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Stipendi. Mentre l’attenzione dei media è concentrata sulla questione del riconoscimento
di Israele da parte del nascituro governo di unità nazionale, nei Territori, la
gente si preoccupa più che altro del mancato pagamento degli stipendi degli impiegati
pubblici. I dipendenti pubblici palestinesi sono in sciopero per protestare contro il blocco
dei fondi di Unione Europea e Israele, che impedisce il pagamento degli stipendi
dallo scorso marzo, quando è stato formato il governo di Hamas. Sono 165 mila
i dipendenti pubblici rimasti senza stipendio: insegnanti, forze di sicurezza,
personale medico e anche addetti alla nettezza urbana. Mazen aveva promesso il
pagamento dei salari prima dell’inizio del ramadan, ma non è stato in grado di
mantenere la parola, così sabato, alla vigilia del mese di digiuno, un migliaio
di persone ha protestato sotto il suo ufficio presso la sede dell’Autorità palestinese
a Gaza. Un recente sondaggio mostra che la maggioranza dei palestinesi ritiene
che Hamas non sia responsabile per i mancati pagamenti. Tuttavia, di fronte a
una così vasta protesta, lo stesso Primo ministro, Ismail Haniyeh, non ha potuto
fare altro che ammettere la propria impotenza mettendosi a ramazzare le strade
di Gaza per dare l’esempio.
Il nodo del riconoscimento. La diatriba è nata mentre Abu Mazen si trovava a New York, all’Assemblea Generale
delle Nazioni Unite, dove ha dichiarato che il nascente governo di unità nazionale
avrebbe riconosciuto il diritto all’esistenza di Israele. Mazen però, è stato
subito smentito da Haniyeh, che ha dichiarato che non guiderà una coalizione che
riconosce Israele. L’accordo per il governo prevede che Hamas sia la forza principale
della coalizione, con 8ministri contro i 4 di Fatah. Mazen sperava che la sua
dichiarazione avrebbe sbloccato i fondi palestinesi permettendogli di liquidare
gli stipendi arretrati, ma la smentita di Haniyeh ha vanificato il piano, gettando
serie perplessità sull’esistenza di una piattaforma precisa attorno a cui costruire
il nuovo governo. L’accordo tra Hamas e Fatah pare raggiunto sulla creazione di
uno stato palestinese entro i confini del '67 e su una tregua a lungo termine
con Israele. All’indomani della dichiarazione di Haniyeh, il presidente palestinese
ha dichiarato con sconforto: “Mi dispiace, siamo tornati al punto zero”.
Negoziati. Haniyeh non ha però voluto parlare di frattura politica e ha lasciato le porte
aperte per ulteriori negoziati. Da un lato i sondaggi indicano l’apprezzamento
dei palestinesi per la posizione di Hamas, dall’altro c’è la certezza che il progetto
di unità nazionale sia un’opportunità da non sprecare per rimettere in piedi il
dialogo con Israele e la comunità internazionale e, con ciò, ripristinare il flusso
dei fondi, senza i quali l’economia palestinese è sprofondata. Una via per il
compromesso l’ha indicata Nabil Amr, uno dei consiglieri di Abu Mazen, che ha
dichiarato di non attendersi un formale riconoscimento di Israele da parte di
Hamas, ma si è detto convinto che il gruppo potrebbe accettare di riconoscere
i precedenti accordi di pace, compreso quello di Oslo '93. Non è però detto che
Israele sia disposto ad accettare un riconoscimento implicito di questo tipo.
Miri Eisin, portavoce del governo israeliano, ha ribadito le condizioni di Israele
per la ripresa del dialogo: il nuovo governo palestinese non potrà fare a meno
di riconoscere Israele, rinunciare alla violenza e l’accettazione dei precedenti
accordi di pace.Naoki Tomasini