Abdullah 'Apo' Ocalan è ancora un leader
ascoltato. Almeno a giudicare dal fatto che oggi, 30 settembre 2006,
un'agenzia stampa ritenuta vicina al Pkk, il Partito curdo dei
Lavoratori, ha dichiarato 'il cessate il fuoco' unilaterale, proprio
come Ocalan aveva chiesto dal carcere dturco di Imrali, dove sconta
l'ergastolo dal 1999. Una prima tregua, che sospendeva il conflitto in
atto dal 1980 tra il governo turco e il Pkk, che ha causato la morte di
oltre 40mila persone, era terminata un anno e mezzo fa, quando la
violenza è tornata a uccidere innocenti. Adesso sembra che i fucili
possano tacere di nuovo, ed è bello pubblicare l'esperienza di alcune
donne curde che raccontano gli orrori della guerra. Per non dover mai
più ascoltare queste storie.
di Stefano Rossi
Esen Arslan aveva
solo 18 anni quando si dette fuoco per protestare contro l’arresto di Abdullah
Ocalan, nel febbraio del 1999. E’ morta di setticemia, non curata dai medici,
legata mani e piedi a un lurido letto di un ospedale di Izmir, cantando, con
l’ultimo fiato che aveva in gola, una canzone dei guerriglieri del Pkk. La
sorella, Elif, aveva poco più di 20 anni quando, tre anni dopo a Istanbul, ha
deciso di farla finita allo stesso modo. Nel secondo anniversario della morte
della sorella ha messo i vestiti di Esen sul letto e poi si è suicidata dandosi
fuoco.
Vite spezzate. Non riusciva a rimuovere dalla sua memoria la morte della sorella e,
soprattutto, quella settimana passata in una squallida baracca a Bagivar,
arrestata dall’esercito turco e torturata sotto la minaccia dei cani, come gli
iracheni incarcerati dagli statunitensi ad Abu Ghraib, solo per aver portato
riviste proibite dal governo in quel paese. Esen ed Elif erano tutt’e due
giornaliste, lavoravano per una rivista curda. Si sono uccise trasformandosi in
torce umane, come molti altri curdi dopo l’arresto del loro leader Abdullah
Ocalan. La storia delle due sorelle suicide è una delle tante che si possono
raccogliere parlando con le Madri per la Pace, una associazione di donne di
Diyarbakir che hanno tutte in comune la morte di figli, figlie e mariti nella
guerra civile che da più di vent’anni si sta trascinando in Kurdistan e che ha
già fatto circa 40mila vittime e provocato migliaia di profughi. L’associazione
è nata nel 1996 e si pone come obiettivo il dialogo con il governo. Purtroppo
i
risultati del cessate il fuoco del 1999 non si sono visti e così il Pkk ha
ripreso le armi, dopo 6 anni di tregua nei quali non è arrivata l'amnistia
promessa ai guerriglieri e sono continuate le provocazioni militari e degli
estremisti turchi e sono tornati il coprifuoco e l'isolamento dei
villaggi.
Generazioni nella violenza. I figli di queste donne hanno deciso di riprendere la via della
lotta armata, complice anche una disoccupazione mostruosa nella zona che non
consente a questi giovani un futuro, unendosi alle milizie del Pkk, il partito
comunista curdo che si batte contro la Turchia per ottenere l’indipendenza del
Kurdistan o almeno l’autonomia della loro terra. Le Madri per la Pace sono un
baluardo contro gli orrori della guerra civile. Sono arrivate numerose nella
sede dell’associazione per raccontare le loro storie e portare la loro
testimonianza. Sono donne forti, fiere, robuste, con questi corpi generosi e
gli occhi scuri dolci e determinati. Le loro storie sono terribili, ma non le
hanno abbattute. Vogliono la pace, ma sono pronte a dare il sangue dei loro
figli per ottenere i diritti che spettano alla loro gente. Jaliha Aslan, madre
delle due sorelle suicide racconta: “Nel 1992 abitavamo a Diyarbakir. Mio
marito era impiegato alle poste. A un certo punto le autorità lo hanno accusato
di aiutare il Pkk e lo hanno mandato a Harran (vicino a Sanliurfa, dove si dice
che abbia vissuto Abramo, ndr). Abbiamo iniziato a vivere lì, ma era terribile.
