16/11/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Un documentario racconta l'odissea dei bosniaci rifugiati in Montenegro durante la guerra
scritto per noi da
Stefano Barazzetta
 
 
Agli inizi della guerra in Bosnia Erzegovina, nella primavera del 1992, molti Bosniaci musulmani decisero di lasciare il Paese rifugiandosi in Montenegro, all'epoca ancora parte della Federazione Jugoslava e ritenuto neutrale. "Carnival", documentario del giovane regista bosniaco Alen Drljević, racconta come per molti tra coloro che cercarono rifugio nella zona di Herceg Novi le cose andarono male, fino a terminare in tragedia.
 
una profuga bosniaca durante la guerra dei balcaniAlla ricerca della giustizia. Presentato in agosto al Sarajevo Film Festival, dove è stato accolto con una standing-ovation e con il secondo posto nella speciale graduatoria dell'Audience Award, il film è basato sulle ricerche del giornalista montenegrino Saki Radoncic, riassunte nel libro "The Fatal Freedom".
Secondo uno stile comune a molti degli autori balcanici che in questi anni stanno affrontando il recente passato dei paesi della ex-Jugoslavia, il documentario affronta il tema della ricerca della giustizia attraverso le azioni e il coraggio di un uomo solo, Radoncic appunto, che viene intervistato e seguito lungo il tortuoso percorso che tra mille depistaggi lo conduce a svelare una verità spesso talmente tragica da essere quasi inaccettabile.
La ricerca di Radoncic inizia quasi per caso, quando a Sarajevo una donna, sapendo del suo interesse per i crimini commessi durante le guerre jugoslave degli anni '90, lo avvicina per strada e gli racconta la sua storia: una storia che il giornalista montenegrino imparerà molto bene, e che da quel momento in poi si troverà ad ascoltare decine di volte.
La donna racconta al giornalista quello che le accadde nel maggio del 1992, quando, in fuga dalla guerra che aveva appena iniziato a sconvolgere la Bosnia, si trovava in un albergo di Herceg Novi in compagnia del marito, in attesa del visto per un Paese scandinavo.
Alcuni poliziotti montenegrini bussarono alla loro porta, chiesero i documenti al marito e lo allontanarono dall'albergo con il pretesto di compiere alcuni accertamenti: la donna non lo rivide mai più.
 
resti umani in attesa d'inteficazione delle fosse comuni in bosniaVite deportate. Partendo da questo racconto, Radoncic inizia a indagare, fino a raccogliere le testimonianze riguardanti altri 82 casi analoghi: storie di Bosniaci musulmani che tra il maggio e il giugno del 1992 furono prelevati in Montenegro dalla polizia locale, per poi scomparire per sempre.
Il giornalista scopre una vicenda che arriverà a scuotere tutto l'apparato di polizia montenegrino, fino a coinvolgere importanti uomini politici locali: in un'operazione ordinata dai vertici stessi della polizia montenegrina, i bosniaci furono deportati nel nord del Paese per poi essere consegnati alla polizia serbo-bosniaca, e di nuovo deportati in territorio bosniaco.
L'operazione, ufficialmente finalizzata a ottenere prigionieri musulmani da scambiare con prigionieri serbi nelle mani della polizia controllata dal leader musulmano bosniaco Alija Iztebegovic, condusse gli 83 uomini alla morte, per mano dei miliziani del leader serbo-bosniaco Radovan Karadzic, tutt'ora ricercato per crimini di guerra. Nelle sue indagini Radoncic si rivolge all'Icmp di Tuzla, la Commissione Internazionale per le Persone Scomparse, un centro di ricerca nato per l'identificazione delle vittime di guerra sulla base del confronto del Dna dei sopravvissuti con quello dei resti rinvenuti nelle decine e decine di fosse comuni in Bosnia dopo la fine della guerra. All'Icmp il giornalista trova traccia di alcuni tra gli 83 scomparsi: i loro corpi, al momento del ritrovamento, presentavano segni di tortura.
Alcune famiglie hanno così potuto mettere fine alla loro attesa, ma nel modo più doloroso. Molte altre  attendono ancora che qualcuno suoni alla loro porta.  
Categoria: Diritti, Guerra
Luogo: Bosnia Erzegovina