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Asia e Sudamerica. Bangladesh, Brasile, Egitto, Indonesia, Messico,
Nepal e Filippine. Sono queste le sette nazioni che hanno speranza di
ottenere buoni risultati entro il 2015. Ma è doppio il numero di Paesi
che non solo non hanno migliorato la condizione infantile, ma
addirittura hanno visto un aumento della mortalità fra il 1990 e il
2004. Queste 14 nazioni rappresentano il 23 percento del campione
utilizzato per capire, a dieci anni dalla scadenza degli Obiettivi del
millennio, a che punto si è arrivati. Le zone geografiche considerate
sono quelle con il maggior numero di morti in giovane età e i risultati
dell’analisi sono riportati dalla rivista medica The Lancet. Per ogni
Paese sono state raccolte informazioni demografiche, sullo stato
nutrizionale, sulle principali cause di morte sotto i cinque anni e
sulle politiche sanitarie seguite. Per valutare i progressi compiuti
verso il quarto obiettivo del millennio, sono state confrontate le
medie annuali di riduzione di mortalità infantile di ogni Paese
con quelle che sarebbero state necessarie per raggiungere la meta nei
tempi definiti. In base poi ai risultati ottenuti, le 60 nazioni sono
state suddivise in tre gruppi: Paesi sulla strada giusta, Paesi da
tenere d’occhio e in cui agire, Paesi in una situazione critica che
desta allarme.
Polmonite, malaria, Hiv. I risultati dell’analisi sottolineano la
gravità del quadro e la necessità di intensificare gli sforzi, visto
che solo sette nazioni al momento possono sperare di farcela. Nella
maggior parte dei Paesi dove la mortalità infantile è aumentata vi sono
conflitti armati o è diffusa l’infezione da Hiv: Zimbabwe, Rwanda,
Kenya, Iraq, Costa d’Avorio, Repubblica Centrafricana e Botswana, per
esempio. Molti interventi efficaci nel proteggere la salute dei più
piccoli sono ancora poco diffusi, come l’utilizzo di zanzariere
trattate con insetticida o la prevenzione della trasmisisone dell’Hiv
da madre a figlio: raggiungono una copertura media del 3 percento. Le
malattie infettive nei bimbi e il loro trattamento rappresentano
un’area importante di intervento. Per esempio, sotto i cinque anni la
polmonite è la causa principale di morte, ma nei Paesi poveri, fra le
persone che si prendono cura dei più piccini, solo una su cinque è in
grado di riconoscerla ai primi sintomi. L’analisi ha poi notato ampie
variazioni sull’utilizzo dei diversi interventi anche all’interno di un
singolo Paese. Nella Repubblica Centrafricana, per esempio, se tre bambini
su quattro con febbre sono curati con gli antimalarici, solo uno su tre
riceve il vaccino contro il morbillo e le tre dosi contro difterite,
tetano, pertosse.
Note positive. In mezzo a tante brutte notizie, è stato registrato
anche qualche risultato positivo: in alcuni Paesi vi è stato un
miglioramento sostanziale della coperrtura sanitaria, che ha portato in
due anni a un aumento di dieci punti percentuali della proporzione di
mamme e bambini con accesso a interventi in grado di salvare la vita.
Uno spiraglio di speranza che fa capire come possono essere fatti passi
in avanti.
Valeria Confalonieri