scritto per noi da
Stefano Barazzetta
L'11 luglio 1995 iniziò il più grave crimine che l'Europa
abbia conosciuto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale: nel corso di
alcuni giorni, circa 8mila musulmani evacuati dall'enclave di Srebrenica -
dichiarata Area Protetta dalle Nazioni Unite - furono deportati, uccisi e
sepolti in fosse comuni dai paramilitari serbi agli ordini del famigerato
comandante Arkan.
Non solo Sebrenica. Ma la mattanza, purtroppo, non terminò in quei giorni: come
ci racconta con semplicità esemplare il regista bosniaco Refik Hodzic nel documentario
"Statement 710399", in gara al Sarajevo Film Festival nella sezione
"Regional Documentaries" e prodotto dalla XY Films di Sarajevo,
specializzata nella produzione di documentari dedicati ai crimini di guerra
compiuti durante i conflitti nella ex-Jugoslavia.
Hodzic, partendo da un episodio poco conosciuto - la
sparizione di quattro bosniaci scampati al massacro di Srebrenica, ma scomparsi
nella confusione dei giorni che seguirono - compie un viaggio personale nei
meandri della giustizia incompiuta della Bosnia post-bellica, agendo come un
vero e proprio detective e sostituendosi a un apparato investigativo che si
rivela assente.
Il regista parte dal ritrovamento di una dichiarazione (lo "Statement 710399" del titolo)
resa da uno dei quattro scomparsi, appena 15enne all'epoca dei fatti, a
un ufficiale serbo; la dichiarazione, resa in un momento successivo alla
denuncia della sparizione del ragazzo da parte dei famigliari, è l'ultima
traccia della presenza in vita dello scomparso.
Sulle tracce dei carnefici. Hodzic inizia ad indagare, armato solo del verbale di
interrogatorio e della propria determinazione, fino a rintracciare due
ufficiali serbi che presero parte all'interrogatorio del ragazzo, e a quelli di
altri tre uomini scomparsi insieme a lui; i due ufficiali, contattati telefonicamente,
si rimpallano le responsabilità, ma assicurano di essere disposti a incontrare
il regista per chiarire ogni addebito.
Hodzic, sempre presente in prima persona sullo schermo,
parte alla ricerca dei parenti degli scomparsi, per ricostruirne gli ultimi
movimenti, fino a scoprire che i quattro uomini erano riusciti per un breve periodo
a
scampare alla cattura grazie all'ospitalità e alla protezione di una famiglia
serba.
Con uno sguardo delicato e mai voyeuristico, il regista ci
avvicina ai famigliari delle vittime, le cui vite sono ancora ferme a quei
giorni dell'estate 1995 in cui i loro cari scomparirono senza lasciare traccia
alcuna: ed è un viaggio non indolore per lo spettatore avvicinarsi allo strazio
di queste persone, ancora sospese tra speranza e accettazione del lutto.
Faccia a faccia. In un tentativo estremo e coraggioso di mettere di fronte
vittime e (presunti) carnefici, Hodzic riesce fare incontrare i congiunti dei
quattro scomparsi con uno dei due ufficiali serbi che, sotto l'obiettivo di una
telecamera nascosta, si dichiara innocente e si limita ad ammettere di aver
stilato il verbale dell'interrogatorio, ma nega di sapere quale sia stata la
successiva sorte dei quattro uomini.
Emblematico è il successivo tentativo da parte del regista e dei
famigliari delle vittime di incontrare l'altro ufficiale coinvolto: depistaggi,
reticenze ed evidenti menzogne impediscono di rintracciare l'uomo, e a Hodzic
e
ai congiunti degli scomparsi non resta che rientare alle loro case senza aver
potuto, ancora una volta, avvicinarsi alla verità, in una ritirata che sa
quasi di sconfitta, ma non di rassegnazione. Intervenendo al termine della
proiezione, il regista ha sottolineato con parole dure come il suo non sia
"un film sulla ricerca di uno scomparso, ma una riflessione sulla Bosnia
di oggi, un posto - ha continuato Hodzic - dove è triste vivere, un posto nel
quale non sembra sia possibile ottenere giustizia". Tuttavia, la trionfale
accoglienza tributata al documentario dal pubblico di Sarajevo suggerisce che
nel popolo bosniaco la speranza che giustizia possa essere finalmente fatta è
tutt'altro che sopita.