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Comitato Gush Katif. Tredici mesi
dopo aver lasciato il blocco di colonie di Gush Katif -il maggior
raggruppamento di insediamenti della Striscia - i coloni che vi risiedevano non
hanno ancora dove stare. Hanno raggiunto le zone in cui era stata promessa loro
una nuova vita, ma sono stati costretti a vivere in alberghi, roulotte o
abitazioni prefabbricate. Lo scorso fine settimana i capi di ventitré comunità
di coloni evacuati si sono incontrati per decidere una strategia comune per
opporsi ai ritardi del governo, accusato di “trascinare i piedi” sulle loro
istanze. I ventitre hanno scritto un documento in cui chiedono che le pratiche
di assegnazione siano accelerate con procedure di emergenza. Il documento,
inviato a Raanan Dinur, capo dell’ufficio di Olmert, è siglato Gush Katif
Committee, e analizza nel dettaglio le diverse situazioni che stanno
affrontando le famiglie della ‘diaspora di Gush Katif’.
Abbandonati. Già durante lo
sgombero dalla Striscia di Gaza era chiaro che solo una minoranza dei coloni
avrebbe potuto trasferirsi negli insediamenti della Cisgiordania, agli altri
era stata promessa una nuova vita in altre aree: nella zona costiera vicino ad
Ashkelon, nella valle del Giordano, attorno a Gerusalemme e nel Negev. In un
caso i ritardi sono dovuti a una disputa con un kibbuz per il possesso dei
terreni, in un altro, i lavori, approvati ben prima del disimpegno, non sono
mai partiti in attesa del verdetto di una corte israeliana, riguardo una
petizione del comune di Ashkelon. Sempre nei dintorni della città portuale, un
altro gruppo di coloni è in attesa che il governo costruisca le loro abitazioni
su un terreno che però non è ancora riuscito ad acquistare. A Temei Yafeh e Ein
Tzurim, dove attendono gli evacuati di Elei Sinai e di Neveh Dakalim, i fondi
per le costruzioni sono stati stanziati ma mancano i piani regolatori. In altri
casi gli accordi presi in linea di principio si sono in seguito arenati per via
di dispute con la popolazione locale. Anche nei pressi del deserto del Negev la
situazione è in stallo: i finanziamenti per costruire due insediamenti per i
coloni di Netzarim e di Atzmona sono stati approvati, ma ancora mancano i
decreti attuativi. Altre comunità che puntavano a stabilirsi nel Negev stanno
cercando di accordarsi per insediarsi nella valle del Giordano e sulle alture
del Golan. Tzivia Shimon, che dirige l’agenzia del governo che si occupa delle
abitazioni per gli espulsi, ha risposto alle accuse dichiarando che “negli
ultimi mesi sono stati fatti grandi passi avanti”.
Il vento è cambiato. Il disimpegno
è stato l’eredità politica di Sharon, che aveva scommesso su una politica
unilaterale in fatto di colonie: sgomberare gli insediamenti indifendibili per
far calare la violenza e concedere, senza negoziati, uno stato ai palestinesi.
Kadima, il partito di Olmert e Sharon, ha vinto le elezioni dello scorso marzo
con una piattaforma simile: lo sgombero delle maggiori colonie della
Cisgiordania. Ma la guerra in Libano, la dura recrudescenza a Gaza e la cattura
di tre soldati israeliani hanno cambiato la percezione di molti israeliani
riguardo all’utilità della politica unilaterale e hanno ridato respiro al
movimento israeliano che si batte per l’espansione degli insediamenti. Olmert
era stato eletto grazie al carisma di Sharon, che aveva appena abbandonato il
Likud per fondare Kadima, ma il suo sostegno popolare da allora è crollato fino
al 22 percento, che corrisponderebbe a una riduzione dei seggi da 29 a 13.
Viceversa il Likud di Netaniahu ha raddoppiato i suoi sostenitori. Bersagliato
dalle critiche, Olmert ha deciso di rivedere i suoi piani e ha annunciato una
revisione dell’agenda politica in materia di disimpegno. “Abbiamo attuato due
disimpegni –ha dichiarato il suo portavoce -. Uno in Libano, e guardate che è
successo sei anni dopo. Un altro a Gaza e guardate che è successo un anno
dopo”. Olmert ha congelato il piano di disimpegno e, alcuni giorni fa, il
governo ha messo in cantiere la costruzione di 850 nuove unità abitative nelle
maggiori colonie della Cisgiordania. Naoki Tomasini