03/10/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Eletti i tre rappresentati alla Presidenza bosniaca, ma il male del nazionalismo non è vinto
Saranno tre moderati a guidare la Bosnia. I risultati definitivi delle elezioni dicono infatti che alla presidenza tripartita del paese sono stati eletti il musulmano Haris Silajdzic, il serbo Nebojsa Radmanovic e il croato Zeljko Komsic: tutti e tre sono considerati moderati. Con il voto di ieri la presidenza dunque viene persa dai rappresentanti di orientamento nazionalista delle principali etnie della ex repubblica jugoslava.
 
operazioni di voto in bosniaTre uomini e una poltrona. Questo il risultato delle urne, si continua a eleggere una presidenza tripartita, come sancito dagli accordi di pace di Dayton, nel 1995, dopo la guerra che ha insanguinato i Balcani e che ora vede unite nella federazione della Bosnia Erzegovina la federazione croato-bosniaca e la repubblica Srpska, quella dei serbi.
Il risultato più in bilico è stato quello dell’esponente croato. Il testa a testa tra il socialdemocratico Zeljko Komsic (Sdp, multietnico) e il nazionalista Ivo Miro Jovic (dell'Hdz) è stato deciso dagli elettori del cantone di Sarajevo e di Tuzla, zone dove i croati sono la minoranza. Non a caso Jovic aveva dichiarato con tono minaccioso che Komsic “non può e non sarà membro della presidenza, perché la sua eventuale elezione sarà legale ma non legittima, visto che avrà vinto con i voti non dei croati, ma degli elettori musulmani dell'Sdp”.
 
Nebojsa RadmanovicSarajevo. “Sono contento, io ho votato per lui. Per la prima volta io, che mi sento solo bosniaco e non mi classifico come musulmano o altro, ho un rappresentante eletto alla presidenza”. A parlare così è Zoran Herzog, un vignettista di Sarajevo che dopo anni di studio in Italia è tornato a vivere nella sua città. Zoran, che ha guidato la delegazione italiana di osservatori dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo in Europa, sottolinea come “la modifica della registrazione dei certificati elettorali, che prima doveva essere fatta di persona e che invece adesso è automatica, in base alla carta d’identità, ha favorito l’affluenza alle urne che è stata molto sopra la media di sempre, ma questo purtroppo non significa che le cose stiano cambiando. La gente è molto rassegnata, e se pure hanno perso i partiti storicamente nazionalisti, i toni usati da chi ha vinto continuano a indicare una profonda divisione del popolo bosniaco – continua Zoran - una speranza era l’ingresso nell’Unione europea, perché avrebbe favorito la caduta delle frontiere, ma ormai i bosniaci si chiedono dove sia questa Europa, visto che la politica dura dei visti ci allontana sempre più dal Vecchio continente. Qui ormai l’adesione all’Ue sembra essere uscita dall’agenda politica, e in campagna elettorale non ne ha parlato nessuno.

zelijko komsicSrebrenica. “Quello che stupisce non è tanto l’assenza dell’Europa dai programmi elettorali, quanto quella del lavoro!”, risponde Giuseppe Terrasi, 31 anni, ricercatore universitario a Milano. Da anni vive tra l’Italia e Sebrenica, dove porta i suoi alunni a studiare Scienze della cooperazione per lo Sviluppo e la Pace. La struttura dove svolgono le loro attività, ricavata da due locali dell’ex caserma di polizia, non è semplicemente un osservatorio.  E’ quella che il suo stesso ideatore definisce una “scuola di pace”, dove si cerca di imparare dalla storia. “Il problema è che tutti i problemi finiscono in coda rispetto a un cupo nazionalismo”, spiega il docente che conosce come nessuno in Italia la tragedia dell’enclave musulmana, “anche i partiti che hanno vinto non hanno fatto altro che superare i partiti tradizionalmente nazionalisti sul loro stesso campo: i toni nazionalistici, appunto”. Terrasi tocca con mano, nel rapporto quotidiano, la situazione della Bosnia di oggi e lo stato d’animo dei suoi cittadini. “L’aspetto più inquietante”, racconta, “è che nelle chiacchiere con la gente emerge un senso di paura, di timore. Non a caso l’argomento che appassiona davvero la gente, più delle elezioni, è il referendum per l’indipendenza che vuole tenere la repubblica serba. Addirittura qualcuno ha paragonato il clima di queste elezioni all’aria che si respirava in Bosnia prima della guerra”.
 
Haris SilajdzicMostar. “Il problema è che la guerra qui non è mai finita”, racconta Milan da Mostar, un’altra città simbolo della guerra, un fotografo di padre croato e madre musulmana. “Mostar è ancora divisa, anche se la ricostruzione del ponte ha fatto tanto felici voi in Italia e nel resto d’Europa. Un simbolo di rinascita, di riappacificazione. Ma la guerra deve finire nella testa della gente. E questo non è ancora accaduto”. Anche perché i problemi non sono stati risolti dall’accordo di pace. “Certo si è smesso di sparare, chi non potrebbe esserne contento?” chiede Milan. “Ma la pace vera nascerà quando smetteremo di essere divisi, di sentirci prima cittadini di Mostar che croati o bosniaci, musulmani o cristiani. I problemi veri qui sono la disoccupazione e lo sviluppo, non il nazionalismo. Gli accordi di Dayton ci hanno lasciato in eredità questa amministrazione tripartita, con tre uomini che finiscono per litigare su qualunque cosa, sentendosi espressione della loro comunità e non al servizio del Paese. Questo blocca qualunque riforma, qualunque iniziativa. E i politici usano sempre la carta dell’orgoglio religioso ed etnico per scaldare gli animi. Eppure, dopo tutto quello che è successo, ci vuole un bel coraggio a essere così imbecilli”. 

Christian Elia

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