La comunità somala a Roma festeggia l’elezione di Abdullahi Yusuf. Dopo tredici anni il Paese africano si avvia su una concreta strada di pace e di unità nazionale

“Siamo qui per salutare il nostro parlamento e il nuovo presidente, Abdullahi
Yusuf. Una Somalia unita per tutti i somali!”. Il lungo applauso di un centinaio
di uomini e le tradizionali grida modulate delle donne fanno da eco alle parole
di Abscir Osman Hussein, ambasciatore di Mogadiscio a Roma.
Domenica dieci ottobre, a Nairobi in Kenya, i 275 parlamentari dell’Assemblea
somala hanno scelto di metter fine a tredici anni durante i quali il Paese africano
non ha avuto alcun governo, alcuna forma statale, nessuno che curasse la cosa
pubblica e la convivenza tra i cittadini.
Per l’occasione sul pennone della bella villa decaduta in via dei Villini, a
poche centinaia di metri da Porta Pia, sede della rappresentanza diplomatica di
Somalia nella capitale italiana, sventola di nuovo la bandiera azzurra con al
centro una grande stella bianca. Era dal 1991 che non accadeva.

Abdullahi Yusuf, 70 anni, era comandante dell’esercito durante la guerra del
1977-’78 contro l’Etiopia. Dopo un tentativo di colpo di stato ai danni del presidente
di allora, Siad Barre, fuggì all’estero e fondò il Fronte democratico somalo di
salvezza (SSDF). Dopo esser rientrato nel Paese fu incarcerato dal 1985 al 1991.
Prima della nuova nomina era presidente della importante regione del Puntland,
nel nordest.
L’ambasciatore Hussein continua: “Tutti sappiamo dei problemi della nostra terra,
ma è cominciata una fase positiva e dobbiamo aver fiducia nella volontà di Allah.
Siamo finalmente di nuovo tutti uniti come un tempo“.
L’anziano guardiano della villa, prende un megafono e , in un silenzio assorto
ed emozionante, recita una preghiera. Nell’aria si respira l’importanza del momento.
I visi delle persone, i loro occhi, la compostezza intensa con la quale seguono
il canto religioso, testimoniano l’immensa stanchezza prodotta da anni e anni
di guerra e dolore.
L’edificio è senza energia elettrica, tagliata perché non essendoci un governo
nessuno è in grado di pagare le bollette. All’esterno, tra i vialetti del giardino,
vivono una cinquantina di profughi, accampati alla meglio su brandine di fortuna.
Le automobili dei diplomatici di quando esisteva la Repubblica somala, modelli
degli anni novanta, sono parcheggiate qui e lì, le ruote sgonfie e in abbandono.
Anche per quelle nessuno era in grado di pagare bollo e assicurazione.
Il voto di Nairobi è arrivato dopo due anni di complesse mediazioni tra i clan
che si contendono il controllo del Paese. I colloqui per raggiungere la pace cominciarono
a Eldoret, sempre in Kenya, nell’ottobre del 2002, per poi spostarsi a Nairobi.
Vi hanno partecipato centinaia di delegati, molte volte impegnati in discussioni
confuse e inconcludenti. L’intervento di Italia, Inghilterra e Svezia ha cercato,
durante le trattative, di smussare gli attriti tra le diverse componenti politiche
e familiari, in patria occupate ad armare eserciti e a combattersi senza tregua.
Domenica scorsa, in uno stadio di basket della capitale keniota, si è arrivati
alla soluzione del dramma. Il presidente del Parlamento somalo, Sharif Hassan
Aden, eletto il 15 settembre sempre a Nairobi, considerato il luogo singolare
in cui si è svolta la votazione e dopo i numerosi fallimenti del passato, ha invitato,
a designazione avvenuta "la comunità internazionale a riconoscere il risultato
di questa riunione".
Ahmed Sugulle Hersi, console di Somalia in Italia, prende la parola nella sala
un tempo elegante ed ora trascurata: “Dobbiamo essere uniti adesso – dice nella
sua bella lingua dal suono musicale – e aver fiducia nei nostri giovani. La Somalia
si riprenderà se tutti sapremo ricostruirla in pace, se le Nazioni Unite ci aiuteranno
a disarmare gli eserciti che si sono impadroniti dei territori, se arriveranno
presto le forze militari dell’Unione africana, impegnate nel vigilare sul rispetto
degli accordi”.
In piedi tutti i presenti cantano l’inno nazionale. Le donne ballano e gli uomini
alzano il pugno al cielo gridando “Somalia unita”. Lo cantano due o tre volte
di seguito, non voglio smettere più.
Per ora i colloqui e le decisioni sono state prese in Kenya perché nessuno considera
Mogadiscio sicura. Il nuovo presidente resterà ancora a Nairobi. Se le previsioni
saranno rispettate, entro una ventina di giorni si procederà alla nomina del primo
ministro. Poi si avvierà il disarmo della capitale al fine di consentire il rientro
in sicurezza di parlamentari, presidente della repubblica e governo.
Secondo numerosi osservatori un eccessivo ottimismo è fuori luogo, ma di sicuro
si è aperta una fase storica per la Somalia. La riuscita del processo di pace
dipende in massima parte dagli aiuti economici internazionali. Prima di tutto
per disarmare le fazioni e poi per dare forza al nuovo esecutivo.
Intanto si annuncia già un problema. Aden Osman, ministro dell'Interno del Somaliland,
una importante regione a nord del Paese, incontrando alcuni giornalisti a Hargeisa,
capitale dello stato autoproclamatosi indipendente nel maggio del '91, ha detto:
“Chiediamo ad Abdullahi Yusuf di riconoscere il Somaliland, ammoniamo che ogni
tentativo di rivendicazione da parte di Mogadiscio sarebbe futile e destabilizzante
e che ad esso reagiremmo militarmente”.

Il territorio in questione è rimasto indenne dalla guerra civile e, in questi
anni, ha goduto di una discreta stabilità. Mentre in tutta la Somalia scuole,
ospedali, strutture statali sono distrutte e inesistenti, in Somaliland esiste
un tessuto pubblico funzionante. Questa condizione ha spinto il governo di Hargeisa
a porre condizioni per definire la sua partecipazione alla nuova repubblica. Nelle
prossime settimane, dopo la scelta del premier, si vedrà se anche questo ostacolo
potrà esser superato.
Nell’ambasciata comincia una festa gioiosa. Mentre alcuni ascoltano la BBC, unica
testata giornalistica al mondo a dare notizie quotidiane con un programma dedicato
ala Somalia, altri ballano e mangiano dolci fatti per l’occasione dalle donne,
vestite in bellissimi abiti africani.
Mohammed Weron, un ragazzo di una ventina di anni e che ci ha tradotto i discorsi
dei diplomatici in inglese si avvia verso l’uscita, ma prima di andare dice: “Vivo
qui in Italia da tre mesi, non ho neppure i soldi per comprare un po’ di pane.
Spero di tornare a casa adesso, lo spero davvero”.