21/09/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Giugno 2003 – Settembre 2006: cronistoria della missione italiana in Iraq
Alla fine, dopo circa 3 anni, la missione Antica Babilonia finisce oggi, come annunciato dal premier Prodi in un'intervista. Gli ultimi italiani, dopo il passaggio di consegne agli iracheni avvenuto a fine settembre nella provincia di competenza a Nassirya, gli ultimi mezzi lasciano l'Iraq alla volta dell'Italia. Finisce così una missione della quale restano oscuri molti punti, ma che lascia una sola certezza: non è stata una missione di pace.
 
La missione italiana in Iraq è finita. Nel rispetto degli accordi del 31 agosto scorso tra il governo iracheno e i vertici militari della Coalizione, in particolare con il contingente britannico che aveva il controllo del quadrante meridionale dell’Iraq, la provincia di Dhi Qar passa sotto il controllo delle forze di sicurezza irachene alla fine di settembre 2006. Adesso si torna a casa e ’Italia lascia Nassiriya agli iracheni ed è  il caso di trarre un bilancio di questa missione che, fin dal primo giorno, non è stata di pace.
 
un mezzo blindato della missione italiana in iraqMissione di pace. Tutto inizia il 30 maggio 2003, dal porto di al-Manamah, in Bahrein, quando 3 navi della Marina militare italiana muovono verso l’Iraq. E’ l’inizio ufficiale della missione Antica Babilonia, forte di 3mila uomini. Il dislocamento operativo sul territorio della provincia di Dhi Qar, con base a Nassiriya, avviene a scaglioni differenziati per tutto il giugno successivo. Il contingente è composto da reparti dell’Esercito, della Marina e dell’Aviazione, affiancati da un reparto di Carabinieri con compiti di polizia. La missione, come sottolinea il Presidente della Repubblica Ciampi nel salutare i militari in partenza per l’Iraq, “è inquadrata nella risoluzione 1483 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e rappresenta un contingente al servizio della pace e dell’opera di soccorso a quelle popolazioni che hanno vissuto le dolorose esperienze della dittatura e della guerra, nonché al fine di creare le condizioni di sicurezza necessarie per le attività di carattere umanitario”. Non la pensano evidentemente così Paesi come la Francia e la Germania che, fin dal primo momento, rifiutano una missione che ritengono di occupazione, e valutano come tardiva ed estorta la copertura Onu che, prima dell’attacco della Coalizione del marzo 2003, non c’era. Né Berlino né Parigi partecipano all’operazione in Iraq. L’Italia sì, anche se in Parlamento le forze dell’opposizione di centrosinistra non votano l’approvazione alla missione.
 
Verso l’Eufrate. I militari italiani partono, dunque. Destinazione Nassiriya, la città nota per la qualità dei suoi datteri, sulle rive dell’Eufrate. Un centro di 400mila abitanti, a 375 chilometri da Baghdad. Nei pressi di Nassiriya sorge il sito archeologico dell’antica città di Ur, uno dei più ricchi e meglio preservati di tutto l’Iraq, dove si narra sia nato Abramo, il padre delle tre religioni monoteiste. Ma non pare la cultura il motivo d’interesse italiano per la zona. In un primo momento le critiche sono soft: secondo gli oppositori alla missione, l’Italia ha scelto la zona più tranquilla, quella saldamente nelle mani degli sciiti, che dovrebbero accoglierci come liberatori dal giogo di Saddam. Il governo Berlusconi, secondo i suoi detrattori, ha ottenuto il dislocamento delle truppe italiane nella zona più tranquilla, gratificando l’amico George W. Bush e allo stesso tempo riducendo al minimo i rischi della missione.
 