C’erano serpenti e scorpioni dappertutto. Poi c’è stato un funerale di
guerriglieri del Pkk a cui ha partecipato mio marito. Per rappresaglia
l’esercito ha bombardato la città e la nostra casa è stata bruciata. Per questo
motivo i soldati hanno occupato la nuova casa dove vivevamo e ci hanno
costretti a vivere nel bagno. Da quel giorno mio figlio, che aveva 16 anni, è
diventato guerrigliero. Nel 1998 i suoi amici lo hanno riportato giù dalle
montagne, perché aveva i piedi congelati. I soldati a quell’epoca se n’erano
andati. Lui ha cominciato a studiare come agronomo fino al 1998 quando i
militari sono tornati, hanno assaltato la casa alle due di mattina e ci hanno
arrestati. Mio marito ha perso il lavoro e mio figlio è stato condannato a 12
anni di carcere”.
Un orrore senza fine? Mentre Jaliha racconta, sotto, nella parte nuova di
Diyarbakir, il traffico scorre e la gente fa shopping nei numerosi negozi della
città nuova piena di banche e di vita. La città, che fu il simbolo della
resistenza curda negli anni Novanta, ha un’anima divisa in due. Da una parte
c’è la Diyarbakir vecchia, cinta da nere e minacciose mura di basalto. Povera,
sporca e polverosa, piena di bambini, figli di profughi o di guerriglieri
morti, che chiedono l’elemosina e cercano di vendere qualche dolciume o fazzoletti
di carta. Le poche donne in circolazione girano velate. Una città che quando
tramonta il sole sprofonda nel buio delle sue strade deserte, come se ci fosse
il coprifuoco. La parte nuova di Diyarbakir, invece, ha locali puliti, negozi
traboccanti di merce, istituti bancari ovunque. Qui le giovani vestono
all’occidentale, ce n’è persino qualcuna con il piercing e i capelli tinti.
Questa è la città che si vuole scrollare di dosso la pesante eredità degli anni
Novanta, quel clima che rischia di tornare e che si respira nella sede
dell’associazione. Continua Jaliha: “Mia figlia Esen lavorava in una rivista
per i curdi Ozgur Halk (Popolo libero). Quando Abdullah Ocalan è stato
arrestato, è andata a Izmir e si è data fuoco. L’hanno portata in ospedale che
aveva ustioni sul 30 percento del corpo. Poteva salvarsi, ma i medici non
l’hanno curata. L’hanno tenuta legata al letto, mani e piedi, per una
settimana. L’ho potuta vedere solo quindici minuti prima che morisse. Mi hanno
scortata cinque soldati. Quando mi ha vista, ha pronunciato i nomi dei suoi
amici, che si erano dati fuoco con lei in quei giorni. Io le chiedevo perché lo
aveva fatto e lei si è messa a cantare una canzone dei guerriglieri curdi, ‘La
figlia delle montagne’, e poi è morta davanti a me”.
Il dolore di una madre. Dopo due anni è stata la
volta dei Elif, la sorella. Continua la madre: “Elif lavorava, come sua
sorella, per quella rivista curda. Un giorno ne ha portato alcune copie a
Bagivar. Lì è stata arrestata (i giornali in curdo non erano permessi all’epoca
e, ancora oggi, sono sottoposti a sequestri e chiusure da parte del governo,
ndr). L’hanno portata in una baracca e l’hanno torturata, minacciandola anche
con i cani. Non mi ha mai voluto raccontare quel che è successo in quel posto.
So solo che non l’ho più rivista e due anni dopo (siamo nel 2002) si è data
fuoco negli uffici di Istanbul del suo giornale. Ha messo davanti a lei i
vestiti della sorella e si è uccisa per protesta contro le associazioni che
cercano il dialogo quando l’esercito continua a uccidere i curdi nei villaggi
e
sulle montagne”. Rabia Celikbilek ha invece perso il figlio Fesih. Racconta:
“Aveva 16 anni quando è andato sulle montagne. Era il 1992. C’è stato per
quattro anni. Una volta per andare a trovarlo sulle montagne ho perso anche
l’altro mio figlio che aveva otto anni. Era malato ai polmoni e non ha retto al
viaggio. Poi un giorno qualcuno del Pkk ci ha chiamato e ha detto: ‘Vostro
figlio è diventato martire’. Non
abbiamo visto il suo corpo e non sappiamo dove è sepolto. Intanto mio marito,
Abdurrahman, è stato accusato di essere un membro del Pkk ed è stato condannato
a 15 anni. Per fortuna è riuscito a scappare in Germania. Il fratello di mio
marito è stato arrestato. Sono arrivati quelli di Jitem (il gruppo paramilitare
agli ordini del governo che compie gli atti più efferati in Turchia, ndr) e lo
hanno arrestato. Dopo sette giorni è stato trovato morto vicino a Mardin. Gli
altri due fratelli, che sono andati sulle montagne, sono stati uccisi”. E
conclude: “Malgrado tutto il nostro dolore, noi insistiamo sulla possibilità
della pace e non vogliamo la morte di nessuno”.
