo il senatore Frist i talebani sono ormai troppo numerosi e popolari tra la popolazione per essere sconfitti sul campo di battaglia.
 
Soldati Usa in AfghanistanIniziano a rivoltarsi anche i mujaheddin. L’analisi di Frist è esatta. Ma il suo auspicio è irrealistico. Non solo perché i talebani, dopo cinque anni di guerra e 25mila morti, non accetterebbero mai di entrare in un governo filo-americano. Ma anche perché la tendenza attuale è esattamente contraria, nel senso che un numero crescente di ex comandanti mujaheddin che finora avevano appoggiato l’occupazione Usa e il governo Karzai hanno deciso di ribellarsi. “Si tratta di comandanti di piccoli gruppi armati – spiega ad Asia Times Said Rasul, mullah della provincia di Zabul – che conducono azioni sporadiche contro le forze Usa e governative agendo in maniera isolata, senza alcun coordinamento con le strutture di comando dei talebani”.
Il 28 settembre, per esempio, nella provincia settentrionale di Faryab quattro poliziotti afgani sono stati uccisi in un attacco sferrato da miliziani fedeli all’ex-comandante mujaheddin Ghulam Qader Khan e a suo figlio Ahmad Khan, deputato al Parlamento afgano.
 
Rischio di un’insurrezione generalizzata. Secondo molti osservatori, l’Afghanistan di oggi assomiglia molto a quello delle prime fasi della resistenza armata contro l’occupazione sovietica, quando diverse fazioni di mujaheddin iniziarono a combattere il comune nemico russo. Ai talebani del mullah Omar nel sud e ai combattenti del Partito Islamico di Gulbuddin Hekmatyar nell’est si stanno aggiungendo piccoli gruppi armati attivi in diverse zone del paese, non più solo nelle zone a maggioranza pashtun. I 40 mila soldati occidentali rischiano di trovarsi presto nella stessa situazione dell’Armata Rossa negli anni Ottanta.
 

Enrico Piovesana

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