Alla fine, dopo circa 3 anni, la missione Antica Babilonia
finisce oggi, come annunciato dal premier Prodi in un'intervista. Gli
ultimi italiani, dopo il passaggio di consegne agli iracheni avvenuto a
fine settembre nella provincia di competenza a Nassirya, gli ultimi
mezzi lasciano l'Iraq alla volta dell'Italia. Finisce così una missione
della quale restano oscuri molti punti, ma che lascia una sola
certezza: non è stata una missione di pace.
La
missione italiana in Iraq è finita. Nel rispetto degli accordi del 31
agosto
scorso tra il governo iracheno e i vertici militari della Coalizione,
in
particolare con il contingente britannico che aveva il controllo del
quadrante
meridionale dell’Iraq, la provincia di Dhi Qar passa sotto il controllo
delle
forze di sicurezza irachene alla fine di settembre 2006. Adesso si
torna a casa e ’Italia lascia Nassiriya agli iracheni ed è il
caso di trarre un bilancio di questa missione che, fin dal primo
giorno, non è stata di pace.
Missione di pace. Tutto inizia il 30 maggio
2003, dal porto di al-Manamah, in Bahrein, quando 3 navi della Marina militare
italiana muovono verso l’Iraq. E’ l’inizio ufficiale della missione Antica
Babilonia, forte di 3mila uomini. Il dislocamento operativo sul territorio
della provincia di Dhi Qar, con base a Nassiriya, avviene a scaglioni
differenziati per tutto il giugno successivo. Il contingente è composto da
reparti dell’Esercito, della Marina e dell’Aviazione, affiancati da un reparto
di Carabinieri con compiti di polizia. La missione, come sottolinea il Presidente
della Repubblica Ciampi nel salutare i militari in partenza per l’Iraq, “è
inquadrata nella risoluzione 1483 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite e rappresenta un contingente al servizio della pace e dell’opera di
soccorso a quelle popolazioni che hanno vissuto le dolorose esperienze della
dittatura e della guerra, nonché al fine di creare le condizioni di sicurezza
necessarie per le attività di carattere umanitario”. Non la pensano
evidentemente così Paesi come la Francia e la Germania che, fin dal primo
momento, rifiutano una missione che ritengono di occupazione, e valutano come
tardiva ed estorta la copertura Onu che, prima dell’attacco della Coalizione
del marzo 2003, non c’era. Né Berlino né Parigi partecipano all’operazione in
Iraq. L’Italia sì, anche se in Parlamento le forze dell’opposizione di
centrosinistra non votano l’approvazione alla missione.
Verso l’Eufrate. I militari italiani partono, dunque.
Destinazione Nassiriya, la città nota per la qualità dei suoi datteri, sulle
rive dell’Eufrate. Un centro di 400mila abitanti, a 375 chilometri da Baghdad.
Nei pressi di Nassiriya sorge il sito archeologico dell’antica città di Ur, uno
dei più ricchi e meglio preservati di tutto l’Iraq, dove si narra sia nato
Abramo, il padre delle tre religioni monoteiste. Ma non pare la cultura il
motivo d’interesse italiano per la zona. In un primo momento le critiche sono
soft:
secondo gli oppositori alla missione, l’Italia ha scelto la zona più
tranquilla, quella saldamente nelle mani degli sciiti, che dovrebbero accoglierci
come liberatori dal giogo di Saddam. Il governo Berlusconi, secondo i suoi
detrattori, ha ottenuto il dislocamento delle truppe italiane nella zona più
tranquilla, gratificando l’amico George W. Bush e allo stesso tempo riducendo
al minimo i rischi della missione.