Sempre lo stesso dolore. Un’altra donna, che non vuole
dire il suo nome, racconta una storia dove protagonisti sono i protettori dei
villaggi, curdi pagati dal governo turco per spiare e fare arrestare gli
abitanti nelle zone rurali. Ricorda la donna: “Nel 1993 nella nostra casa
stavamo guardando una cassetta che faceva propaganda per il Pkk. Il protettore
del villaggio è venuto a saperlo. Da tempo quell’uomo voleva impadronirsi della
nostra casa e quello è stato il pretesto giusto. Il 15 agosto del 1993 sono
entrati in casa e hanno arrestato mio
fratello. La gente del posto è venuta per difenderci. E’ iniziata una
sparatoria in cui è morta mia cugina, mentre mio zio è rimasto ferito. In tutto
il villaggio ci saranno state quattro o cinque famiglie che avevano una ventina
di bambini. Loro si sono nascosti sotto la paglia nel fienile. Il corpo di mio
cugina è rimasto a terra fino al mattino dopo, perché nessuno aveva il coraggio
di uscire di casa. Non potevamo neanche portare mio zio, che era ferito,
all’ospedale. Poi, sempre nel 1993, i protettori del villaggio hanno rapito la
figlia di mio fratello e l’hanno costretta a sposare il figlio di uno di loro.
Durante il sequestro hanno minacciato la moglie di mio fratello che si era
messa in mezzo per difendere la figlia con il Corano davanti. Le hanno detto:
“Del Corano non ce ne frega niente”. E hanno iniziato a picchiarla. Poi le
hanno bruciato la casa”. La donna si ferma per asciugarsi le lacrime e continua:
“In quel periodo era il momento del raccolto. Non hanno permesso che
tagliassimo il grano che è bruciato tutto. Mio fratello, poco dopo, ha aperto
un negozio a Diyarbakir, ma i protettori del villaggio non lo lasciavano in
pace e minacciavano la sua famiglia. Una volta sono arrivati nel villaggio, ci
hanno fatti sdraiare a terra e hanno camminato su di noi. Un altro mio fratello
lavorava in città per il Pkk. Un giorno è andato in montagna per aiutare i
guerriglieri. I soldati lo hanno saputo e lo hanno ucciso. Il suo corpo non è
mai stato trovato”.
Speranze di pace. Aggiunge la donna: “C’è una lotta che dura da molti anni
nel Kurdistan e c’è una questione curda che deve essere risolta. Ma il governo
fa finta di niente e continua ad aumentare le azioni violente contro di noi. Ci
attendiamo molto dall’Europa, ma temiamo che sia solo un’illusione. Noi
vogliamo la pace, la democrazia, la libertà e faremo molti sforzi per ottenere
queste cose. Purtroppo qui la situazione è sempre peggiore. Quando ci sono
stati i funerali dei 14 guerriglieri (quelli uccisi a fine marzo 2006, ndr) a
Diyarbakir, la mia foto è apparsa sul giornale. La polizia ha assaltato la mia
casa e mi ha tolto la carta verde (quella che consente l’assistenza sanitaria
gratuita in un Paese in cui la maggior parte delle persone non si può
permettere di pagare quella privata, ndr)”. Alla domanda se le Madri per la
Pace non trovino una contraddizione nel fatto che, mentre loro predicano il
dialogo e la non violenza, i loro figli
vadano a fare la guerra sulle montagne, le donne rispondono pacate ma decise:
“Non c’è niente da fare. Il governo non lascia scelta. Nei periodi di grande
oppressione come questo (l’intervista risale ai primi di luglio di quest’anno),
i giovani partono per le montagne perché non trovano altri metodi di lotta. Noi
vogliamo la nostra autonomia, poter parlare la nostra lingua e i nostri
diritti. Il nostro presidente, Abdullah Ocalan, è ridotto in schiavitù. Se lo
Stato vuole il sangue, noi risponderemo con il sangue. Faremo il possibile per
salvare il nostro presidente. Tutti i guerriglieri che sono sulle montagne sono
nostri figli. Loro lottano per la pace”.