La fine della guerra in Waziristan non piace a Washington. Musharraf: "Gli Usa ci minacciarono"
L’
accordo di pace firmato il 5 settembre tra il governo pachistano e i talebani del
Waziristan è stato vissuto a Washington come una coltellata alla schiena, un tradimento
che mette in discussione l’alleanza antiterrorismo che dopo l’11 settembre 2001
gli Stati Uniti imposero al Pakistan puntandogli una pistola alla tempia. Uno
sgambetto grave soprattutto perché arriva mentre in Afghanistan le truppe Usa
e Nato faticano ogni giorno di più a tener testa ai talebani, che proprio in Pakistan
hanno il loro quartier generale e le loro retrovie.
Da Washington, critiche e minacce. Pochi giorni prima dell’accordo waziro, a fine agosto, il segretario di Stato
Usa, Donald Rumsfeld, aveva lanciato un chiaro avvertimento al Pakistan, affermando
che nessun governo al mondo ha il diritto di negoziare “paci separate” con i terroristi.
Dopo la firma della pace in Waziristan, che prevede da parte talebana lo stop
alle incursioni in territorio afgano, Joseph Biden, leader dei Democratici e probabile
candidato presidenziale, ha commentato: “Se l’Afghanistan è tornato a essere ingovernabile
per gli attacchi dei talebani, la colpa è del governo pachistano, che non ha mai
agito contro il loro comando centrale a Quetta e ora ha pure firmato una pace
separata con loro in Waziristan”.
In occasione dell'anniversario dell'11 settembre, un duro editoriale del Washington Post chiedeva come si fa a definire ancora il Pakistan “un alleato” dopo questo tradimento.
Il 20 settembre, Bush ha dichiarato alla Cnn che non esiterà ad ordinare un attacco militare Usa in Pakistan se emergessero
evidenze che Bin Laden si nasconde da quelle parti.
La strana rivelazione di Musharraf. Il presidente pachistano, generale Pervez Musharraf, non ha reagito alle critiche
statunitensi. Almeno fino al 22 settembre, quando – subito prima di incontrare
Bush alla Casa Bianca – ha fatto delle impegnative dichiarazioni nei confronti
della politica Usa da cui traspare un malcelato nervosismo.
Musharaf ha rivelato che, il giorno dopo l’11 settembre 2001, l’allora vicesegretario
di Stato Usa Richard Armitage disse all’allora direttore dei servizi segreti pachistani,
generale Mahmood Ahmed: “A voi la scelta: schieratevi con noi o vi bombarderemo
fino a farvi tornare all’età della pietra”.
“Furono parole insultanti e maleducate”, ha commentato Musharraf, spiegando
che la sua successiva decisione di schierarsi dalla parte degli Usa fu presa “nell’interesse
della nazione pachistana”. Come a dire: di fronte a un simile minaccia non avevamo
altra scelta.
Usa-Pakistan: relazioni pericolose. Il generale Mahmood Ahmed è al centro di uno dei più inquietanti episodi legati
all’11 settembre 2001.
Pochi giorni dopo gli attentati, l’intelligence indiana dimostrò (e l’Fbi confermò)
che egli era stato il “cassiere” degli attentati. Era stato lui, storico sostenitore
dei talebani e amico del mullah Omar, a far versare 100 mila dollari sul conto
di Mohamemd Atta, il leader della cellula terrorista dell’11 settembre. La reazione
statunitense a questa eclatante notizia – che dimostrava un legame stretto tra
Pakistan e al Qaeda – fu assai strana. I mass media la ignorarono e Washington
si limitò a chiedere il licenziamento del generale, che avvenne il 7 ottobre,
giorno in cui iniziavano i bombardamenti Usa sull’Afghanistan. Nonostante il capo
dei servizi segreti pachistani fosse stato scoperto con in mano la famosa “pistola
fumante”, tutto passò sotto silenzio. Quasi un insabbiamento che, secondo molti,
è spiegabile con l’imbarazzo di Washington legato a un altro fatto poco noto:
mentre, la mattina dell'11 settembre 2001, gli aerei si schiantavano sulle Torri
gemelle, il generale Mahmood Ahmed era a Washington a colazione con il futuro
capo della Cia, Porter Goss.
Le relazioni tra Stati Uniti e Pakistan sono molto più complesse di quanto sembrano.