Un’accoglienza fredda. Qualcosa in questo quadro
idilliaco comincia a incrinarsi quando i militari italiani arrivano in città e,
su tutti i muri, campeggiano
scritte contro la Coalizione. Il generale Lops, comandante del contingente terrestre
italiano, sottolinea come però “la gente ci accoglie con affetto”. Non l’imam
sunnita Auday Salih al-Sadoon di Nassiriya però, il quale, parlando con i
giornalisti italiani nel giugno del 2003, dichiarava: “Gli iracheni sanno
cavarsela da soli. Chi entra con le armi non sarà accolto bene”. Il governatore
della regione, stipendiato dalla Coalizione, tranquillizza gli italiani,
definendo l’imam un folle. Gli italiani, per presentarsi alla popolazione,
trasmettono un videomessaggio dalla televisione locale. “Siamo qui per portare
sicurezza e aiuti”, dice il maggiore Lauro in tv, “faremo il possibile affinchè
il popolo iracheno possa tornare il prima possibile a una vita normale”.
Il messaggio di Lauro non viene capito da tutti, oppure aveva ragione l’imam.
Fatto sta che, l’8 settembre successivo, attorno allo stadio di Nassiriya, i
militari italiani sono coinvolti nella prima sparatoria e rispondono al fuoco.
Un scaramuccia, un’incomprensione forse. Oppure un segnale di pericolo?
Attacco agli italiani. Su una parete del comando
italiano in Iraq c’era un grande murale: un cavallo bianco di razza araba,
montato da Saddam Hussein, con il volto del dittatore cancellato. Per questo
motivo la palazzina era stata ribattezzata White Horse. Oggi quella parete non
c’è più, cancellata dalla devastante deflagrazione del camioncino bomba guidata
da un attentatore suicida che si è lanciato contro la base italiana. E’ il 12
novembre 2003: il giorno in cui l’ipocrisia della missione di pace è andata in
frantumi, seppellendo per sempre 25 persone. Tra queste 16 militari italiani e
2 civili (un produttore cinematografico e un cooperante). L’attentato è uno
choc per l’opinione pubblica italiana che, influenzata dai media
filo-governativi, si era convinta di mandare ‘i nostri ragazzi’ a distribuire
caramelle e a costruire scuole. Si è trattato anche di questo, ma non di una
missione di pace.
Missione di guerra. Un nuovo colpo alla
rappresentazione che Palazzo Chigi dà della missione Antica Babilonia viene da
Marco Calamai, l’unico rappresentante italiano all’interno dell’autorità civile
che governa l’Iraq.
“La gente non è nelle condizioni di condurre una vita
normale”, dichiara Calamai dimettendosi quattro giorni dopo l’attentato a Nassiriya,
“acqua,
fognature, sanità, energia elettrica, accesso al minimo necessario per condurre
una vita dignitosa restano i problemi principali da risolvere. Aziende
statunitensi come la Halliburton e la Bechtel hanno goduto dei finanziamenti
elargiti dal Congresso degli Stati Uniti, ma i risultati non si vedono. Il
contingente italiano sta partecipando ad un’occupazione militare, né più né
meno. Se non vengono create le condizioni per ristrutturare davvero il Paese,
in Iraq siamo soltanto come un reparto militare”.
Per la pace, o per il petrolio? Calamai, in Italia,
viene attaccato duramente, ma le sue parole cominciano a far ricredere alcuni
sostenitori dell’intervento. La missione va avanti comunque, tra versioni
contrastanti e nell’impossibilità degli operatori dell’informazione di svolgere
correttamente il loro lavoro. Ma il muro del silenzio si è crepato, l’attacco
agli italiani ha scosso le coscienze. Il 5 marzo 2004, sulla rivista Orizzonti
Nuovi, viene pubblicato un articolo a quattro mani di Elio Veltri e Paolo Sylos
Labini. Il titolo è eloquente: “Il vero motivo della presenza italiana a
Nassiriya”. I due autori, citando Benito
Li Vigni, entrato all’Eni con Mattei e rimasto nel gruppo fino al 1996, in
posizioni di grande responsabilità, scrivono che “La presenza italiana in Iraq,
al di là dei presupposti ufficialmente dichiarati, è motivata dal desiderio di
non essere assenti dal tavolo della ricostruzione e degli affari. Questi ultimi
riguardano soprattutto lo sfruttamento dei ricchi campi petroliferi. Non
a caso il nostro contingente si è attestato nella zona di Nassiriya dove agli
italiani dell’Eni il governo iracheno, pensando alla fine dell’embargo, aveva
concesso – fra il 1995 e il 2000 – lo sfruttamento di un giacimento
petrolifero, con 2,5-3 miliardi di barili di riserve: quinto per importanza tra
i nuovi giacimenti che l’Iraq di Saddam voleva avviare a produzione”.
