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Tre uomini e una poltrona. Questo
il risultato delle urne, si continua a eleggere una presidenza tripartita, come
sancito dagli accordi di pace di Dayton, nel 1995, dopo la guerra che ha
insanguinato i Balcani e che ora vede unite nella federazione della Bosnia
Erzegovina la federazione croato-bosniaca e la repubblica Srpska, quella dei
serbi.
Sarajevo. “Sono contento, io ho votato per
lui. Per la prima volta io, che mi sento solo bosniaco e non mi classifico come
musulmano o altro, ho un rappresentante eletto alla presidenza”. A parlare così
è Zoran Herzog, un vignettista di Sarajevo che dopo anni di studio in Italia è
tornato a vivere nella sua città. Zoran, che ha guidato la delegazione italiana
di osservatori dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo in Europa,
sottolinea come “la modifica della registrazione dei certificati elettorali,
che prima doveva essere fatta di persona e che invece adesso è automatica, in
base alla carta d’identità, ha favorito l’affluenza alle urne che è stata molto
sopra la media di sempre, ma questo purtroppo non significa che le cose stiano
cambiando. La gente è molto rassegnata, e se pure hanno perso i partiti
storicamente nazionalisti, i toni usati da chi ha vinto continuano a indicare
una
profonda divisione del popolo bosniaco – continua Zoran - una speranza era
l’ingresso nell’Unione europea, perché avrebbe favorito la caduta delle
frontiere, ma ormai i bosniaci si chiedono dove sia questa Europa, visto che la
politica dura dei visti ci allontana sempre più dal Vecchio continente. Qui
ormai l’adesione all’Ue sembra essere uscita dall’agenda politica, e in
campagna elettorale non ne ha parlato nessuno.
Srebrenica.
“Quello che
stupisce non è tanto l’assenza dell’Europa dai programmi elettorali, quanto
quella del lavoro!”, risponde Giuseppe Terrasi, 31 anni, ricercatore universitario
a Milano. Da anni
vive tra l’Italia e Sebrenica, dove porta i suoi alunni a studiare Scienze
della cooperazione per lo Sviluppo e la Pace. La struttura dove svolgono le
loro attività, ricavata da due locali dell’ex caserma di polizia, non è
semplicemente un osservatorio. E’ quella che il suo stesso ideatore
definisce una “scuola di pace”, dove si cerca di imparare dalla storia. “Il
problema è che tutti i problemi finiscono in coda rispetto a un cupo
nazionalismo”, spiega il docente che conosce come nessuno in Italia la tragedia
dell’enclave musulmana, “anche i partiti che hanno vinto non hanno fatto altro
che superare i partiti tradizionalmente nazionalisti sul loro stesso campo: i
toni nazionalistici, appunto”. Terrasi tocca con mano, nel rapporto quotidiano,
la situazione della Bosnia di oggi e lo stato d’animo dei suoi cittadini.
“L’aspetto più inquietante”, racconta, “è che nelle chiacchiere con la gente emerge
un senso di paura, di timore. Non a caso l’argomento che appassiona davvero la
gente, più delle elezioni, è il referendum per l’indipendenza che vuole tenere
la repubblica serba. Addirittura qualcuno ha paragonato il clima di queste
elezioni all’aria che si respirava in Bosnia prima della guerra”.
Mostar. “Il problema è che la guerra qui non è mai finita”, racconta
Milan da Mostar, un’altra città simbolo della guerra, un fotografo di padre
croato e madre musulmana. “Mostar è ancora divisa, anche se la ricostruzione
del ponte ha fatto tanto felici voi in Italia e nel resto d’Europa. Un simbolo
di rinascita, di riappacificazione. Ma la guerra deve finire nella testa della
gente. E questo non è ancora accaduto”. Anche perché i problemi non sono stati
risolti dall’accordo di pace. “Certo si è smesso di sparare, chi non potrebbe
esserne contento?” chiede Milan. “Ma la pace vera nascerà quando smetteremo di
essere divisi, di sentirci prima cittadini di Mostar che croati o bosniaci,
musulmani o cristiani. I problemi veri qui sono la disoccupazione e lo
sviluppo, non il nazionalismo. Gli accordi di Dayton ci hanno lasciato in
eredità questa amministrazione tripartita, con tre uomini che finiscono per
litigare su qualunque cosa, sentendosi espressione della loro comunità e non al
servizio del Paese. Questo blocca qualunque riforma, qualunque iniziativa. E i
politici usano sempre la carta dell’orgoglio religioso ed etnico per scaldare
gli animi. Eppure, dopo tutto quello che è successo, ci vuole un bel coraggio
a
essere così imbecilli”. Christian Elia