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Accuse reciproche. Obaid, nel corso di un incontro
con la stampa avvenuto mercoledì scorso, ha anche previsto che “saranno
necessari 5 o 6 anni per completare i lavori e soprattutto ci vorranno più o
meno 12 miliardi di dollari per coprire i costi dell’infrastruttura che, alla
fine, misurerà circa 900 chilometri e sarà dotata di sensori elettronici per
intercettare tentativi d’intrusione”.
Muro contro muro. La decisione del governo
di Riad sembra una risposta alle affermazioni del comando Usa che, nell’aprile
scorso, aveva calcolato che uno su cinque dei guerriglieri stranieri arrestati
in Iraq è di nazionalità saudita. Dal settembre 2005 all’aprile 2006, le
pattuglie statunitensi in Iraq hanno arrestato 23 sauditi. Un ennesimo segnale
della fine della luna di miele tra Washington e Riad, dopo l’11 settembre 2001. Erano sauditi 15 dei 19
attentatori suicidi che lanciarono gli aerei contro le Twin Towers e il
Pentagono, è saudita lo stesso Bin Laden. Dopo 50 anni segnati da un’alleanza
di ferro e da reciproci interessi economici, i rapporti tra gli Usa e l’Arabia
Saudita si sono congelati. In particolare quando, a marzo 2003, gli Usa hanno
deciso d’invadere l’Iraq e l’Arabia Saudita si è opposta fermamente
all’attacco. Riad a questo punto, da tempo, tenta di mostrare un impegno sempre
più deciso contro il terrorismo internazionale, mantenendo però alto il tono
delle polemiche con gli Usa per tentare di soffocare un’opposizione interna
sempre più aggressiva, la quale accusa la casa regnante di essere stata e di
essere ancora un vassallo degli Stati Uniti. Inoltre, dopo la caduta di Saddam,
l’Iraq è in pratica governato dagli sciiti, che in Arabia Saudita rappresentano
una minoranza vessata. Riad teme un effetto domino in casa sua, dopo la
stagione di attentati che ha causato la morte di circa 100 persone in due anni,
e una levata di scudi degli sciiti sauditi. Il muro quindi, dovrebbe servire
per risolvere, almeno in parte, tutti questi problemi, ma i precedenti della
storia non sono incoraggianti. Christian Elia