militari italiani di pattuglia in iraqUn’accoglienza fredda. Qualcosa in questo quadro idilliaco comincia a incrinarsi quando i militari italiani arrivano in città e, su tutti i muri, campeggiano scritte contro la Coalizione. Il generale Lops, comandante del contingente terrestre italiano, sottolinea come però “la gente ci accoglie con affetto”. Non l’imam sunnita Auday Salih al-Sadoon di Nassiriya però, il quale, parlando con i giornalisti italiani nel giugno del 2003, dichiarava: “Gli iracheni sanno cavarsela da soli. Chi entra con le armi non sarà accolto bene”. Il governatore della regione, stipendiato dalla Coalizione, tranquillizza gli italiani, definendo l’imam un folle. Gli italiani, per presentarsi alla popolazione, trasmettono un videomessaggio dalla televisione locale. “Siamo qui per portare sicurezza e aiuti”, dice il maggiore Lauro in tv, “faremo il possibile affinchè il popolo iracheno possa tornare il prima possibile a una vita normale”.
Il messaggio di Lauro non viene capito da tutti, oppure aveva ragione l’imam. Fatto sta che, l’8 settembre successivo, attorno allo stadio di Nassiriya, i militari italiani sono coinvolti nella prima sparatoria e rispondono al fuoco. Un scaramuccia, un’incomprensione forse. Oppure un segnale di pericolo?
 
Attacco agli italiani. Su una parete del comando italiano in Iraq c’era un grande murale: un cavallo bianco di razza araba, montato da Saddam Hussein, con il volto del dittatore cancellato. Per questo motivo la palazzina era stata ribattezzata White Horse. Oggi quella parete non c’è più, cancellata dalla devastante deflagrazione del camioncino bomba guidata da un attentatore suicida che si è lanciato contro la base italiana. E’ il 12 novembre 2003: il giorno in cui l’ipocrisia della missione di pace è andata in frantumi, seppellendo per sempre 25 persone. Tra queste 16 militari italiani e 2 civili (un produttore cinematografico e un cooperante). L’attentato è uno choc per l’opinione pubblica italiana che, influenzata dai media filo-governativi, si era convinta di mandare ‘i nostri ragazzi’ a distribuire caramelle e a costruire scuole. Si è trattato anche di questo, ma non di una missione di pace.
 
la base italiana distrutta dopo l'attentato alla base italiana di nassiryaMissione di guerra. Un nuovo colpo alla rappresentazione che Palazzo Chigi dà della missione Antica Babilonia viene da Marco Calamai, l’unico rappresentante italiano all’interno dell’autorità civile che governa l’Iraq.
“La gente non è nelle condizioni di condurre una vita normale”, dichiara Calamai dimettendosi quattro giorni dopo l’attentato a Nassiriya, “acqua, fognature, sanità, energia elettrica, accesso al minimo necessario per condurre una vita dignitosa restano i problemi principali da risolvere. Aziende statunitensi come la Halliburton e la Bechtel hanno goduto dei finanziamenti elargiti dal Congresso degli Stati Uniti, ma i risultati non si vedono. Il contingente italiano sta partecipando ad un’occupazione militare, né più né meno. Se non vengono create le condizioni per ristrutturare davvero il Paese, in Iraq siamo soltanto come un reparto militare”.
 
Per la pace, o per il petrolio? Calamai, in Italia, viene attaccato duramente, ma le sue parole cominciano a far ricredere alcuni sostenitori dell’intervento. La missione va avanti comunque, tra versioni contrastanti e nell’impossibilità degli operatori dell’informazione di svolgere correttamente il loro lavoro. Ma il muro del silenzio si è crepato, l’attacco agli italiani ha scosso le coscienze. Il 5 marzo 2004, sulla rivista Orizzonti Nuovi, viene pubblicato un articolo a quattro mani di Elio Veltri e Paolo Sylos Labini. Il titolo è eloquente: “Il vero motivo della presenza italiana a Nassiriya”. I due autori, citando Benito Li Vigni, entrato all’Eni con Mattei e rimasto nel gruppo fino al 1996, in posizioni di grande responsabilità, scrivono che “La presenza italiana in Iraq, al di là dei presupposti ufficialmente dichiarati, è motivata dal desiderio di non essere assenti dal tavolo della ricostruzione e degli affari. Questi ultimi riguardano soprattutto lo sfruttamento dei ricchi campi petroliferi.  Non a caso il nostro contingente si è attestato nella zona di Nassiriya dove agli italiani dell’Eni il governo iracheno, pensando alla fine dell’embargo, aveva concesso – fra il 1995 e il 2000 – lo sfruttamento di un giacimento petrolifero, con 2,5-3 miliardi di barili di riserve: quinto per importanza tra i nuovi giacimenti che l’Iraq di Saddam voleva avviare a produzione”.
 
