Putin tende la mano ai ribelli. Ma si arrendono solo ex combattenti: la guerriglia non si ferma

Oggi, 22 settembre, la Duma russa voterà, e sicuramente
approverà, un provvedimento di amnistia per i ribelli ceceni che si
arrenderanno e consegneranno le armi nei prossimi sei mesi. Il progetto di
legge, presentato lunedì dal presidente Vladimir Putin, non fa che formalizzare
un analogo provvedimento temporaneo in vigore dallo scorso 15 luglio e voluto
dal capo dei servizi segreti russi (Fsb), Nikolai Patrushev.
Da quel giorno, secondo il Cremlino, circa 200 ribelli hanno
consegnato le proprie armi alle autorità locali cecene. Ma nessuno di loro era
un
combattente: finora si sono arresi solo ex combattenti o fiancheggiatori,
persone che non imbracciano un fucile da anni o che non l’hanno mai
imbracciato. Mentre i guerriglieri continuano a combattere, come e più di
prima.
Si consegnano solo i
non combattenti. Il 29 agosto, una cinquantina di “guerriglieri” si sono
consegnati a Gudermes, davanti alle telecamere e alla presenza del premier ceceno
filo-russo Ramzan Kadyrov: erano tutti puliti e sbarbati. Evidentemente,
nessuno di loro era sceso dalle montagne. Era tutta gente che non combatteva da
tempo, ma che si nascondeva per paura di finire nelle galere russe. Lo hanno
raccontato ai giornalisti loro stessi.
I combattenti, quelli veri, non si fidano. Perché non sono
chiari i termini legali dell’amnistia, ovvero non si capisce se varrà per tutti
o solo per quelli che non hanno mai commesso “gravi crimini” al di là dell’appartenenza
a “gruppi armati illegali”.
Ma soprattutto perché nessun ceceno si fida, per
definizione, delle promesse dei russi.
“Non è la prima volta che i russi se ne escono con queste
amnistie”, racconta Dukvakha Salamov, 46enne abitante di Grozny a un corrispondente
del Prague Watchdog. “Penso che questa sia la settima. E sono sicuro che
finirà come tutte le altre: gli ingenui che si consegnano, spariscono nel nulla
senza lasciare traccia. Altro che ritorno alla vita civile”.
La dimostrazione che
i ribelli non sono sconfitti. Il Cremlino, con questo provvedimento, ha
implicitamente smentito le proprie dichiarazioni sulla “normalizzazione” della
situazione in Cecenia.
“Se la guerra fosse davvero finita come dice sempre Putin, se
la resistenza armata cecena fosse davvero ridotta a poche bande criminali –
osserva Makka, una residente della periferia di Grozny – che bisogno ci sarebbe
di un’amnistia? Se i russi hanno optato, come già fatto negli anni passati, per
questo provvedimento, significa che le cose non sono cambiate, che la
ribellione è ancora una forza reale”.
Che la situazione in Cecenia sia tutt’altro che sotto
controllo lo dimostrano anche le infastidite reazioni delle gerarchie militari
russe al decreto di Putin di inizio agosto sul graduale
ritiro
delle armate russe dalla Cecenia entro al fine del 2008. Secondo i generali
russi, infatti, l’attività militare dei ribelli non è diminuita nonostante l’eliminazione
dei leader della guerriglia (Maskhadov nel marzo 2005, Sadulayev nel giugno 2006,
Basayev nel luglio 2006). A fine maggio il generale Nikolai Rogozhkin aveva
chiesto l’invio di 5mila soldati in più per far fronte al crescente numero di
attacchi.
La guerra in Cecenia
continua. L’attuale comandante dei ribelli, Doku Umarov – che ha seccamente
respinto l’amnistia come una “prova della debolezza e delle difficoltà del
nemico” – continua ad avere il pieno controllo sui combattenti. Gli attacchi
della guerriglia continuano senza sosta in tutto il territorio ceceno: ieri 5
soldati russi sono stati uccisi in un’imboscata in pieno giorno nel centro di
Grozny.
E nelle montagne del sud, dove si concentrano gli scontri armati tra
guerriglia e soldati, proseguono anche i bombardamenti russi. L’ultimo di cui
si ha notizia è del 13 settembre: da Shali (15
chilometri a sud di Grozny) l'artiglieria russa ha lanciato diverse cannonate
sulla periferia
del villaggio di Senjen-Yurt, colpendo anche un’abitazione, fortunatamente
senza provocare vittime.