In Iran, il 20 febbraio 2004, si terranno le elezioni politiche. Il voto è preceduto
da aspre polemiche. Il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione, un organo di
controllo voluto direttamente dall’ayatollah Khomeini, ha bocciato migliaia di
candidature di elementi vicini al gruppo riformista che fa riferimento all’attuale
premier Khatami. Tra loro anche 85 dei 290 deputati del Majlis (Parlamento iraniano)
attualmente in carica.
La reazione della classe politica e dell’opinione pubblica è stata istantanea:
i deputati sono entrati in sciopero, 27 dei 28 governatori provinciali hanno minacciato
le dimissioni come ha fatto lo stesso Khatami. Mussavi-Lari, ministro degli Interni
in carica, ha dichiarato che in questo clima è impossibile lo svolgimento di libere
elezioni.
Proprio nell’anno del venticinquennale della rivoluzione islamica l’Iran vive
uno dei momenti più delicati della sua storia. Le aperture alla comunità internazionale
e le timide riforme interne che hanno caratterizzato, seppur in maniera contraddittoria,
i sette anni di governo di Khatami, rischiano di naufragare per un colpo di coda
degli ultraconservatori.
Sulla situazione iraniana e sulle prossime elezioni PeaceReporter ha intervistato
Bijan Zarmandili, giornalista iraniano che vive e lavora da anni in Italia

“L’Iran è alla vigilia di una svolta. Khatami è a un punto morto. I suoi progetti
non si sono potuti realizzare e ora si è creata una spaccatura tra base e vertice
dello schieramento riformista che non potrà essere superata senza una scelta netta
del premier”. Zarmandili non usa giri di parole per sottolineare il delicato momento
politico che vive il suo Paese d’origine.
“I conflitti accumulati in questi sette anni di governo, dovuti alla mancata
realizzazione di molte riforme che la base riformista si aspettava da Khatami
sono pronti a manifestarsi”, continua il giornalista, “i conservatori lo sanno
è tentano di riconquistare il controllo del Majlis, con un progetto esplicito:
ostacolare le candidature riformiste. Ovviamente questi non ci stanno a perdere
le posizioni conquistate con fatica in questi anni, ma la situazione è questa.”
Per Zarmandili quindi la spaccatura è più che altro “interna allo schieramento
riformista più che tra conservatori e riformisti stessi. Come per le amministrative
di due anni fa, dove c’è stata una fortissima astensione tra le file del blocco
riformista, il rischio è che la delusione delle aspettative si traduca in un massiccio
boicottaggio delle urne e questo finirebbe per fare il gioco dei conservatori.”
Il problema principale è proprio quello della leadership di tutto quel movimento
che vuole un Iran moderno e progressista. Non tutti si riconoscono più in Khatami.
“Il presidente per ora ha optato per un basso profilo –continua Zarmandili- ma
ora non ha scelta: o si dimette rinunciando al suo ruolo istituzionale e prende
il comando dell’opposizione o la spaccatura con la base sarà irrecuperabile.”
Sembra quindi che l’opposizione si organizzerà da sola, con o senza Khatami.
Bisogna anche capire quale sarà il ruolo della comunità internazionale in questo
momento della storia iraniana.
“La stampa interna è tutta in mano ai conservatori, quindi non ci sono stimoli
che arrivano dall’esterno. L’opposizione è un movimento iraniano” e il giornalista
comunque si dice “scettico sul peso delle pressioni esterne perché, rispetto alla
rivoluzione, quando la dinamica partì dagli esuli per riversarsi in patria, ora
l’opposizione è tutta interna.”
Cosa c’è da aspettarsi allora dalle elezioni del 20 febbraio? Si tornerà agli
scontri di piazza?
“Gli studenti, un’organizzazione che ha trovato forza e consapevolezza di sè
nei moti della primavera scorsa, si stanno già organizzando e hanno l’appoggio
di molti elementi istituzionali.” Zarmandili continua dicendo che “ci saranno
delle concessioni da parte dei conservatori, come in politica estera, ma potrebbero
non bastare per fermare la contestazione. Molto dipende dalle scelte di Khatami,
refrattario ai moti di piazza, ma il processo di contestazione potrebbe partire
da solo.”