dal nostro inviato a Bucarest
“Quanto prendo di stipendio al mese?”, dice Gabi, giovane commessa di un negozio
italiano in un centro commerciale – “per ricchi”, ti dicono qua – di Bucarest.
“Metti insieme quattro di quelle cravatte e ci sei arrivato”, continua indicando
la vetrina. Una cravatta, 35 euro. Il caso di Gabi non è isolato: come lei, gran
parte dei 22 milioni di rumeni che stanno per entrare nell’Unione Europea vive
in condizione di semipovertà. Arrabattandosi e arrivando alla fine del mese con
stipendi intorno ai 600-700 lei, circa 200 euro, mentre a Bucarest un monolocale in semi-centro si aggira sui
150 euro, e la benzina costa solo un quarto in meno che in Italia. Ma tra tre
mesi, insieme alla Bulgaria, la Romania farà parte della Ue: ieri, martedì 26
settembre, la Commissione europea ha raccomandato l’ingresso dei due paesi il
prossimo primo gennaio, scartando l’eventualità di rinviarlo a inizio 2008. Ma
rumeni e bulgari non si fanno illusioni: cambierà poco, dicono. E non è detto
che sia in meglio.

“La Bulgaria e la Romania hanno fatto ulteriori progressi per completare la loro
preparazione verso l’entrata come paesi membri, dimostrando la loro capacità di
applicare i principi e le leggi dell’Unione Europea il primo gennaio 2007”, si
legge nel rapporto presentato dal presidente della Commissione, Josè Manuel Barroso,
e dal commissario europeo all’allargamento, Olli Rehn. Per quanto quasi scontata,
la raccomandazione di Bruxelles non era automatica. I dubbi su Romania e Bulgaria
non sono stati spazzati del tutto: per questo, la Ue ha aggiunto che parte degli
aiuti economici previsti per Bucarest e Sofia dipenderanno dal completamento delle
riforme richieste. C’è ancora da lavorare nel campo della giustizia, della sanità
e della gestione dei fondi europei, e i due paesi dovranno fare rapporto periodico
a Bruxelles sui progressi fatti. Ora, intanto, la raccomandazione della Commissione
dovrà essere approvata formalmente dai 25 paesi membri. Ma in sostanza, l’Europa
a 27 è già una realtà.
Due anni fa, quando i due Paesi firmarono i trattati per la loro entrata nell’Unione,
quella messa peggio era la Romania. Con un’economia decisamente più arretrata
rispetto al resto del blocco ex comunista entrato nel 2004, una corruzione dilagante
e riforme da attuare in praticamente tutti i settori, la Romania era guardata
con sospetto da più di uno Stato membro. Sono bastati due anni per capovolgere
la situazione: la Romania ha fatto passi avanti giganteschi, mentre per la Bulgaria
le preoccupazioni sono state più serie fino all’ultimo. Corruzione nel sistema
politico e giudiziario, riciclaggio di denaro, intimidazione dei giornalisti sono
ancora la norma.

In Bulgaria, un importante uomo d’affari può essere ucciso in strada da sicari
in pieno giorno, ma nessuno sa mai niente. Dal 2001, si sono contati 150 omicidi
“su commissione”. Persone arrestate: zero. La connivenza tra potere politico e
crimine organizzato è denunciata da più parti, e chi prova a smascherare gli intrighi
rischia. In aprile una bomba ha semidistrutto il condominio di Sofia dove abitava
Vassil Ivanov, un popolare giornalista investigativo, scampato all’attentato solo
perché non era in casa. “Tutti i politici sono corrotti in Bulgaria”, dice Bojko
Todorov, un analista del
Center for the Study of Democracy, un gruppo di controllo finanziato dall’Unione europea.
La prospettiva di entrare in Europa ha moltiplicato gli investimenti stranieri
nei due Paesi, con conseguente effetto sulle loro economie, salite a tassi del
4-5 negli ultimi anni. A Bucarest, per non dire di Timisoara, la presenza italiana
è fortissima. Ma anche se l’economia è in fase di decollo, il livello di vita
della maggioranza della popolazione non è cambiato molto. Le strade di Bucarest
sono ancora piene di vecchie Dacia scassate, anche se le berline di marca straniera
sono in aumento. I bambini di strada che vivono nei tombini sono cresciuti, ma
non sono spariti. I cani randagi rimangono un problema, e il degrado generale
della città colpisce subito. Traffico insopportabile, strade sporche, buche nei
marciapiedi che rendono ogni passeggiata uno slalom, case diroccate in pieno centro:
la Bucarest di Ceausescu è ora piena di manifesti pubblicitari, che spesso coprono
più piani – finestre comprese – dei giganteschi condomini grigi eredità del regime,
ma per il resto non è cambiata molto. Le donne di casa affollano i bus con le
borse della spesa, spesso attraversando la città per comprare nei mercati rionali,
dove la roba costa meno. Ci sono centri commerciali per rumeni, e altri “per occidentali”,
o per la minoranza che con il capitalismo ha fatto i soldi. Ma anche lì, come
dimostra il caso di Gabi, le paghe bastano a malapena.

L’entrata in Europa è vissuta dalla gente come una cosa imposta dalle
élite, e che farà del bene solo a loro. La sensazione di essere sotto costante giudizio,
come se il resto del continente li considerasse europei di serie B, risveglia
l’orgoglio tipico di queste parti, insieme alla diffidenza. “E’ l’Europa che ha
bisogno della Romania, non il contrario”, dice Claudiu, appena laureatosi in giurisprudenza
ma ancora senza lavoro. “Questo Paese ha terra a volontà, risorse, industrie.
La Ue vuole solo sfruttarci, ma per noi rumeni le cose non miglioreranno granché”.
Nelle città la preoccupazione è che, se anche dovessero aumentare i salari, sicuramente
saliranno i prezzi. E nelle campagne molti agricoltori e allevatori vedono come
un impiccio gli standard, igienici e di qualità, dettati da Bruxelles. Il comunismo
aveva tolto loro la terra. Ora che ce l’hanno, temono che l’Europa gliela tolga
di nuovo.