Settemila civili morti in due mesi, e la tortura che è diffusa più che con Saddam
“L’utilizzo della tortura nelle prigioni in Iraq è così
diffuso da essere fuori controllo. La situazione nel Paese, secondo molti, è
peggiorata rispetto all’era di Saddam. Ci sono gruppi terroristici e milizie,
ma anche militari e agenti di polizia che torturano. In Iraq ci sono tante
persone torturate e uccise”.
Manfred Nowak. Con queste parole Manfred Nowak,
incaricato speciale delle Nazioni Unite per le indagini sulla violazione dei
diritti umani nel mondo, incontrando la stampa a Ginevra, ha commentato giovedì
l’ultimo rapporto dell’Onu sulle violenze settarie in Iraq. Un segnale del
deterioramento generale delle condizioni di sicurezza nel Paese è il dato delle
7mila vittime civili accertate negli ultimi due mesi di guerra. Un record,
dall’inizio del conflitto nel marzo 2003. Nowak ha chiarito che, con molta
probabilità, il numero delle vittime civili è impreciso per difetto, visto le
grandi difficoltà nel reperire le informazioni senza poter liberamente
muoversi sul territorio.
Il rapporto elenca una serie di provate violazioni che
avvengono, ogni giorno, nelle carceri irachene. Inoltre, dalle analisi
svolte
sui cadaveri che vengono portati negli obitori iracheni, emerge un
campionario di
orrori inauditi. Segni evidenti di tortura e pestaggi, detenzioni
illegali,
corpi dilaniati dagli acidi o da sostanze chimiche, cadaveri decapitati
e ai
quali vengono asportati gli occhi o gli arti. A tutto questo
si aggiungono le ‘retate’ delle squadre della morte composte da
fanatici
religiosi o dalle milizie armate delle varie comunità. Senza contare
l’aumento
esponenziale delle donne vittime del cosiddetto ‘delitto d’onore’, cioè
l’omicidio all’interno di uno stesso nucleo familiare di una donna
ritenuta colpevole di adulterio o di una condotta non moralmente
ineccepibile.
Il triangolo della morte.
Le cifre sulle vittime
civili fornite dalle Nazioni Unite fanno chiarezza dopo le polemiche
nate dai dati presentati dall’amministrazione Bush, accusata di
ridimensionare il quadro
della situazione. Ma sono sempre di più i generali statunitensi che
lanciano
l’allarme sui conflitti interni alla società irachena e, negli ultimi
giorni,
sulla stampa Usa più di un commentatore si chiedeva se il governo
guidato da
al-Maliki fosse realmente in grado di riportare l’ordine nel paese. La
popolazione è sempre più impaurita e sempre meno si sente difesa dalla
polizia
irachena. Non a caso, nella provincia di al-Anbar, la regione al
confine con la
Siria che è sempre stata una delle più violente dell’Iraq, è nato un
Consiglio
di guerra per l’autodifesa della popolazione civile. L’idea è nata dopo
una
riunione tra 31 capi tribù della regione che, denunciando come i
miliziani
vicini alle organizzazioni terroristiche spargano il sangue innocente
della
popolazione mentre i militari della Coalizione sono impotenti, hanno
deciso di
difendere le loro famiglie da soli.
Quali kamikaze? Gli eventi della guerra in Iraq, da
tre anni a questa parte, ci hanno abituato a spostare ogni volta un po’ più in
là la soglia dell’orrore. Non ci si domanda più che fine abbiano fatto la pietà
per i civili e il rispetto per le vittime. Ieri l’ennesima rivelazione choc è
venuta dal ministero della Difesa iracheno: gli insorti iracheni non usano più
soltanto i loro volontari suicidi per compiere attentati con autobombe, ma
hanno iniziato a usare anche le loro vittime. Una settimana fa le forze di
polizia irachene avevano scoperto un cadavere in una vettura, ma mentre i
soccorritori tentavano di estrarlo l’auto è scoppiata. Si tratta, secondo il
ministro, di una nuova tattica della guerriglia: i civili a bordo di auto
vengono rapiti e i loro mezzi imbottiti di esplosivo. In alcuni casi gli
sventurati vengono abbandonati nelle loro vetture-bomba in attesa dei soccorsi,
in altri vengono rilasciati e seguiti in aiuto finché raggiungono un check-
point. A quel punto basta un segnale e la vettura viene fatta esplodere. Si
potrebbe ipotizzare che tra gli insorti ci sia carenza di volontari suicidi, ma
sarebbe un improbabile ottimismo.
La ragione di questo nuovo orrore è invece l’opportunità: le milizie devono
cambiare frequentemente le proprie tattiche e il ‘materiale umano’ a
disposizione è sterminato. Basta pensare alle decine di corpi di civili
iracheni, torturati e giustiziati, che ogni giorno vengono gettati nel Tigri o
nelle fogne, dai loro carnefici.
Christian Elia