Un disertore fuggito in Canada torna in Kentucky. "Meglio la prigione che questo limbo"
Quando
scappò in Canada diceva: “Non passerei mai neanche un giorno in prigione come punizione per aver
fatto la scelta giusta”. Ora, invece, Darrell Anderson sembra aver cambiato idea.
Dopo aver disertato l’esercito alla vigilia di un secondo invio in Iraq, per rifugiarsi
in Canada, ora il soldato di Lexington, Kentucky, ha scelto di ritornare negli
Usa. E anche se probabilmente non finirà in carcere, il suo destino rimane pieno
di incognite.
Cosa lo aspetta. “Non resistevo più in quello stato di limbo”, dice Darrell. “Volevo tornare
a casa, mettermi l’uniforme, e non aver paura di dire che non parteciperò alla
loro guerra”. Così, due giorni fa, Darrell ha rimesso piede negli States. Rispetto
a due anni fa, quando oltrepassò il confine da solo in senso inverso, stavolta
con lui c’era Gail Greer, una donna canadese conosciuta durante le campagne anti-guerra
a Toronto, che ora è sua moglie. “Scontare una pena in carcere mi ridarebbe la
libertà”, ha detto Darrell quando ha annunciato la sua decisione. Ma l’esercito,
almeno a sentire un portavoce della base militare di Fort Knox, sembra scartare
l’ipotesi corte marziale. Più probabile che Darrell riceva un “
less than honorable discharge”, un congedo non onorevole che gli precluderebbe qualunque beneficio finanziario
assicurato ai veterani dell’esercito. Insieme al suo avvocato, Darrell sta cercando
di uscirne nel modo migliore possibile. “Speriamo per il meglio, ma temiamo il
peggio”, dice per telefono a
PeaceReporter la madre Anita.
Bisogno di cure. Perché i benefit a lui servirebbero eccome. Non solo per i soldi: quando era in Iraq, Darrell
è rimasto ferito per l’esplosione di un ordigno mentre era di pattuglia. Oggi,
come decine di migliaia di reduci, soffre di “disturbo post-traumatico da stress”
(Ptsd). Non riesce a guidare, come se fosse bloccato, perché ricorda con angoscia
quando era al volante a Baghdad. “In questi due anni non è passata una notte senza
che facesse incubi”, assicura la madre. Avrebbe bisogno, insomma, anche di cure
mediche. Mamma Anita, che appoggia “al cento per cento” la decisione del figlio,
però dice che Darrell non vuole l’aiuto medico dell’esercito. “Il loro modo di
curarti è: medicine, medicine, medicine, e basta. Un veterano del Tennessee si
è offerto di curare Darrell gratis, credo che mio figlio andrà là”.
Fallimento. Nell’anno e mezzo trascorso in Canada, Darrell non è riuscito a costruirsi la
vita che sperava. Un errore del suo avvocato gli è costato caro: il legale non
ha presentato in tempo la richiesta di asilo politico, il che avrebbe permesso
a Darrell di rimanere nel Paese e di ottenere un regolare permesso di lavoro.
Così, ha vissuto di lavoretti estemporanei, aiuti degli amici e della famiglia.
Senza nessun tipo di assistenza medica, perché non poteva permettersela. Il Ptsd
è peggiorato, la nostalgia di casa anche. Allora che venga pure un periodo di
carcere, ha pensato, ma basta continuare a vivere in questo modo.
La situazione degli altri disertori. Si tratta di una sconfitta per il movimento anti-guerra che sostiene i disertori?
Secondo Michelle Robidoux, un’organizzatrice del movimento canadese War Resisters
Support Campaign, non è così. “Quella di Darrell è una decisione presa per motivi
personali e noi lo capiamo perfettamente”, dice a
PeaceReporter. “Altri disertori hanno fatto domanda per essere considerati rifugiati, questa
battaglia non è finita”. Le domande di asilo – secondo i numeri dell’associazione
– sono state una trentina, su circa 200 disertori statunitensi che sono riparati
in Canada. Ma capire se verranno accettate è un altro discorso. E il recente cambio
di governo a Ottawa, dove ora comandano i conservatori, non aiuta di certo chi
ha fatto questa scelta.