La battaglia dei ponti. Si scatena un putiferio. Il
governo smentisce, ma resta un’ombra che si allunga sull’immagine dei militari
italiani in Iraq. Forse non siamo andati solo a portare caramelle. Mentre resta
sospesa la vicenda Eni, arriva un video, grazie al lavoro di
RaiNews 24,
a dicembre 2005. Si tratta di un video girato nell’agosto del 2004
a
Nassirya, durante la cosiddetta terza battaglia ‘dei ponti’: gli
scontri sostenuti dai militari italiani con i guerriglieri iracheni che
tentavano di prendere le infrastrutture di Nassriya, in cui furono
impegnati i
carabinieri paracadutisti del reggimento Tuscania, elementi della
seconda
brigata mobile e dei bersaglieri. E’un documento inedito,
realizzato
dall’interno di una postazione militare italiana impegnata nella
battaglia
contro gli insorti al di là del fiume. Il video mostra i ‘nostri
ragazzi’, i
dispensatori di caramelle, mentre sparano sui miliziani, s’incitano ad
‘annichilirli’ e si congratulano tra di loro quando ‘ne fanno fuori
uno’. In realtà c’è poco da stupirsi: i soldati sono in guerra e
combattono. Tutto diventa surreale nell’ottica della missione di pace.
Una missione di sprechi. All’attentato di Nassiriya si
aggiungono le mine che fanno saltare in aria alcuni mezzi blindati, i cecchini
che uccidono sparando sugli elicotteri e attentati vari contro i nostri militari,
percepiti ormai come un’emanazione dell’esercito di occupazione capeggiato
dagli Usa.
L’ultimo colpo all’immagine di una missione sbagliata arriva
da un’inchiesta del giornalista Gianluca Di Feo, pubblicato dall’Espresso
il 4 maggio 2006. Un passo dell’articolo vale come una condanna a morte
per gli obbiettivi dichiarati di Antica Babilonia. Di Feo scrive:
“Tutta
l'operazione Antica Babilonia appare
come una voragine, che inghiotte finanziamenti record distribuendo
pochissimi
aiuti. O meglio, i conti mettono a nudo la realtà che si vive a
Nassiriya: non
è una missione di pace, ma una spedizione in zona di guerra. Finora
infatti
sono stati stanziati 1.534 milioni di euro, poco meno di 3 mila
miliardi di
vecchie lire, per consegnare alla popolazione della provincia di
Dhi-Qar poco
più 16 milioni di materiale finanziato dal governo: un rapporto di
cento a uno
tra il costo del dispositivo militare e i beni distribuiti”. Non
servono
commenti.
Si torna a casa. In Italia l’opinione pubblica
ha aperto gli occhi. Si va alle urne e la
maggioranza è battuta. Vince il centrosinistra del premier Prodi che,
nel
programma elettorale, ha fatto del ritiro dall’Iraq un punto fermo.
Oggi si
celebra quindi l’ultimo atto di una missione fallimentare, che è
costata la
vita a molti militari italiani e a circa 50mila vittime civili
irachene. Tante
ancora sarebbero le storie da raccontare di questa folle avventura, che
oggi, almeno per gli italiani, è finita. Mentre la guerra continua per
la popolazione irachena.