28/09/2006
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Dopo dieci anni di autogestione, il carcere dell'anarchia torna in mano alle forze dell'ordine, grazie a un blitz
Scritto per noi da
Giulia Lambertini
E’ finita ieri l'ambigua storia della 'città della malavita', Granja
Modelo de Rehabilitación Pavón. Nella notte tra lunedì e martedì,
tremila fra poliziotti e militari hanno riconquistato il carcere che da
più di dieci anni era controllato dai detenuti, riuniti nel Comitato
per l'Ordine e la Disciplina. Il presidente del Guatemala, Oscar
Berger, ha accolto la notizia con molta soddisfazione e si è
immediatamente recato sul luogo per congratularsi personalmente con gli
uomini che hanno compiuto l'impresa. Durante i durissimi scontri, con
tanto di lancio di granate da parte dei prigionieri 'assediati' dalla
polizia, sette detenuti, tra i quali Luis Alfonso Gonzales Zepeda,
leader del Comitato per l'Ordine e la Disciplina, sono stati uccisi e
un poliziotto è rimasto ferito. I militari che sono riusciti a sfondare
la roccaforte, si sono trovati davanti a uno scenario incredibile.
“Quelli che vivono qui dentro stanno molto meglio di tutti noi, là
fuori. Hanno persino i pub” ha commentato uno di loro.
Detenzione e riabilitazione. La Granja Modelo de Rehabilitación Pavón (Cascina Modello di
Riabilitazione Pavón), carcere del comune di Franijnes, ha sempre avuto
vocazione agricola. Progettata con l'obiettivo di coniugare detenzione
e riabilitazione, la prigione garantiva ai prigionieri un'ampia libertà
di movimento e la possibilità di lavorare nei campi interni al
perimetro del penitenziario, sotto il controllo di guardie carcerarie
con formazione agronomica. Tra gli anni Ottanta e i Novanta, il numero
dei detenuti aumentò a dismisura, fino a raggiungere le mille seicento
unità. Ma il carcere era progettato per ottocento detenuti e la
sovrappopolazione non fu accompagnata da un congruo aumento del
personale di guardia. Nel 1996, i prigionieri, già da tempo
protagonisti di numerose rivolte, tutte sedate, riuscirono a prendere
di fatto il controllo del carcere, costringendo le ultime settanta
guardie rimaste a uscire dalla Cascina e a controllarne semplicemente
il perimetro, per impedire quanto meno le evasioni. Però, la situazione
degenerò molto rapidamente. Sottratti a qualsiasi tipo di controllo
disciplinare, i detenuti cominciarono a riprodurre all’interno della
Cascina gli stessi comportamenti che li avevano portati all’arresto e
alla detenzione. Aggressioni e disordini erano all’ordine del giorno e
a farne le spese erano spesso i parenti dei carcerati, in visita
all’interno della prigione. Per contrastare l'anarchia crescente, i
detenuti crearono il Comitato per l'Ordine e la Disciplina.
Una città della malavita. Inizialmente incaricato della gestione del carcere, il Comitato divenne
in fretta una vera e propria organizzazione criminale che, nel giro di
pochi anni, trasformò la Granja in una città della malavita. Sfruttando
i proventi derivati dai lavori agricoli dei detenuti, i membri del
Comitato, primo tra tutti Luis Zepeda, costruirono abitazioni private e
chiese, negozi e scuole, ristoranti e laboratori per la raffinazione
della cocaina. Con entrate mensili che si aggiravano attorno ai 25mila
dollari, la Granja era un'impagabile fonte di reddito per le famiglie
dei detenuti, molte delle quali scelsero volontariamente di vivere
all'interno della ‘Cascina Modello’. La Granja Pavón si era ormai
trasformata in un’entità autonoma, con proprie leggi e una struttura
sociale sui generis. Negli anni, molti giornali guatemaltechi si sono
interessati alla sua storia e hanno raccolto testimonianze che hanno
dell’incredibile. Sotto gli occhi delle guardie, che fino all’ultimo
hanno continuato a pattugliare il perimetro della Cascina, ha prosperato
l’industria della droga.
Laboratori per stupefacenti accanto a negozi. Gli agenti che ieri hanno fatto irruzione nel penitenziario hanno
dichiarato che i laboratori per raffinare la gli stupefacenti erano
tanti e tutti costruiti come normali negozi, a fianco di ristoranti e
case. La maggior parte dei figli dei detenuti frequentava la scuola
adiacente la chiesa e trascorreva i pomeriggi nella sala giochi
costruita all’interno del penitenziario. E tutto questo sotto l’occhio
vigile del Comitato per l’Ordine e la Disciplina, che garantiva la
sicurezza ed estorceva denaro dai detenuti più restii, che però erano
costretti a pagare per accedere ai servizi erogati dagli affiliati al
Comitato.