bersaglieri italiani in iraqLa battaglia dei ponti. Si scatena un putiferio. Il governo smentisce, ma resta un’ombra che si allunga sull’immagine dei militari italiani in Iraq. Forse non siamo andati solo a portare caramelle. Mentre resta sospesa la vicenda Eni, arriva un video, grazie al lavoro di RaiNews 24, a dicembre 2005. Si tratta di un video girato nell’agosto del 2004 a Nassirya, durante la cosiddetta terza battaglia ‘dei ponti’: gli scontri sostenuti dai militari italiani con i guerriglieri iracheni che tentavano di prendere le infrastrutture di Nassriya, in cui furono impegnati i carabinieri paracadutisti del reggimento Tuscania, elementi della seconda brigata mobile e dei bersaglieri. E’un documento inedito, realizzato dall’interno di una postazione militare italiana impegnata nella battaglia contro gli insorti al di là del fiume. Il video mostra i ‘nostri ragazzi’, i dispensatori di caramelle, mentre sparano sui miliziani, s’incitano ad ‘annichilirli’ e si congratulano tra di loro quando ‘ne fanno fuori uno’. In realtà c’è poco da stupirsi: i soldati sono in guerra e combattono. Tutto diventa surreale nell’ottica della missione di pace.

Una missione di sprechi.
All’attentato di Nassiriya si aggiungono le mine che fanno saltare in aria alcuni mezzi blindati, i cecchini che uccidono sparando sugli elicotteri e attentati vari contro i nostri militari, percepiti ormai come un’emanazione dell’esercito di occupazione capeggiato dagli Usa.
L’ultimo colpo all’immagine di una missione sbagliata arriva da un’inchiesta del giornalista Gianluca Di Feo, pubblicato dall’Espresso il 4 maggio 2006. Un passo dell’articolo vale come una condanna a morte per gli obbiettivi dichiarati di Antica Babilonia. Di Feo scrive: “Tutta l'operazione Antica Babilonia appare come una voragine, che inghiotte finanziamenti record distribuendo pochissimi aiuti. O meglio, i conti mettono a nudo la realtà che si vive a Nassiriya: non è una missione di pace, ma una spedizione in zona di guerra. Finora infatti sono stati stanziati 1.534 milioni di euro, poco meno di 3 mila miliardi di vecchie lire, per consegnare alla popolazione della provincia di Dhi-Qar poco più 16 milioni di materiale finanziato dal governo: un rapporto di cento a uno tra il costo del dispositivo militare e i beni distribuiti”. Non servono commenti.
 
Si torna a casa. In Italia l’opinione pubblica ha aperto gli occhi. Si va alle urne e la maggioranza è battuta. Vince il centrosinistra del premier Prodi che, nel programma elettorale, ha fatto del ritiro dall’Iraq un punto fermo. Oggi si celebra quindi l’ultimo atto di una missione fallimentare, che è costata la vita a molti militari italiani e a circa 50mila vittime civili irachene. Tante ancora sarebbero le storie da raccontare di questa folle avventura, che oggi, almeno per gli italiani, è finita. Mentre la guerra continua per la popolazione irachena.

Christian Elia

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