Un documentario racconta l'odissea dei bosniaci rifugiati in Montenegro durante la guerra
scritto per noi da
Stefano Barazzetta
Agli inizi della guerra in Bosnia Erzegovina, nella
primavera del 1992, molti Bosniaci musulmani decisero di lasciare il Paese
rifugiandosi in Montenegro, all'epoca ancora parte della Federazione Jugoslava
e ritenuto neutrale. "Carnival", documentario del giovane regista
bosniaco Alen Drljević, racconta come per molti tra coloro che cercarono
rifugio nella zona di Herceg Novi le cose andarono male, fino a terminare in
tragedia.
Alla ricerca della giustizia. Presentato in agosto al
Sarajevo Film Festival, dove è stato accolto con una standing-ovation e con il
secondo
posto nella speciale graduatoria dell'Audience Award, il film è basato sulle
ricerche del giornalista montenegrino Saki Radoncic, riassunte nel libro
"The Fatal Freedom".
Secondo uno stile comune a molti degli autori balcanici che
in questi anni stanno affrontando il recente passato dei paesi della
ex-Jugoslavia, il documentario affronta il tema della ricerca della giustizia
attraverso le azioni e il coraggio di un uomo solo, Radoncic appunto, che viene
intervistato e seguito lungo il tortuoso percorso che tra mille depistaggi lo
conduce a svelare una verità spesso talmente tragica da essere quasi
inaccettabile.
La ricerca di Radoncic inizia quasi per caso, quando a
Sarajevo una donna, sapendo del suo interesse per i crimini commessi durante le
guerre jugoslave degli anni '90, lo avvicina per strada e gli racconta la sua
storia: una storia che il giornalista montenegrino imparerà molto bene, e che
da quel momento in poi si troverà ad ascoltare decine di volte.
La donna racconta al giornalista quello che le accadde nel
maggio del 1992, quando, in fuga dalla guerra che aveva appena iniziato a
sconvolgere la Bosnia, si trovava in un albergo di Herceg Novi in compagnia del
marito, in attesa del visto per un Paese scandinavo.
Alcuni poliziotti montenegrini bussarono alla loro porta,
chiesero i documenti al marito e lo allontanarono dall'albergo con il pretesto
di compiere alcuni accertamenti: la donna non lo rivide mai più.
Vite deportate. Partendo da questo racconto, Radoncic
inizia a indagare, fino a raccogliere le testimonianze riguardanti altri 82
casi analoghi: storie di Bosniaci musulmani che tra il maggio e il giugno del
1992 furono prelevati in Montenegro dalla polizia locale, per poi scomparire
per sempre.
Il giornalista scopre una vicenda che arriverà a scuotere
tutto l'apparato di polizia montenegrino, fino a coinvolgere importanti uomini
politici locali: in un'operazione ordinata dai vertici stessi della polizia
montenegrina, i bosniaci furono deportati nel nord del Paese per poi essere
consegnati alla polizia serbo-bosniaca, e di nuovo deportati in territorio
bosniaco.
L'operazione, ufficialmente finalizzata a ottenere
prigionieri musulmani da scambiare con prigionieri serbi nelle mani della
polizia controllata dal leader musulmano bosniaco Alija Iztebegovic, condusse
gli 83 uomini alla morte, per mano dei miliziani del leader serbo-bosniaco
Radovan Karadzic, tutt'ora ricercato per crimini di guerra. Nelle sue indagini
Radoncic si rivolge all'Icmp di Tuzla, la
Commissione Internazionale per le Persone Scomparse, un centro di ricerca nato
per l'identificazione delle vittime di guerra sulla base del confronto del Dna
dei sopravvissuti con quello dei resti rinvenuti nelle decine e decine di fosse
comuni in Bosnia dopo la fine della guerra. All'Icmp il giornalista trova
traccia di alcuni tra gli 83 scomparsi: i loro corpi, al momento del
ritrovamento, presentavano segni di tortura.
Alcune famiglie hanno così potuto mettere fine alla loro attesa, ma nel
modo più doloroso. Molte altre attendono
ancora che qualcuno suoni alla loro porta.